Giappone: l’«affondo militare» di Shinzo Abe

Dopo la sua rielezione, il primo ministro giapponese Shinzo Abe, che resterà in carica fino al rinnovo della camera dei deputati (Lower House), cioè per quattro anni, ha ribadito di considerare la sicurezza nazionale un obiettivo prioritario.

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L’affermazione del Partito Democratico Liberale (DLP) alle elezioni per il rinnovo della Camera Bassa (o House of Representatives) del dicembre scorso ha ridato nuova linfa vitale al premier giapponese Shinzo Abe che, dopo aver riconfermato tutti i membri del precedente governo, con la sola eccezione del ministro della Difesa Akinori Eto coinvolto in uno scandalo di finanziamenti illeciti, ha avviato un programma di riforme politiche per «proiettare» la forza militare del Paese del Sol Levante oltre i sui confini nazionali. In sostanza, egli intende integrare i compiti di difesa nazionale delle Self-Defense Forces con iniziative di autodifesa collettiva internazionale. E ciò al fianco degli Stati Uniti ad esso legati dal trattato difensivo stipulato nel 1954 (Mutual Defense Assistance Agreement). Attualmente, il Giappone partecipa solo alle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite.

Dopo la sua resa incondizionata nell’agosto del 1945, il 3 maggio 1947 fu promulgata la nuova Costituzione il cui articolo 9, in sostanza, vieta al Giappone di riarmarsi. Abe, dunque, vuole abrogare la norma «antimilitarista» del testo costituzionale redatto sotto la direzione del generale americano Douglas MacArthur.

Abe, per l’appunto. È l’uomo politico di destra che prova a risvegliare l’orgoglio nazionalista dopo la sconfitta subita nella seconda guerra mondiale e i cui sostenitori manifestano sempre più una forte contrarietà agli «imposti» limiti costituzionali, soprattutto per l’enorme crescita militare della Cina e la vicina minaccia nucleare della Corea del Nord. Mentre, in particolare, il nuovo ministro della Difesa Gen Nakatani, fautore del riarmo nipponico, vuole che il Giappone acquisisca le capacità belliche sufficienti per colpire gli obiettivi strategici di uno stato nemico (a pre-emptive strike), in caso di un suo imminente attacco. La necessità di dover contrastare l’azione di organizzazioni terroristiche internazionali come ISIS (Organizzazione dello Stato Islamico in Iraq e Siria), costituisce, inoltre, un ulteriore escamotage per giustificare la «proiezione militare» del Giappone oltre i suoi confini territoriali. Per questo motivo, il precedente governo Abe aveva, nel 2013, stanziato 24.7 trilioni di yen (179 miliardi di euro) nel periodo 2014-2019, per acquistare droni, sottomarini, aerei da caccia e mezzi anfibi; si tratta di un palese cambiamento strategico-militare in Asia Orientale. Successivamente, approvava un disegno di legge per emendare la «costituzione pacifista» macarthuriana (1° luglio 2014).

La Cina non gradisce le scelte militari del governo Abe. Pechino è diffidente. Ancora vivo è, in realtà, il ricordo della disfatta militare della prima guerra sino-giapponese (1894-95) che consentì al Giappone di ottenere il controllo della Penisola del Liadong (parte meridionale della Manciuria), di occupare Formosa (Taiwan) e le isole Pescadores, e di gettare le basi per la futura annessione della Penisola di Corea (Trattato di Shimonoseki del 17 aprile 1895). E, ancora, l’operato dei soldati giapponesi durante l’invasione militare del 1937-1945 è una ferita ancora aperta. Lo dimostrano le continue rimostranze del governo di Pechino per la devozione del governo di Tokyo verso gli alti ufficiali giapponesi accusati di crimini di guerra, e le cui spoglie sono custodite nel Tempio di Yasukuni.

Inoltre, entrambi i governi rivendicano la sovranità sulle isole Diaoyutai (Senkaku in giapponese) che si trovano nel Mar Cinese Orientale. Pechino lo ha fatto, di recente, con l’apertura di un sito web (www.diaoyudao.org.cn). E a nulla è servito l’incontro tra Abe e il presidente cinese Xi Jinping (novembre 2014), per allentare le tensioni nella regione. Vi è il pericolo reale che le frequenti schermaglie tra i pescherecci cinesi che si avvicinano improvvidamente alle isole contese e le motovedette giapponesi che costantemente pattugliano il mare possano innescare un nuovo conflitto sino-giapponese.

L’incidente più grave si verificò nel settembre del 2010. Nelle acque che bagnano le isole Diaoyutai/Senkaku, il peschereccio cinese Minjinyu 5179 entrò in collisione con due guardiacoste giapponesi (JCG). Le autorità giudiziarie nipponiche ordinarono l’arresto del suo comandante, Zhan Qixiong. Il primo ministro cinese Wen Jabao, che lo considerava un «atto illegittimo ed arbitrario», pretese le scuse ufficiali del governo giapponese allora guidato da Naoto Kan. La vicenda si concluse con il rilascio di Zhan (24 settembre). Le pressioni economiche di Pechino sul governo di Tokyo (economic coercion), mediante il blocco delle esportazioni in Giappone di terre rare (lantanidi), – materie strategiche (utilizzate per la produzione di apparecchiature elettriche ed elettroniche) di cui la Cina è il principale esportatore mondiale -, furono determinanti per il superamento dell’impasse diplomatica tra i due giganti asiatici.

Il riarmo del Giappone fa parte del disegno strategico-militare di Abe. Uno stato forte militarmente è, difatti, in grado sia di garantire la sicurezza nazionale sia di difendere i suoi interessi vitali oltreconfine.