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Serbia: gioco di equilibrio tra Bruxelles, Mosca, Ankara e Pechino

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Belgrado non può rinunciare all’ardimentoso obiettivo di una strategia multidirezionale, che elevi la Serbia e che non la isoli, senza sganciarsi da Mosca ma neppure preferendola su tutti.

Sulla penisola balcanica il re serbo Stefan Dušan ampliò il suo dominio fino alla regione meridionale dell’impero bizantino, per poi proclamarsi nel 1346 imperatore dei serbi e dei greci. Le rivalità tra i feudatari balcanici indebolirono la capacità di resistenza alla minaccia islamica dei popoli cristiani, in quel modo facile preda dei turchi. Nel 1352 con la conquista di Gallipoli, questi ultimi, discendenti dei selgiuchidi dell’Asia minore, costituirono la loro prima testa di ponte sul territorio europeo spezzando una volta per tutte le ostilità da parte dei locali nelle memorabili battaglie sul fiume Marizza (1371), sulla Spianata dei Merli o Kosovo Polje (1389) e a Varna (1444). Maometto II entrava trionfalmente a Costantinopoli. Dopo il 1453 il sultano turco prese il posto della potenza imperiale cristiana sul Bosforo, preservandolo audacemente per ben 500 anni. Con la caduta per mano turca della “seconda Roma”, Ivan il Grande si attribuì la translatio imperii, proclamando Mosca “terza Roma”, protettrice dei popoli slavi. Furono proprio i soldati russi, devoti ad Aleksandr Nevskij, notorio per le sue epiche gesta militari, ad introdurne il culto in Serbia durante la guerra del 1876 contro i turchi. La costruzione della chiesa dedicata al santo sulla via dello zar Stefan Uroš IV Dušan, o Cara Dušana, a Belgrado, giovò alle relazioni culturali e politiche fra i due Paesi. Oggi così vicini così lontani. 

Conflitto ucraino, dissidi nell’ex-Jugoslavia e il rapporto con Mosca

Dall’invasione russa dell’Ucraina, una funambolica Belgrado ha sostenuto le risoluzioni ONU che condannano le azioni della Russia, rifiutandosi di sottoscrivere le sanzioni europee a Mosca, altresì compiacendo le forze nazionaliste che appoggiano apertamente il Cremlino.

Diniego che potrebbe compromettere l’ingresso della Serbia nell’UE, ma che ha assicurato al presidente Aleksandar Vučić di stipulare a maggio un contratto triennale con Gazprom grazie al quale la Repubblica di Serbia (Repubblica Srbija) sta affrontando l’inverno della crisi energetica con un dispendio minimo rispetto a tutti i paesi UE. 

La vulgata vuole Putin, paladino degli ortodossi e imbrigliato nella guerra in Ucraina, soffiare sui venti del Kósovo o Kosóva (per gli albanesi) quasi fosse inedito l’imperituro sostegno alle velleità serbe sull’insanguinata “spianata dei Merli” (o Kosovo Polje) nelle cui fertili distese i re serbi eressero tra il Duecento e il Trecento chiese e conventi. Oggi invece barricate, a Mitrovica, decise dopo l’arresto di un ex agente serbo della polizia kosovara. Al Nord (a maggioranza serba) dove persiste l’attività di strutture parallele legate a Belgrado, dove transitano auto con targhe illegali e si lavora e commercia coi dinari serbi. Paradigma di un’integrazione mai compiuta, nelle parole del premier kosovaro Albin Kurti. Appelli alla rimozione delle barricate sono giunti da USA, UE, NATO e dal presidente serbo Alexandar Vučić. 

In egual modo il presidente russo patrocina in via del tutto non ufficiale le istanze oltranziste che rumoreggiano nella Republika Srpska (abitata prevalentemente da serbi etnici), generata insieme alla Federazione croato-musulmana per ricomporre le apparenze di uno Stato bosniaco sulle scrivanie di Dayton nel 1995. Atto quasi finale delle guerre di successione jugoslava, dei croati contro i bosgnacchi, dei serbi contro i bosgnacchi e serbi contro croati, nelle quali si riscoprivano e manipolavano a fini geopolitici antiche linee di faglia cultural-religiose. Riflesso di uno sfondo multiculturale che rimane dipendente dalla indulgenza dei rispettivi protettori e all’ombra delle grandi potenze. Nel caso in cui i russi fossero riusciti a prendere Kiev, la Republika Srpska avrebbe con tutta probabilità dichiarato l’indipendenza, non fosse altro che Mosca persiste nell’incapacità di soddisfare tali lusinghiere aspirazioni. 

Di notevole risonanza le istanze separatiste avanzate dai serbo-bosniaci, di cui si è fatto interprete Milorad Dodik, prima come presidente della Republika Srpska e poi da membro serbo della presidenza tripartita di Bosnia-Erzegovina. Critico verso presenze “esterne” al Paese come l’Alto Rappresentante, Dodik promuove iniziative che restituiscano ampie prerogative alle entità federate, sottraendole al governo centrale di Sarajevo, e minaccia il ritiro della componente serba da istituzioni e organi condivisi, sentiti come soffocanti dagli stessi croati e musulmani all’interno dello Stato bosniaco. 

