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Settanta anni di relazioni italo-giapponesi: politica e diplomazia tra Roma e Tokyo dal 1945 a oggi

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Una ricostruzione attendibile delle relazioni italo-giapponesi dal secondo Novecento ai giorni nostri non può che prendere avvio dalla constatazione di alcune evidenti analogie che hanno avvicinato i contesti politici, sociali ed economici dei due Paesi fin dai difficili anni del dopoguerra. Potenze dell’asse sconfitte e sottoposte ad occupazione, a partire dal 1945 Italia e Giappone sono state costrette a confrontarsi con un processo di redistribuzione del potere e del prestigio internazionale che le ha viste in principio declassate da soggetti decisionali a oggetti passivi del sistema internazionale. 
Fino dal Congresso di Parigi del 1947, nel caso italiano, e fino all’entrata in vigore del trattato di pace di San Francisco in quello nipponico, Roma e Tokyo sono state accumunate dall’aspirazione alla ricostituzione di un rango internazionale che riconoscesse quantomeno la piena sovranità interna sui rispettivi territori nazionali. 
Tale processo si è esplicato per entrambi gli Stati sotto la guida, più o meno diretta, degli Stati Uniti. La mancanza di forti risentimenti sui trascorsi bellici, le dinamiche elettorali americane nonché il progressivo abbandono della prospettiva pacifista e neutralista da parte dei governi De Gasperi fanno della superpotenza statunitense il più credibile e ben disposto interlocutore italiano nello stretto consesso dei vincitori della guerra.
Pur senza deresponsabilizzare le scelte compiute sotto il regime fascista, Washington assunse una posizione più morbida rispetto a Londra e Mosca nell’elaborazione delle clausole del trattato di pace italiano e continuò in seguito a perorare la causa di Roma sponsorizzandone l’ingresso nel quadro difensivo dell’Alleanza Atlantica. Ancor più marcatamente nell’arcipelago nipponico gli Stati Uniti si dimostrarono i veri decisori delle sorti politiche degli avversari sconfitti. La guerra in Giappone si concluse con la forzata resa dell’apparato militare di fronte alle devastazioni del duplice attacco atomico sulle città di Hiroshima e Nagasaki, la storica abiura dell’imperatore Hirohito sulla natura divina della sua autorità e l’occupazione capillare del Paese. Negli anni dal 1945 al 1951, Tokyo è stata privata della sua autonomia tanto in politica estera quanto nella gestione degli affari interni.
Tuttavia, non diversamente dall’Italia, l’impero giapponese ha potuto contare sull’asset strategico di una posizione geografica interessante ai fini della politica americana del containment all’espansione globale del socialismo sovietico. Per ciò che attiene il Giappone tale condizione ha assunto una rilevanza ancor più evidente con lo scoppio del conflitto nella vicina penisola coreana nel giugno 1950. È in questo specifico frangente storico che la necessità di stabilizzare il fronte asiatico ha spinto l’amministrazione Eisenhower a velocizzare la conclusione dei termini di una pace che avrebbe trasformato Tokyo da destinatario di un informale mandato internazionale in un affidabile alleato del blocco occidentale.
Benché a fronte di alcune importanti limitazioni circa l’impiego di forze armate – peraltro già delineate nella costituzione imposta nel 1946 – il Giappone recuperò con il trattato sottoscritto l’8 settembre 1951 lo status di attore internazionale autonomo. L’atlantismo in un caso e la ritrovata sintonia con gli Stati Uniti nell’altro sono i vettori che nella prima metà degli anni Cinquanta hanno condotto Italia e Giappone all’ingresso nelle principali organizzazioni internazionali quali il Gatt, l’Organizzazione delle Nazioni Unite e il sistema di Bretton Woods. Superata in tal modo l’eredità della sconfitta militare, i due Paesi, nuovamente allineati sul medesimo schieramento internazionale, hanno ristabilito piene relazioni diplomatiche.
L’analogia politico-diplomatica del fondamentale rapporto con gli Stati Uniti, costante che si manterrà invariata nei decenni successivi, è seguita negli anni caldi nella guerra fredda dall’analogia economica di un boom industriale che investe in misure comparabili la popolazione e le casse statali sia nipponiche che italiane. Roma e Tokyo hanno conosciuto nei tardi anni Cinquanta e per tutti gli anni Sessanta una crescita esponenziale del prodotto interno lordo e del reddito pro-capite. Il ritorno della produzione ai livelli dell’anteguerra e il loro rapido superamento, così come l’aumento dei consumi interni, della domanda estera, nonché il consolidamento di un efficace interventismo dell’apparato statale sul sistema economico, hanno fatto degli ex alleati dell’Asse due protagonisti delle dinamiche economiche della seconda metà del XX secolo, contribuendo anche ad un rafforzamento dei rispettivi ruoli all’interno delle parallele dinamiche geopolitiche.
