Si allenteranno le politiche di austerità dopo le elezioni del Parlamento europeo?

Dal 22 al 25 maggio scorso (a seconda dei paesi) 390 milioni di elettori in 28 stati sono andati alle urne per rinnovare (per l’ottava volta dal 1979) il Parlamento europeo (PE). Alla luce dei risultati elettorali che ne sono scaturiti – e che qui si danno per noti nella loro generalità – chiediamoci se e come le politiche europee, soprattutto quelle che afferiscono alla governance economica dell’Unione, potrebbero esserne modificate rispetto al recente passato.

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Va innanzitutto messo in luce un elemento di contesto. Queste elezioni si sono svolte in piena costanza degli effetti della crisi economica globale innescatasi nel 2008, che ha colpito tutti gli stati dell’Unione europea e in particolare quelli del sud. Questi paesi (Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, ma anche Irlanda) hanno subito severe misure di austerità finanziaria, varate dal concerto europeo sotto la determinante influenza della Germania, che hanno fiaccato le loro economie e duramente inciso sul loro tessuto sociale. Inevitabilmente, nelle opinioni pubbliche di quei paesi si è manifestata una graduale, ma sempre più esplicita e forte, critica della Ue, della sua moneta unica, delle politiche di austerità che, a torto o a ragione sono state identificate come veri responsabili dei loro problemi e come ostacoli alla loro crescita. Tutto ciò si è accompagnato ad un generale sentimento di insofferenza verso la Germania, vero paese – alfiere delle politiche di rigore finanziario. In alcuni contesti la critica è sfociata nell’esplicito “rigetto” dell’Europa e dei suoi vincoli. Ma anche dove l’Europa e l’euro non sono stati messi in discussione, si è comunque chiesto di invertire la rotta prevalsa negli ultimi anni. Per queste ragioni al voto europeo di quest’anno era stata attribuita la valenza di un giudizio sulle politiche di austerità.

Fermato questo punto, chiediamoci chi abbia vinto e chi abbia perso le elezioni europee e quali dati politicamente rilevanti esse abbiano complessivamente offerto. Successivamente tenteremo qualche previsione sull’impatto che i risultati elettorali potrebbero avere sulla futura governance dell’Unione europea.

I risultati del voto

Chi ha vinto nel voto di maggio? Si può sommariamente rispondere così.