Con la celebrata festa della Republika Srpska, incostituzionale per la corte di Sarajevo, il presidente della repubblica serba di Bosnia brandisce con decisione la trasparenza degli intenti secessionisti, deciso più che mai a consegnare una onorificenza al presidente russo, concepito come artefice dello sviluppo della cooperazione fra la Repubblica Srpska e Mosca, rimanendo in attesa di una Grande Serbia. 

Aspirazione che il presidente serbo Vučić non può che assecondare informalmente per non dover frenare l’ardimentoso obiettivo di una strategia multidirezionale, che elevi la Serbia e che non la isoli, senza sganciarsi da Mosca, ma neppure preferendola su tutti. 

Condotta adottata nelle vicende di Pristina, di cui Belgrado non è disposta a riconoscere l’indipendenza. Imperturbabile al cospetto della prevedibile decisione del KFOR (missione NATO in Kosovo) di respingere la richiesta del governo serbo di inviare un proprio contingente in Kosovo, dove la maggioranza della popolazione è albanese e musulmana. 

Relazioni con Ankara e Pechino

Il presidente turco Erdoğan, durante l’ultima visita a Belgrado a dicembre 2022, si dice pronto a sostenere la Serbia e il Kosovo nel superare le loro sfide, malgrado le ataviche divergenze. In barba al Monumento Equestre a Mihailo III Obrenović che indica col dito il sud di Belgrado: Kosovo o Istanbul?

I due Paesi firmano accordi al fine di facilitare e proteggere gli investimenti, per irrobustire i loro legami nel settore di media e comunicazioni, dunque firmando un protocollo di cooperazione tra il servizio serbo RTS e la Turkish Radio and Television Corporation. 

Soft power alla turca, che si innesta su questioni più ampie. Legami storico-religiosi nei Balcani occidentali e ambizioni serbe. Scarsa produttrice di gas e petrolio, importati primariamente dalla Russia, già nel 2018 la Serbia prendeva parte all’inaugurazione del gasdotto transanatolico (Tanap) che conduce il gas azero verso occidente, e di recente ha intensificato le cooperazioni bilaterali con il presidente Ilham Aliyev a seguito dell’inaugurazione del gasdotto IGB (ottobre 2022). 

L’inizio dell’operazione militare speciale del 24 febbraio scorso ha avuto gravose ricadute anche sul ciclopico progetto BRI (Belt and Road Initiative): le linee ferroviarie Cina-Russia e Cina-Kazakistan-Russia coprivano fino ad allora l’80% dei commerci fra Cina ed UE. Di conseguenza il colosso asiatico ha intensificato i propri traffici lungo il cosiddetto Middle Corridor, una rete ferroviaria che da Pechino attraversa l’Asia in direzione ovest-est, arrivando ad Istanbul per poi proseguire in territorio europeo attraverso Sofia, Belgrado e Budapest. E proprio nella capitale serba si sta procedendo all’edificazione di un importante Centro di Cultura Cinese sul sito dell’ambasciata distrutta dalle bombe occidentali del 1999, quasi a suggellare una cooperazione fra i due Paesi che vede da diversi anni la Cina investire in infrastrutture e servizi, finalizzati al progetto BRI, con la Serbia partner elettivo nella regione balcanica. Da ultimo l’acquisto del sistema di difesa missilistico terra-aria FK-3 e i droni CH-92A dalla Repubblica Popolare. 

Sotto l’ombrello di Bruxelles?

I rapporti di Belgrado con Russia, Turchia e Cina, nella loro dimensione strategica, sembrano allarmare non poco Bruxelles, che – circospetta – stanzia 1 miliardo di euro per i Balcani occidentali, di cui 165 milioni in favore della Repubblica di Serbia per il sostegno immediato al suo bilancio. L’UE rimane un importante partner commerciale di Vučić e con questa mossa prevede importanti investimenti per la costruzione dell’interconnettore energetico Serbia-Bulgaria. 

Neutrale all’interno dell’equilibrio delle alleanze nel sistema internazionale, Belgrado non aspira a diventare membro della NATO che la punì bombardandola nel 1998, poiché considerata un residuo della sfera d’influenza russa nel continente europeo e insieme un regime dittatoriale incompatibile con la nuova Europa democratica e filoamericana in via di composizione. 

Conclusioni

Oggi la Serbia si ridesta, cerca di non perdere le condizioni per l’ingresso nell’UE, si apre a nuove alleanze, tenta ed è tentata dall’antico dominatore turco, tracciando con esso una nuova traiettoria di comuni proficui intenti. Quasi che il suo Monumento al Vincitore (Pobednik) si rianimi nel falco che regge in mano, simbolo di libertà e accoglienza, e nella spada che punta al suolo, per figurare il mantenimento della pace. Per avanzare in equilibrio e sopravvivere.

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