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Le sfide per l’antiterrorismo in Africa tra attori locali e internazionali – Intervista al Professor Mario Giro

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Il golpe in Niger ha riacceso l’attenzione per il Sahel, ora al centro di numerosi dossier regionali e internazionali. Nella regione sono presenti da oltre un decennio gruppi terroristici che approfittano della preesistente instabilità e contribuiscono a peggiorarla. Nell’intervista con il Professor Mario Giro, già sottosegretario agli esteri nel governo Letta e viceministro degli esteri nei governi Renzi e Gentiloni, cerchiamo di approfondire le sfide per la lotta al terrorismo nel continente africano e come queste si interfacciano con fenomeni locali e globali.

  1. La proliferazione di gruppi terroristici a matrice islamica in Africa subsahariana nell’ultimo decennio è stata allo stesso tempo permessa dalle fragilità strutturali sul piano economico, sociale e politico, ma le ha anche amplificate. In particolare, il Sahel sembra l’area più permeabile al terrorismo islamista, nonostante numerose iniziative di antiterrorismo lanciate a livello nazionale, regionale e internazionale. Quali sono stati i limiti delle politiche di antiterrorismo nel Sahel?  

La questione principale è sapere quanta solidarietà internazionale esista nella lotta antiterroristica. In secondo luogo si tacciano di terrorismo cose diverse fra loro, per esempio per l’Occidente anche Wagner in fondo è terrorismo, mentre non lo è per niente per il Global South. Alcuni paesi se ne servono così come avviene con altri gruppi. D’altra parte la nascita dei contractors, che è il nuovo nome che viene dato ai mercenari, è una creazione occidentale –inizialmente americana e britannica- della quale i russi si sono appropriati. 

Per quanto riguarda il fenomeno del jihadismo nel Sahel, si può notare che ha molte radici, sia economiche che sociali. Sinteticamente ai giovani africani la mentalità competitiva e violenta della globalizzazione offre tre diverse possibilità: diventare imprenditori (anche nei traffici o nelle reti illegali); intraprendere il percorso migratorio o arruolarsi nei gruppi armati esistenti. Tra questi ultimi non ci sono solo le milizie etniche, che sono numerose, o i gruppi armati che in qualche modo si spacciano per security provider, ma ci sono anche le katiba islamiche. In questi anni si sono espanse: oltre al controllo di gran parte del Sahel, dove ormai sono inserite da più di 10 anni, sono presenti in Mozambico del Nord e in parte nell’area tra Uganda e Congo. Tuttavia oggi i principali conflitti nel continente non sono provocate dai jihadisti ma dagli scontri etnici come avviene nel Corno d’Africa o in Sudan. Oltre al Mali, a rischio jihadismo c’è il Burkina e forse anche il Niger dopo il golpe del 26 luglio scorso. Resta il tema della solidarietà regionale: abbiamo visto che il G5-Sahel (coalizione militare anti-jihad) non funziona più e che tra i paesi della regionale dell’Africa Occidentale (‘ECOWAS) non ci sono relazioni idilliache. Ciò crea dei vuoti politici in cui si inseriscono i gruppi armati e in particolare i gruppi jihadisti nella regione del Sahel. 

  1. Pensa che la proliferazione di strutture e istituzioni multilaterali e minilaterali abbia ostacolato una risposta regionale ai diversi fenomeni di terrorismo. Due esempi possono essere l’assenza di coordinamento di cooperazione in Africa occidentale, nonostante ECOWAS, contrapposta alla gestione regionale della SADC in Africa australe?* 

E’ il multilateralismo in questo momento ad essere in crisi, sia al livello regionale africano che al livello globale. Se ne sente la mancanza. Ad esempio non c’era mai stata una guerra di tipo maggiore, come la guerra in Ucraina, che non vedesse l’attivo coinvolgimento del Segretario generale dell’ONU, con navette forsennate per mediare tra le parti in conflitto. Lo abbiamo visto in Medio Oriente e altrove. Ma oggi tutto questo non c’è più e nessuno vuole la presenza di Guterres. Al livello mondiale solo la Cina in maniera strumentale continua ad essere interessata al multilateralismo, ma principalmente per interessi economici. Di fatto siamo in una situazione in cui la collaborazione regionale e multilaterale, basta pensare all’Unione Europea, funziona poco o male. Non si tratta di una buona notizia. 