  1. Ci sono stati quattro vincitori: l’Ukip di Nigel Farage, il Front National di Marine Le Pen, il Partito Democratico di Matteo Renzi e la Cdu-Csu di Angela Merkel. I primi due partiti sono all’opposizione nei rispettivi paesi (Regno Unito e Francia) e contestano il progetto europeo. I secondi due sono invece forze di governo e di sostegno al progetto europeo, sebbene con non pochi reciproci “distinguo”.
  2. Le forze europeiste presenti nel PE (in primo luogo Popolari, socialisti e i liberali del gruppo ALDE) sono rimaste maggioritarie nel nuovo Parlamento ma con un minor numero dei seggi. Le perdite sono state soprattutto dei Popolari (-56  seggi) e dell’Alde. Anche arretrando, il Partito popolare si è però confermato la forza politica europea più votata e il gruppo di maggioranza relativa nel PE. Risultato non da poco, se si considera lo “stigma” con il quale esso si era presentato a queste elezioni, dopo tre legislature consecutive: cioè l’essere identificato come il vero “partito di governo” della Ue e il principale artefice  delle politiche di austerità. Considerata la crescente impopolarità di queste politiche, si era diffusa l’aspettativa di una possibile alternanza (a favore dei socialisti) nel primato elettorale e nella guida dell’Unione. Ma questo non è accaduto, almeno sul piano dei voti. Complessivamente il PPE ha aumentato i propri voti in 9 paesi ma è arretrato in altri 16. I paesi in cui è maggiormente cresciuto sono quasi tutti quelli entrati dopo l’allargamento dell’Unione verso est del 2004 (Repubblica ceca, Lettonia, Slovacchia, Croazia, Malta). E’ invece arretrato soprattutto nei paesi dell’Europa occidentale (in modo vistoso in Italia, Spagna, Portogallo). La tedesca Cdu-Csu esprime la maggioranza relativa del gruppo parlamentare (34 seggi e 16% del totale). I rapporti di forza interni diventano più favorevoli ai paesi dell’est, che ora hanno 85 rappresentanti, pari a quasi il 40% del totale del gruppo. L’alleanza dei Socialisti e dei Democratici (S&D) è rimasta stabile al 25% dei voti ed ha incrementano i suoi seggi in misura molto modesta (+7). Ma solo in Italia, Germania, Regno Unito, Romania i partiti dell’alleanza hanno significativamente migliorato la propria quota di voti e di seggi. Negli altri Paesi sono rimasti stabili o sono stati nettamente sconfitti (come in Francia, Spagna, Grecia, Polonia). Il sentimento antieuropeo venuto allo scoperto in queste elezioni ha evidentemente pesato anche sui socialisti, accomunati ai popolari nella percezione di essere una componente significativa dell’establishment europeo. Tuttavia, a causa del decremento in voti e in seggi del PPE, la distanza fra popolari e socialisti europei si è ridotta (da 80 seggi a 23), il che potrebbe far crescere il peso negoziale dei socialisti.
  3. La prevista ondata dei partiti populisti “anti-Ue” c’è stata ma non si è rivelata “catastrofica”. Fra le affermazioni più nette vanno ricordate quelle del Front National (primo partito di Francia con il 25%), dell’UKIP (primo partito del Regno Unito con quasi il 27%), del Partito del Popolo (prima forza politica danese con il 26,6%), dell’FPO austriaco (20%), dello Jobbik (secondo partito in Ungheria con il 15%). Hanno inoltre ottenuto per la prima volta una rappresentanza nel PE la greca Alba Dorata (3 seggi con il 9,38%) e il neo-nazista NPD (1 seggio con l’1%). Tutte queste forze politiche fanno parte dell’estrema destra europea. Ma lo schieramento “euro critico” comprende anche forze della sinistra radicale. Quando si sono affermate, queste ultime lo hanno fatto prevalentemente nel sud dell’Europa (e in Irlanda). A sinistra le affermazioni più nette sono infatti state quelle di Syriza in Grecia (26,5%), di Podemos in Spagna e del M5S in Italia e di comunisti e Verdi in Portogallo.

Nel complesso, le forze politiche di opposizione alla Ue, hanno, sì, avuto una ragguardevole avanzata elettorale (20% dei voti e circa 115 seggi, quasi il doppio di quelli di cui disponevano nel Parlamento  eletto nel 2009), ma coprendo molte distinte posizioni: di destra e di sinistra; di opposizione all’intero progetto europeo o soltanto alla moneta unica ecc. Il fronte “euro critico” ha inoltre due distinte anime: quella prevalente nei Paesi del Nord, esplicitamente ostile alla Ue e preoccupata soprattutto dai problemi dell’immigrazione; e quella più diffusa nel Sud dell’Europa, avversa soprattutto alle politiche di austerità e interessata a una strategia di integrazione solidale. Ci sono differenze importanti anche nei programmi economici. Agli orientamenti neoliberali dell’Ukip, ad esempio, corrisponde una più riconoscibile tendenza al protezionismo del Front national. Pesa anche la differente collocazione regionale. I partiti “anti europei” del nord accusano infatti i paesi del Sud di aver ingiustamente beneficiato di aiuti europei, attingendo alle riserve economiche dei loro stati. Diversamente, gruppi come Fn, M5S e Alba dorata criticano la Germania per aver promosso le politiche di austerità e rigore che hanno pesato in modo decisivo sulle loro economie nazionali. Se già nella passata legislatura si manifestò una modesta attitudine alla cooperazione parlamentare fra le forze euro critiche, non si vedono le premesse perché questo cambi nella legislatura che sta per iniziare. Per tutte queste ragioni, i partiti “euro critici” non sono politicamente sommabili e non confluiranno in un medesimo gruppo parlamentare. Va da sé che, quanto minore sarà la loro unità di intenti, di altrettanto sarà limitata la loro capacità operativa.

