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La sfida di Putin al mondo. Intervista a Giuseppe Sacco

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Per meglio comprendere rapporto tra la Guerra di Putin e il futuro della Globalizzazione, il Centro Studi Geopolitica.info ha incontrato Giuseppe Sacco, professore ordinario di Politica Economica Internazionale.

Poniamo a Giuseppe Sacco, professore ordinario di Politica economica internazionale alcune domande sul rapporto tra la Guerra di Putin e il futuro della Globalizzazione. Giulio Tremonti ha scritto – commentando le cause scatenanti del conflitto in Ucraina – che “fine della Globalizzazione ha portato alla guerra”. È d’accordo con questa affermazione?

La globalizzazione è un fenomeno determinato dall’apertura del mercato del lavoro cinese (e poi di altri Paesi, soprattutto di cultura sino-mongolica) al capitalismo americano, il che ha determinato – oltre all’uscita dalla povertà estrema per qualche centinaio di milioni di esseri umani – trent’anni di sviluppo mondiale senza inflazione, anzi in alcuni settori con una progressiva discesa dei prezzi dei manufatti. In contemporanea, come ha scritto lo stesso Professor Tremonti, è apparsa una dicotomia tra Paesi di recente sviluppo le cui caratteristiche culturali facevano si che essi siano grado di attrarre ricchezza, e Paesi che invece di ricchezza sono prevalentemente distruttori. Ciò non poteva che suscitare l’ostilità nei paesi che avevano dominato nell’era industriale, che va da poco prima dalla metà del XIX secolo a poco dopo la metà di quello successivo, e che già, a partire dai primi anni del XX secolo, avevano dovuto far fronte alla minaccia portata dalla Germania alla loro egemonia politica.

La Globalizzazione comincia con il dis-allineamento di due potenze comuniste come la Cina e l’URSS a seguito dell’intelligenza strategica di Nixon e Kissinger. Oggi – alla luce del paradossale ricompattamento del “resto del Mondo” contro l’Occidente – non troviamo più traccia di quella sagacia e lungimiranza. Perché secondo lei?

Cruciale fu l’intuizione di Kissinger che il passaggio da Mao, che era fortemente influenzato da un’ideologia europea, al pragmatismo di Deng, che aveva fortissime “caratteristiche cinesi”, offriva un’occasione unica agli Stati Uniti. Egli seppe sfruttare il disaccordo, peraltro già esistente a livello politico, tra Russia e Cina. Ma fu l’idea di Deng, di “prendere a prestito” capitali e tecnologie dall’Occidente che rese possibile l’apertura del mercato cinese del lavoro, in cambio dell’apertura del mercato americano dei consumi a basso costo. Più difficile è rispondere sul perché oggi negli Stati Uniti emerga uno come Blinken, mentre vengono ignorate le grida di allarme dello stesso Kissinger insieme, per la verità a quelle di Bernie Sanders, e anche di qualche vero esperto di cose diplomatiche e militari.

Se è vero che almeno due generazioni di blue colar statunitensi sono state sacrificate per vincere la Guerra fredda, la Globalizzazione ha portato alla fine della povertà estrema per miliardi di esseri umani. Questa è una delle tante contraddizioni di questo fenomeno che ha segnato la storia degli ultimi 40 anni. Quale bilancio traccerebbe?

Il fatto che la vita di un enorme numero di blue collar sia stata distrutta non dalla Guerra Fredda, bensì dalla delocalizzazione delle attività produttive verso la Cina, è una conseguenza del mito del successo personale che costituisce il credo fondatore delle società protestanti. E che, negli Stati Uniti, alimenta un feroce individualismo e ha reso sinora impossibile la nascita di un minimo di Welfare State, contrariamente a quanto è avvenuto – sia pure in maniera assai imperfetta – in alcune nazioni europee.

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