Serbia: lo sguardo è rivolto oltre Mosca?

È dell’11 settembre la notizia della non partecipazione della Serbia alle esercitazioni militari con Russia e Bielorussia nell’ambito della cosiddetta “Fratellanza slava”. Tale decisione sarebbe stata presa in seguito alle pressioni dell’Unione Europea sul governo serbo. Ma come si stanno evolvendo i rapporti con la Russia anche rispetto alla riapertura dei dialoghi con il Kosovo? La recente (ma crescente) presenza cinese nel Paese come sta modificando gli equilibri con Russia ed Unione Europea?

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La “Fratellanza slava” vacilla?

Se già dal maggio 2014 il partenariato strategico firmato tra Mosca e Belgrado era apparso come l’inizio di un sodalizio, dal 2017 si è ulteriormente consolidato con l’elezione di Aleksandar Vucic a Presidente della Repubblica Serba.

Da allora, i due Paesi hanno intensificato il loro legame dal punto di vista culturale, economico e militare. Il rinnovato slancio filorusso nella politica serba è attestato dalle numerose visite ufficiali dei capi di Stato e di Governo nei reciproci Paesi: dalla prima, nel 2017 dell’allora neoeletto presidente Vucic in Russia, passando per il viaggio di Putin in Serbia (gennaio 2019) a sostegno della comune “Fratellanza Slava”, fino all’ultima visita di Medvedev nell’ottobre 2019. In quest’ultimo caso, la commemorazione del 75esimo anniversario della liberazione di Belgrado dalle forze naziste è stata l’occasione sia per rafforzare il legame religioso della comune tradizione e fede ortodossa, sia per sottolineare la vicinanza russa al Partito Progressista Serbo (SNS) di Vucic in vista delle elezioni parlamentari del 21 giugno 2020, poi vinte dall’SNS con oltre il 63% dei voti.

Dal punto di vista economico, la decisione serba di non allinearsi alle sanzioni economiche promosse dall’UE nei confronti della Russia nel 2014 (in seguito alla crisi in Ucraina per l’annessione della Crimea) ha fatto sì che diventasse il principale partner nell’area balcanica e molto vicino alle porte dell’UE. Per questo motivo, gli scambi economici e commerciali tra i due paesi sono diventati sempre più frequenti. Nel 2019 il coinvolgimento della Serbia nel progetto del gasdotto “Turkstream” che dalla Turchia raggiunge i Balcani passando per Mar Nero e la Bulgaria, rappresenta questa rinnovata intesa economica. Il fatto che il gasdotto (di proprietà della russa Gazprom) attraversi per 930 km la rete infrastrutturale europea ha messo in allerta gli Stati Membri confinanti con la Russia. Con il passaggio dalla Turchia e dal Mar Nero (e non dall’Ucraina) paesi quali Polonia, Slovacchia, e gli Stati Baltici vedranno aumentare il prezzo del gas (a causa della maggiore distanza dalla rete) e quindi, la dipendenza dalla volatilità del prezzo del gas russo.

Ma non è solo il commercio ad essere stato interessato da questo accordo: la Serbia è l’unico paese della regione che acquista attrezzature militari dalla Russia, tra i quali il sistema missilistico S-400, cui si accompagna la conduzione di esercitazioni militari con Russia e Bielorussia nell’ambito della “Fratellanza Slava”. Tuttavia, gli Stati Uniti rimangono il partner militare più importante per la Serbia, che ha adottato un piano d’azione di partenariato individuale con la NATO nel 2006. Da allora al 2017, la Serbia ha partecipato a circa 150 esercitazioni con membri NATO e possiede il maggior numero di truppe coinvolte nelle operazioni NATO nell’area balcanica ed è presente anche in altri contesti internazionali. Inoltre, nel 2013 ha istituzionalizzato la cooperazione con l’Agenzia europea per la difesa.

I recenti sviluppi del dialogo con il Kosovo tuttavia, hanno fatto in modo che il governo di Belgrado decidesse il 9 settembre 2020 di congelare ogni possibile esercitazione militare con i partner internazionali. La delicata questione politica si espande ai settori chiave delle relazioni bilaterali con la Russia, tra i quali quello militare.