  1. Il voto europeo ha avuto notevoli ripercussioni sui sistemi politici interni di alcuni grandi paesi europei. Il tradizionale “bipartitismo” della Francia, della Spagna e del Regno Unito sembra scricchiolare. In Francia il partito socialista è crollato al 14%, un dato che delegittima la presidenza Hollande. In Spagna, i popolari e i socialisti che nel 2009 avevano insieme l’80% dei voti ne hanno ora il 50%. I conservatori diventano il terzo partito del Regno Unito (di cui erano la principale forza politica) col 24%, dietro ai laburisti e all’UKIP. I loro alleati di governo, i liberaldemocratici, ottengono solo il 7%. Si deve considerare che per gli elettori francesi o britannici, che in patria votano con sistemi maggioritari, votare con il sistema proporzionale (come si è fatto alle europee) costituisce sicuramente un cambiamento rilevante che favorisce la crescita elettorale dei partiti minori a danno delle forze tradizionali. Le elezioni nazionali potrebbero pertanto, in futuro, non confermare la crisi del bipartitismo. Ma lo scorso 25 maggio questo dato è emerso nettamente e ne va tenuto conto per le ricadute politiche che potrebbe avere in quei paesi.

Quali prospettive  dopo il voto?

Se i dati emersi dalle elezioni di maggio sono, nel complesso, quelli fin qui esaminati, quali prospettive può riservare il futuro?

La prima conclusione che si impone è che, mancando una forza politica in grado di imporsi da sola su tutte le altre, per dare un “governo” all’Unione sarà necessario formare una grande coalizione fra i partiti principali. Per ottenere la maggioranza parlamentare necessaria (376 voti) il Presidente della Commissione dovrà necessariamente avere il consenso dei gruppi principali (popolari, socialisti, liberaldemocratici). Inoltre, poiché la sua elezione avverrà con voto segreto, un ampio accordo preventivo fra le principali forze politiche sarà quanto mai opportuno per neutralizzare le possibili incursioni dei franchi tiratori.

Ma la formazione di una larga coalizione  potrebbe non bastare ad assicurare una efficace governabilità della Ue. Fra i dati politici emersi nelle recenti elezioni europee ce n’è infatti uno che va dritto al cuore del problema europeo: l’eclatante vittoria del Front national in Francia e la parallela tenuta della Merkel in Germania, comportano la massima divaricazione dell’asse franco – tedesco, che fu il tradizionale motore dell’integrazione europea. Non è tutto. Il grande successo del Front National potrebbe anche porre una seria ipoteca sulle prossime elezioni presidenziali francesi, circoscrivendole al perimetro della destra (fra il F.N. e l’Ump gollista, ma con quest’ultima obbligata ad “inseguire” Le Pen e a farle inevitabili concessioni sul terreno della polemica con la Ue). Se a Parigi  prevalessero, in futuro, indirizzi politici “euro critici” diventerebbe molto difficile modificare l’attuale assetto istituzionale dell’Unione e si complicherebbe anche il quadro dei rapporti intergovernativi, volti a rafforzare il coordinamento fra i paesi.

Problemi di linea potrebbero emergere anche nei principali gruppi del Parlamento europeo. Ad esempio, nel gruppo popolare, la Cdu “peserà” più del centrodestra inglese, italiano e francese, che hanno perso nei rispettivi paesi. Non solo. Nel Ppe, delegazioni importanti come quelle di Forza Italia e dell’ungherese Fidesz (partito del primo ministro Orban) sono considerate con qualche sospetto (e con la conseguente intenzione di limitarne l’influenza) per alcune loro posizioni talvolta convergenti con quelle degli “euro critici”. Analogamente, nel raggruppamento socialista, i laburisti inglesi non intendono apparire troppo integrati in una logica comunitaria. Popolari e socialisti – e per essi Angela Merkel e Matteo Renzi – saranno obbligati a una intesa. Ma entrambi i leader hanno posizioni tutt’altro che coincidenti, in particolare sul cruciale problema delle politiche di austerità. Se la Merkel non intende cedere sul piano delle politiche di rigore, Renzi ritiene invece che esse debbano essere reinterpretate quanto basta per far decollare una nuova fase di sviluppo. Queste posizioni dovranno trovare una sintesi nel quadro di una rinnovata collaborazione fra popolari e socialisti.

La seconda conclusione (che in fondo è un corollario della prima) è che a causa dei rapporti di forza inter-  ed infra – partitici, le scelte del prossimo parlamento europeo si formeranno sulla base di maggioranze a geometria variabile, frutto di accordi e di consensi che è impossibile pronosticare una volta per tutte.

