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TematicheItalia ed EuropaUn accordo tra Serbia e Kosovo: ostacoli e prospettive

Un accordo tra Serbia e Kosovo: ostacoli e prospettive

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In un contesto internazionale delicato e dopo mesi di alta tensione tra le parti, i Paesi occidentali spingono Belgrado e Priština a un accordo volto a normalizzare le relazioni. Si apre una finestra di opportunità per compiere concreti passi in avanti.

Nella seconda metà del 2022 lo scenario balcanico è stato segnato, come noto, da una serie di crisi tra Serbia e Kosovo. La preoccupazione per i possibili risvolti sul terreno, peraltro alimentata dalla retorica accesa delle due parti, è stata accentuata dalla difficile situazione internazionale, caratterizzata dal conflitto tra Ucraina e Russia. Questo quadro ha costituito una sfida impegnativa per la diplomazia, alla quale è toccato il compito di affrontare i problemi più immediati e di scongiurare mutamenti dello status quo. Proprio in questo frangente, tuttavia, è emersa in modo inequivocabile l’esigenza di andare oltre la mera riduzione delle tensioni, ristabilendo il dialogo tra Belgrado e Priština e impegnando le due parti in un percorso di normalizzazione dei rapporti.

I Paesi occidentali, in questo senso, hanno dunque aumentato le pressioni su Serbia e Kosovo, con l’obiettivo di favorire il raggiungimento di una soluzione disputa che vede coinvolti i due attori balcanici. Si inserisce in questo contesto la proposta di accordo di cui sono state artefici Francia e Germania, posta sul tavolo nell’autunno 2022 durante i difficili negoziati che hanno seguito la “crisi delle targhe” e il successivo boicottaggio delle istituzioni kosovare da parte della minoranza serba. 

Il piano, successivamente appoggiato dal resto dell’Unione Europea e da allora talvolta chiamato “Piano UE”, non è stato reso noto, ma il suo contenuto è almeno in parte emerso attraverso indiscrezioni di stampa, in primo luogo per via del sito euractiv.com nello scorso mese di novembre e, con maggiore precisione, nel sito del quotidiano serbo Danas nel mese di gennaio. Il piano si caratterizza per il superamento dell’abituale logica incrementale e per l’adozione di un approccio comprensivo, inserendo il negoziato in un framework inedito; si articola in un preambolo e in dieci punti. 

Il preambolo stabilisce una serie di principi (mantenimento della pace, collaborazione regionale e per la sicurezza europea, inviolabilità dei confini, rispetto della sovranità territoriale, difesa delle minoranze nazionali), mentre i successivi dieci punti stabiliscono i confini entro i quali le relazioni tra Serbia e Kosovo dovrebbero svolgersi: rapporti di buon vicinato e riconoscimento reciproco dei documenti più rilevanti, rispetto dei principi stabiliti dalla Carta ONU, risoluzione delle controversie con mezzi pacifici, nessuna opposizione da parte della Serbia all’ammissione del Kosovo nelle organizzazioni internazionali, supporto reciproco alle aspirazioni di ingresso nell’UE, prosecuzione del dialogo sotto l’egida europea al fine di giungere a un accordo complessivo legalmente vincolante, garanzia di un margine di autogoverno alla minoranza serba in Kosovo, formalizzazione dello status della Chiesa ortodossa serba in Kosovo e tutela del patrimonio religioso e culturale serbo, scambio di missioni permanenti.
L’accordo, in ultima analisi, non impegnerebbe immediatamente la Serbia a un riconoscimento ufficiale del Kosovo, ma costituirebbe il presupposto per la normalizzazione dei rapporti tra le parti, consentendo a Priština di fare il proprio ingresso nelle organizzazioni internazionali venendo meno il veto di Belgrado in questo senso. Il governo kosovaro, da parte sua, dovrebbe istituire l’Associazione delle municipalità serbe, in accordo con gli Accordi di Bruxelles conclusi nel 2013 sotto l’egida europea.

Nel corso delle ultime settimane, i Paesi occidentali hanno agito con inedita decisione per indurre le leadership politiche di Belgrado e Priština ad accettare il piano, in particolare attraverso un’opera costante da parte della diplomazia. Il 20 gennaio, infatti, un gruppo composto dall’Inviato speciale USA per i Balcani Occidentali Gabriel Escobar, dal Rappresentante speciale UE Miroslav Lajčák, dei consiglieri del Presidente francese Macron (Emmanuel Bonne) e del Cancelliere tedesco Scholz (Jens Plötner) e del diplomatico italiano Francesco Talò ha incontrato Kurti e Vučić nelle rispettive capitali, chiedendo loro di approvare la proposta di accordo.