La posizione dell’UE nei negoziati tra Serbia e Kosovo

Punto fondamentale per il progresso nel processo di integrazione è rappresentato dall’avanzamento dei negoziati di pace e di riconoscimento dello stato di diritto tra Serbia e Kosovo. L’incontro diplomatico del 7 settembre 2020 promosso dall’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri Josep Borrell per la normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi è solo l’ultimo di una lunga serie di incontri bilaterali e regionali.

La riapertura dei colloqui a Bruxelles risale infatti al 16 luglio di quest’anno e grandi passi sono stati fatti: dalla ripresa del dialogo tra le due parti, si è giunti il 4 settembre alla sottoscrizione di un accordo economico a Washington, grazie anche alla mediazione del Presidente Donald Trump, che impegna Belgrado e Pristina alla creazione di un mercato comune e l’abolizione dei dazi doganali. Ma se da un lato, la libera circolazione delle merci indica un’apertura verso il processo di integrazione europea, dall’altro, lo spostamento dell’ambasciata serba da Tel Aviv a Gerusalemme e il riconoscimento dello Stato di Israele da parte del Kosovo pongono i due Stati balcanici in aperto contrasto con le direttive europee, le risoluzioni ONU e il Consiglio di Sicurezza in cui la Russia è membro con potere di veto. Tale diritto, era già stato precedentemente citato dal Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov nel giugno 2020 durante la sua visita a Belgrado. In previsione degli incontri del 27 giugno a Washington, Lavrov ha sottolineato come la questione della cosiddetta “Comunità dei Comuni serbi del Kosovo” non sia ancora stata risolta e che il riconoscimento del Kosovo da parte dell’ONU è soggetto al potere di veto della Russia. Di conseguenza se in futuro non si formasse alcuna comunità, il riconoscimento del Kosovo da parte ONU, così come ogni ulteriore passo in avanti nei negoziati con la Serbia, potrebbe congelarsi.

La lunga mano cinese

Tutt’altra questione è non solo la crescente presenza cinese nell’economia del Paese, bensì l’aumentata percezione presso la popolazione. Il governo di Vucic infatti, con l’esplicito ringraziamento alla Cina per il supporto finanziario nel periodo di emergenza sanitaria, sembra sia intenzionato ad attrarre maggiori investimenti esteri.


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Lo stile retorico proposto dai giornali e dalle dichiarazioni ufficiali dell’amministrazione pubblica serba è molto simile a quello che, fino a pochi anni fa, mirava al consolidamento delle relazioni con la controparte russa. Nonostante sia l’Unione Europea il maggior investitore per lo sviluppo del paese balcanico, secondo quanto riportato dall’Istituto per gli Affari Europei, oggi il 40% dei cittadini serbi considera la Cina il maggiore donors straniero. Oltretutto, il sostegno di Vucic alle posizioni cinesi nella disputa con Hong Kong diminuisce la distanza tra i due Paesi, con il conseguente rischio per la Serbia di prolungare ulteriormente il processo di integrazione europea.

Secondo quanto riportato da Balkan Insight, si ritiene che Belgrado desideri far leva sul suo rapporto privilegiato con la Cina nell’area balcanica poichéil Dragone sarebbe tenuto in maggiore considerazione dall’Unione Europea rispetto alla Russia.

Tuttavia, questo porrebbe la Serbia in una posizione particolare: da un lato, l’Unione Europea teme un tentativo di intromissione economica in un’area non sottoposta alle regolamentazioni del mercato europeo, dall’altra la Russia vedrebbe limitata la propria influenza politica sui Balcani. Inoltre, è probabile che i prestiti e gli investimenti cinesi nelle infrastrutture, industrie e nello sviluppo locale richiedano in futuro altrettanti vantaggi strategici e politici.

I molteplici intrecci e gli accordi degli ultimi mesi potrebbero dunque destabilizzare la storica alleanza tra Belgrado e Mosca? La risposta è di difficile interpretazione, tuttavia sembra che il “soft power” russo non sia (più) sufficiente a mantenere la Serbia nella sua sfera di influenza e il tentativo di risoluzione della pendente questione con il Kosovo apporta ulteriori dubbi sul coinvolgimento dello Stato balcanico alla Russia.