L’ascesa politica ed economica italo-giapponese si è manifestata nel 1975 con un successo diplomatico quale l’immediata inclusione – insieme a Usa, Francia, Gran Bretagna e Germania Ovest – all’interno del ristretto gruppo dei sei, primo embrione dei più importanti meccanismi di consultazione internazionale noti come G7 e G8, ma non meno importanti sono stati i riconoscimenti – solo apparentemente simbolici – dell’assegnazione dei giochi olimpici a Roma e a Tokyo, rispettivamente nel 1960 e nel 1964. Benché fiaccate da una duplice crisi del petrolio che ha messo a nudo la comune difficoltà di approvvigionamento energetico, entrambe le medie potenze hanno proseguito, dunque, un peculiare percorso di sviluppo socio-economico che, nel caso nipponico, ha raggiunto ben presto vette inimmaginabili fino a pochi anni prima. Un contributo sensibile a questo miracolo industriale è stato apportato dalla stabilità del sistema partitico nazionale, monopolizzato fin dal 1955 dal Partito Liberal-Democratico (Pld).
Forza politica moderata e conservatrice, il Pld è riuscito s connettere la storica efficienza della macchina burocratica giapponese con le energie imprenditoriali del Paese e l’inedita attitudine allo ricerca e al progresso tecnologico che ha contraddistinto università e istituti scientifici. Diversamente in Italia, pur a fronte di una non dissimile polarizzazione partitica, fattori economici e fattori politici quali l’accresciuto dissenso sociale o le difficoltà istituzionali causate dalla stagione del terrorismo, hanno decretato la fine della spinta propulsiva del boom industriale. I rapporti economici e politici tra i due Paesi si sono mantenuti sostanzialmente stabili per la restante parte dell’epoca bipolare. Proprio quando quest’ultima si è avvicina alla conclusione del 1989, il Giappone aveva ormai raggiunto un livello di benessere e sviluppo tale da lasciar ipotizzare, nel medio termine, un possibile sorpasso economico ai danni della potenza americana.
Tuttavia, mutuando nel contesto la valutazione riservata in quegli stessi anni dal ministro belga Eyskens alla costruzione istituzionale dell’Europa unita (an economic giant, a political dwarf, a military worm), Tokyo appariva ancora un gigante economico privo di qualsiasi peso politico e, soprattutto, militare. Nonostante le cospicue spese in armamenti difensivi, il Paese risulta vincolato all’impegno post-bellico che l’aveva visto rinunciare a qualsiasi forma di riorganizzazione delle forze armate, così come previsto dallo stesso art. 9 del dettato costituzionale. Privata di strumenti offensivi e di un’avanzata struttura gestionale militare, la Japan Self-Defense Force (Jsdf) si presentava ancora alla fine degli anni Ottanta come uno strumento di polizia interna avulso a qualsiasi esperienza sul campo internazionale e alle dotazioni tipiche degli altri eserciti del campo occidentale.
Il panorama descritto è destinato, tuttavia, a cambiare già nei primi anni del nuovo decennio che vedono la Jsdf per la prima volta impegnata in operazioni di peacekeeping Onu su diversi teatri geopolitici quali la Namibia, l’Iraq o la Cambogia. Sempre nel contesto Onu il Giappone, divenuto da tempo secondo contribuente finanziario dell’organizzazione, reclama la fino ad allora assente rilevanza decisionale propugnando una riforma del Consiglio di Sicurezza che garantisca al Paese lo status di membro permanente con diritto di veto. L’obiettivo appare in una prospettiva generale condiviso anche dall’Italia, soggetto attivo nel quadro del peacekeeping fin dai primi anni Sessanta e contribuente anch’esso ad una considerevole porzione del budget Onu.
Va sottolineato come le aspirazioni di Roma e Tokyo si siano sempre orientate verso progetti di riforma differenti e sostenuti da blocchi diplomatici sotto molti aspetti antitetici. La fine della contrapposizione bipolare costituisce sotto molti aspetti il coronamento di un decennio positivo anche per l’Italia dei governi del “pentapartito” che registrano successi tanto sotto il profilo della diplomazia multilaterale – si ricordi il ruolo svolto nel quadro della missione Unifil in Libano – quanto sul piano dello sviluppo interno, con il Pil nominale che, seppur al prezzo di un forte indebitamento pubblico, giunge e superare quello della Gran Bretagna. Al contempo però l’importante spartiacque storico segna l’inizio di un periodo di crisi per il Giappone e per la stessa Italia. Se in quest’ultimo caso le criticità di manifestarono sul fronte della stabilità politico-istituzionale, con il crollo del sistema partitico che aveva governato la Penisola fin dal dopoguerra, nel contesto giapponese la crisi investe in primo luogo l’apparato economico.
Il collasso della vasta bolla finanziaria creata dai bassi tassi d’interesse e dalla speculazione alimentata da imprese, banche e compagnie assicurative locali, conduce Tokyo in una spirale deflattiva i cui effetti si sono ripercossi sotto forma di stagnazioni nei successivi venti anni di storia giapponese. Si tratta di una condizione di stasi delle capacità rigenerative delle forze economiche, in seguito conosciuta anche dall’’Italia, dove il rallentamento della crescita del Pil si è tramutato in aperta ed irrisolta recessione dal 2008. Ne emerge un quadro contemporaneo che vede Italia e Giappone assestarsi nella struttura internazionale quale consolidate grandi potenze regionali costrette a confrontarsi con analoghe difficoltà nel superare i limiti di crescita dei rispettivi sistemi produttivi. 
  

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