Il senso di Macron per l’Atlantico

Il 22 Aprile del 1960 il Presidente francese De Gaulle, accompagnato dalla moglie Yvonne, atterrò a Washington per una visita di stato di quattro giorni, ricca di appuntamenti ed incontri a fianco del presidente Eisenhower.

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Le relazioni tra i due i paesi non erano in quel frangente storico delle migliori. Da una parte dell’oceano la Casa Bianca premeva perché l’Europa seguisse una forte politica atlantista in funzione antisovietica mentre dall’altro lato il vecchio continente, con i suoi embrionali progetti di integrazione economica, desiderava avere una maggiore autonomia. In particolare la Francia, soprattutto a causa di alcune tensioni coloniali, voleva avere ampia libertà in politica estera.

I due Presidenti, entrambi militari prestati alla politica, si conoscevano dal difficile periodo della seconda guerra mondiale. Avevano opinioni diverse e visioni discordanti su molteplici questioni, ma convenivano sulla necessità di una forte politica atlantista e su un solido legame tra gli Usa e la Francia. Erano consci che le secolari democrazie occidentali dovessero essere i fari a cui tutti dovevano ispirarsi dopo il secondo devastante conflitto mondiale. Fu con questo spirito di costruttiva amicizia che il generale De Gaulle varcò le porte del Congresso statunitense e, a camere riunite, propose agli americani di mettere da parte le divergenze per convergere su alcuni punti fondamentali.

Quasi sessant’anni dopo il presidente Emanuel Macron è atterrato sul suolo americano con il proprio aereo di stato accompagnato dalla moglie Brigitte con il medesimo obiettivo. L’ambizioso progetto non si discosta da quello del suo lontano predecessore e, a poche ore dal suo discorso al parlamento statunitense, pare non aver sbagliato nulla. Trump e Macron non sono poi così diversi: entrambi rappresentano una novità sul piano politico e pochi mesi prima del loro insediamento nessuno li accreditava come possibili vincitori. Per di più è appurato che tra i due sia nato un buon feeling e la storia insegna che, in questo tipo di relazioni, anche l’alchimia che si può creare tra due presidenti possa avere effetti determinanti.

Sull’Airbus presidenziale decollato da Parigi i fascicoli che l’inquilino dell’Eliseo ha studiato con determinazione sono tre: il primo legato alla spinosa questione ambientale, il secondo in riferimento alla polveriera siriana ed il terzo, forse il più ostile, era quello sull’accordo nucleare iraniano.

Nel lungo intervento in inglese davanti ai membri del congresso, Macron è riuscito a toccare tutti gli argomenti offrendo a Trump ogni tipo di collaborazione. Come un buon amico deve fare, non ha mancato di sottolineare quanto il rilancio dell’economia mondiale non possa non attenersi a rigide regole legate al rispetto ambientale che tutti gli stati devono osservare per il futuro del pianeta. Sulla Siria ha invitato il presidente americano ad un ripensamento in merito alla volontà di ritirare i propri soldati dal territorio mediorientale; inoltre, consapevole dell’importanza di Mosca come partner (Macron a fine maggio sarà ospite da Putin a San Pietroburgo), ha lanciato appelli affinché si possa intraprendere un percorso di pacificazione reale per quella martoriata terra. Infine, con abile maestria, ha mescolato le carte in merito all’accordo nucleare iraniano imbarazzando gli alleati europei. Non sappiamo ancora cosa ne sarà del celeberrimo protocollo firmato dai cinque più uno in merito all’utilizzo dell’energia nucleare a Teheran, più volte contestato dal Tycoon americano. Certo è che tra i più di quaranta applausi ottenuti durante il suo discorso al congresso uno dei più fragorosi è stato quando ha ribadito che l’Iran non avrà mai una testata militare atomica.

Macron con questa frase ha certo voluto offrire un assist di fondamentale importanza a Trump ma, nel medesimo tempo, ha voluto sottolineare come i valori in politica estera dettati dell’asse atlantica non possano essere considerati secondari né oggi né in futuro.