La reazione in Serbia

Il Presidente serbo Aleksandar Vučić ha sostanzialmente confermato la veridicità delle indiscrezioni di stampa sul contenuto del piano. Egli ha dichiarato di aver subito forti pressioni da parte degli interlocutori occidentali, intenzionati a ottenere il consenso di Belgrado alla proposta. Vučić ha descritto l’azione occidentale come ricattatoria, volta a minacciare la Serbia di ritorsioni sia economiche (per esempio attraverso l’interruzione degli investimenti) sia politiche, con il conseguente isolamento del Paese sotto questo profilo. Inoltre, una mancata accettazione del piano avrebbe messo a repentaglio la prospettiva di integrazione europea della Serbia.

Egli ha ribadito ciò nel corso di una tumultuosa seduta parlamentare il 2 febbraio, durante la quale i presenti hanno sfiorato persino lo scontro fisico, che ha visto l’opposizione contestare duramente il Presidente accusandolo di “tradimento” e di capitolare di fronte all’Occidente nell’ambito della questione del Kosovo.
Vučić, in quell’occasione, ha sottolineato la necessità di proseguire il dialogo per giungere a una normalizzazione delle relazioni, soprattutto alla luce di perseguire l’obiettivo dell’ingresso in UE da lui definito come “interesse vitale della Serbia”.

Da un lato, un obiettivo primario della Serbia è quello di vedere nascere l’Associazione delle municipalità serbe in Kosovo, come confermato tanto dallo stesso Presidente quanto, alcuni giorni prima, dal Ministro degli Esteri Ivica Dačić, secondo il quale l’Associazione dovrebbe costituire per Belgrado il “punto centrale” di qualsiasi accordo. Dall’altro lato, un passo delicato riguarda l’accettazione del quarto punto del piano, in virtù del quale la Serbia dovrebbe cessare di opporsi all’ingresso del Kosovo nelle organizzazioni internazionali e, dunque, anche nelle Nazioni Unite.

La reazione in Kosovo

Il Presidente kosovaro Albin Kurti ha fatto dell’opposizione alla nascita dell’Associazione un punto fermo della sua condotta nell’ambito dei rapporti con Belgrado. Kurti, infatti, ha criticato l’idea di un organismo fondato su basi etniche, giudicandolo potenzialmente foriero di conseguenze negative per la stabilità del Paese.

La messa a punto dell’Associazione, però, è stata chiesta a gran voce non solo da Belgrado, ma anche dai Paesi occidentali. Gli Stati Uniti, in particolare, sono stati netti nel ribadire questo punto, attraverso sia il Consigliere del Dipartimento di Stato Derek Chollet sia l’Inviato speciale per i Balcani Occidentali Gabriel Escobar. I due, attraverso un articolo pubblicato sul sito kosovaro koha.net il 30 gennaio, hanno auspicato la creazione dell’ente, ribadendo come il governo di Priština fosse obbligato in questo senso sul piano internazionale alla luce degli accordi del 2013. 

Nei primi giorni del mese di febbraio, Kurti ha mostrato delle aperture su questo punto, pur subordinando la nascita dell’Associazione a una serie di condizioni. Tra queste, il cambio di nome dell’organismo e un certo mutamento della sua natura, superandone il tratto monoetnico; una definizione non eccessiva dei suoi poteri esecutivi; lo smantellamento delle strutture illegali presenti nel Kosovo settentrionale; la sua inclusione in un più ampio accordo comprendente il mutuo riconoscimento. Successivamente, il Ministro dell’amministrazione locale Elbert Krasniqi ha fatto ulteriori passi avanti parlando della possibilità di istituire un “consiglio di minoranza nazionale” per la comunità serba.

Kurti, infine, ha dichiarato di accettare il piano UE, giudicandolo come una base adeguata in vista di un accordo definitivo, e si è detto disponibile a un nuovo incontro con Vučić sotto l’egida europea. Parlando della proposta di fronte all’assemblea parlamentare, il Presidente kosovaro ha dichiarato che un rifiuto del piano avrebbe significato non soddisfare le richieste dei Paesi occidentali, il cui supporto, in prospettiva, è fondamentale per Priština al fine di ottenere l’ammissione a pieno titolo nella comunità internazionale. 

È probabile che il governo kosovaro cerchi di inserire la creazione dell’Associazione delle municipalità serbe nel contesto di un accordo più ampio possibile, cercando di ottenere dalla Serbia, se non già un riconoscimento ufficiale, quantomeno delle garanzie adeguate. A quel punto, venuto meno il veto di Belgrado, per Priština potrebbero aprirsi le porte delle organizzazioni internazionali nonché quelle dell’integrazione europea, anche se, sotto questo profilo, un ostacolo è costituito dai ben cinque Paesi dell’UE che ancora non ne riconoscono l’indipendenza.

Si apre, dunque, una finestra di opportunità per compiere dei concreti passi avanti nella complessa questione kosovara, affrontando alcune delle questioni più calde sul tavolo e ponendo le basi per un accordo definitivo. La primavera del 2023 sarà segnata con tutta probabilità dal tentativo di ottenere progressi in questa direzione.

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