Per quanto riguarda l’ECOWAS, ha una storia di iniziative militari più lunga delle altre regioni africane. E’ intervenuta nella guerra di Liberia ed è l’organizzazione regionale africana che ha più esperienza nell’organizzare missioni militari congiunte. Tuttavia i risultati sono stati modesti. Si deve aggiungere che nel Sahel c’è anche l’influenza di altri paesi come l’Algeria o la Libia, quindi è molto difficile un intervento che trovi tutti d’accordo. La stessa SADC ha un record negativo di interventi militari. Quei pochi che hanno fatto, come adesso nel Kivu, non funzionano. In Congo c’è anche la più grande operazione ONU africana ma adesso sarà ritirata dopo da 20 anni. Ultimamente in nord Mozambico è stato il Ruanda a risolvere la situazione ma ora i ruandesi vanno via, lasciando dei loro contractor. Forse l’ECOWAS è l’unica organizzazione regionale africana che sa come si organizza un’operazione militare congiunta ma politicamente è divisa sul da farsi ad esempio dopo il golpe in Niger. 

La cooperazione tra gli Stati e la loro volontà politica a cooperare svolgono un ruolo cruciale in tali dinamiche. Ad esempio prendiamo il caso dell’Italia e della Francia: fino ad ora non sono riuscite a raggiungere un accordo per operare congiuntamente in Libia o in Tunisia o addirittura in Libano, dove entrambi i paesi hanno dispiegato truppe. Tutto questo può essere problematico: diventa evidente che la necessità di una volontà politica congiunta è fondamentale per raggiungere obbiettivi comuni. Questo risulta particolarmente complesso tra gli stati europei. Tale fenomeno si manifesta anche in altri contesti critici come la grande guerra russo-ucraina, dove non è stato ancora possibile raggiungere un accordo sul futuro del conflitto. La Polonia e i Baltici seguono una direzione diversa dall’Italia e dalla Francia, mentre la Germania assume una posizione intermedia. Tale dinamica si riflette anche in ambiti diversi come la questione migratoria o la questione del terrorismo. Nonostante esistano le capacità, le tecnologie e le risorse necessarie, è evidente che manchi la volontà politica di cooperare efficacemente. 

  1. Visto lo spettro di una nuova Guerra Fredda tra Washington e Pechino, può la lotta al terrorismo diventare area di competizione tra le grandi potenze? In alcuni casi il gruppo mercenario della Wagner si propone come alternativa alle missioni di pace europee o onusiane, cosa cambierà dopo la destituzione di Prigozhin? 

Il gruppo paramilitare Wagner fino ad ora si è posto come alternativa alle missioni europee o delle Nazioni Unite, ma potrebbe subire cambiamenti dopo i fatti di Rostov e la cacciata di Prigozhin. La Wagner resta comunque legata a traffici e attività commerciali considerevoli, il che rende problematico il suo coinvolgimento. Questa organizzazione cerca compensazioni economiche, il che la rende inadatta a svolgere efficacemente altri ruoli. Pur potendo agire come fornitore di sicurezza per un periodo limitato presso alcuni regimi, la sua azione non è sempre coronata da successo. Ad esempio, le operazioni in Siria e in particolare quella in Mozambico si sono concluse con risultati negativi, dimostrando la sua limitata efficacia militare. La Wagner non può essere considerata onnipotente. È importante monitorare gli sviluppi futuri dei suoi membri. Considerando il contesto delle relazioni sino-americane, i cinesi stanno cercando di mantenere la loro influenza economica, politica e commerciale globale ma la riduzione del suo commercio estero ormai è evidente. Ciò riflette le scelte competitive degli Stati Uniti che cercano di frenarne l’espansione. Attualmente Washington non sembra interessata a trovare un accordo con Pechino come l’aveva con l’Unione Sovietica. Pertanto, persiste la competizione tra queste due potenze. Passando all’ambito antiterrorismo, entrambi gli Stati condividono una visione simile. La percezione della non interferenza negli affari interni è variabile: ciò che per l’Occidente sembra non ingerenza lo è per i cinesi e viceversa. Nonostante le polemiche nei paesi occidentali, tali divergenze evidenziano la diversità tra il modello democratico e il modello di controllo dei cinesi.

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