Il senso di Fillon per la Francia

Uscito vincitore dalle primarie del centrodestra con il 66,5% dei voti, François Fillon rappresenta l’alternativa al Front National di Le Pen, ancora osservato con diffidenza da molti elettori, spaventati dal suo estremismo.

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Indicato come probabile vincitore delle Presidenziali, Fillon ha sancito il successo delle primarie (primo e secondo turno) con due discorsi, nei quali emergono tutti gli elementi caratteristici non solo della sua campagna elettorale, ma anche di quelle dei suoi predecessori.

“Fierté”, “valeurs” e “confiance” sono le parole ricorrenti in entrambi i discorsi: il sentimento di orgoglio francese sembra fondersi con dei valori astratti capaci di riunire sotto simboli  fideistici un “peuple” indefinito, che in comune ha solo l’identità nazionale, o il suo ricordo. La “fierté” non è per l’ex primo ministro un eccesso di presunzione, bensì una necessità quasi vitale, un “immense besoin” di cui ogni cittadino francese deve avvertire l’assenza.

Attraverso il termine “confiance” Fillon offre conforto agli elettori spaventati e confusi: da una situazione precaria e difficile, come precisa all’inizio del discorso del 27 novembre (“Je mesure la gravité de la situation”), da un Front National minaccioso e da una sinistra impercettibile, nella cui evanescenza Hollande rappresenta l’amante traditore, colpevole di non aver mantenuto le promesse fatte e di aver deluso quanti lo sostenevano. Eppure proprio la “confiance” di cui Fillon si è fatto portavoce è stata una delle parole più usate dal Presidente francese durante il suo discorso di insediamento nel maggio 2012, in cui la fiducia richiamata non era una semplice rassicurazione, bensì  un vero atto di fede, necessario alla sua stessa investitura.

Fillon abbandona il ruolo di candidato per assumere già quello di capo dell’Eliseo: l’utilizzo del “nous” avvolgente, viene sostituito nella parte conclusiva del suo ultimo discorso, dalla ripetizione quasi ossessiva del “Je” (“Je mesure…”, “Je vais aller…”, “Je donne…”), una ricorrenza mutuata da Nicolas Sarkozy. In uno studio del 2008, infatti, Louis-Jean Calvet e Jean Véronis hanno analizzato l’uso intensivo del pronome personale Je nei discorsi del predecessore di Hollande, facendo notare come la vicinanza ai cosiddetti verbi modali contribuisse a un diffuso effetto di accentramento lessicale e politico (Calvet J.L.- Véronis J., 2008, Le mots de Nicolas Sarkozy, Paris, Éditions du Seuil). Fillon, smessi i panni di candidato vincente, si affretta a vestire quelli di guida dell’intero Paese, attraverso l’utilizzo anaforico della frase “Je donne rendez-vous à tous ceux qui (…)” e attraverso la dichiarazione della sua personale ambizione (“Mon ambition”). Un’ambizione che da esclusiva si estende a un rarefatto “nous” (“nous prenons fermement les choses en main”), per concretizzarsi nuovamente nella parte finale del discorso con il “notre pays” e il “peuple”. La sovrapposizione tra la prima persona singolare e plurale contribuisce a rafforzare l’unione simbolica tra l’oratore e il suo pubblico, attraverso un naturale processo di empatia. Il climax identificativo cresce nell’ultimo periodo: “Avec ces primaires, une espérance est née. Ma mission est de la faire grandir pour la France et pour la République”. L’uso del termine missione richiama sia un’investitura dal basso, sia una vocazione, un compito da svolgere al servizio della Francia, prima nazione territoriale e infine nazione democratica. L’opposto del nuovo slogan scelto da Manuel Valls “Une République forte, une France juste”, in cui l’identità politica  precede quella territoriale, come nella migliore tradizione socialista.