La terza conclusioneè chela virtuale crisi del bipartitismo in alcuni importanti paesi potrebbe avere conseguenze importanti sulle singole policies nazionali. Ad esempio, l’ascesa di partiti antieuropei in Francia, Regno Unito, ma anche altrove, potrebbe indurre i governi nazionali di quei paesi a includere nelle proprie politiche parti dei programmi delle forze euro critiche, allo scopo di contenerne la pressione.  Oltre ad influire sulle scelte nazionali, ciò si riverbererebbe direttamente sulla Ue attraverso le opzioni fatte proprie dal Consiglio, generando un irrigidimento delle politiche europee in materia di immigrazione e allargamento. Questa dinamica si può già intravedere. Ad esempio, le iniziative della Francia e della Danimarca per introdurre forme temporanee di sospensione della libera circolazione hanno portato nel 2013 alla riforma del Trattato di Schengen. E il governo del Regno Unito, per contenere la crescente popolarità dell’Ukip, ha promesso di indire un referendum sulla permanenza inglese nella Ue e chiede (sostenuto dall’Olanda) che una serie di poteri oggi comunitari siano nuovamente devoluti agli stati nazionali.

Quarta conclusione. Se i partiti principali perdono terreno a vantaggio delle forze di contestazione; se queste ultime avranno più forza nei rispettivi contesti nazionali; se l’asse franco – tedesco è dissolto dal collasso delle classi dirigenti francesi post – golliste; se l’Europa funzionerà a geometria variabile, chi e con quali politiche la porterà fuori dalla sua crisi attuale? Il Consiglio Ue avrà maggiori difficoltà, dato il gran numero di governi preoccupati dei loro equilibri interni (in primis quelli francese e britannico). Ciò farà ricadere sulle altre istituzioni comunitarie – in primo luogo sulla Commissione – il peso di adottare le iniziative politiche necessarie a governare la Ue. Ma l’assenza di un vero motore politico apre spazio a compromessi al ribasso. Inoltre, una Unione in cui si rafforzano le differenze nazionali può difficilmente affermarsi come attore rilevante della politica internazionale.

Quinta e finale conclusione. Si è già osservato che nelle sue motivazioni di fondo, la crescita transnazionale del fronte euro critico è stata animata da un denominatore comune: l’insofferenza verso i vincoli europei, verso le politiche di austerità e verso la governance economica dell’eurozona e una parallela, forte, istanza di recupero della sovranità nazionale. Benché questa crescita non sia stata travolgente, tale cioè da sfidare il consolidato primato delle forze europeiste e da portare la crisi della Ue oltre un punto di non ritorno, essa è pur sempre stata netta e riconoscibile e potrebbe avere  un duplice ordine di conseguenze: sulle politiche degli stati nazionali e quindi, indirettamente e nel tempo, sullo stesso Consiglio europeo. Tutto ciò potrebbe gettare il seme di una graduale riforma della Ue, di una sua riprogettazione che la renda più aderente ai desiderata delle opinioni pubbliche europee senza metterne in discussione asset fondamentali, come la moneta unica. Il che significa che potrebbero porsi le premesse per una graduale revisione delle politiche di austerità e di rigore finanziario.

Anche se in alcuni dei paesi che hanno subito più violentemente l’impatto della crisi la situazione appare in via di miglioramento, i costi sociali ed economici imposti sono stati enormi in termini di caduta del reddito e di aumento della disoccupazione. Soprattutto, la crisi economica ha fatto giustizia della teoria della progressiva convergenza che il mercato unico e l’unione monetaria avrebbero dovuto promuovere. Nella stessa Germania, che pure ha beneficiato maggiormente della moneta unica, si comincia a riflettere sul fatto che i rischi di una “crisi finale” dell’euro o anche di una ulteriore accentuazione delle esistenti asimmetrie tra i paesi “virtuosi” e gli altri potrebbero divenire incontrollabili e generare ricadute molto negative anche nei paesi più solidi. Per questa ragione si può ritenere che non subito e non esplicitamente (perché apparirebbe un’abiura delle precedenti politiche d’austerità) tenderà a prevalere un orientamento più pragmatico ed accomodante, che si tradurrà verosimilmente in una  diluizione dai programmi di rientro dei deficit eccessivi e in tassi di cambio dell’euro meno penalizzanti. Resta da vedere se un simile – sia pur graduale – cambio di indirizzo sarà sufficiente a ripristinare un accettabile grado di consenso sul progetto europeo.