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Il Senegal e la Casamance: quarant’anni di silenzio su uno dei conflitti più lunghi d’Africa

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Il conflitto nella regione senegalese della Casamance è tra i più tristemente longevi del continente. Iniziato nel 1982, esso affonda le sue radici sulla rivendicazione da parte dei ribelli della Casamance della loro identità etnico-culturale e di una più egualitaria distribuzione delle risorse all’interno del paese. Se la gran parte del territorio attorno a Dakar, infatti, si caratterizza per un clima di tipo saheliano, la regione meridionale della Casamance, racchiusa tra il Gambia e la Guinea-Bissau, si presentaparticolarmente fertile e ricca di risorse, su tutte legname e petrolio. La storica marginalizzazione dell’area, abitata prevalentemente da popolazioni di etnia Djola, cristiane e animiste in un paese a maggioranza musulmano, è stata la scintilla che ha provocato lo scoppio di un conflitto definito a bassa intensità (low-intensity conflict) il quale non ha mancato negli anni di provocare morti e decine di migliaia di sfollati, avendo ripercussioni importanti anche nei paesi limitrofi. 

All’origine delle tensioni: la Casamance tra risorse naturali ed esclusione

Sin dall’epoca del colonialismo francese, la Casamance si è caratterizzata per essere una regione particolarmente ostica, con numerosi episodi di ribellione e resistenza nei confronti delle truppe francesi. In epoca coloniale, la Casamance era parte della più ampia regione chiamata Les Rivières du Sud e fu, dunque, amministrata separatamente rispetto al Senegal dal 1854 al 1939, salvo poi essere integrata con Dakar solo al tramonto dell’era coloniale. Al momento dell’indipendenza, la fortemente egualitaria e decentralizzata struttura sociale delle popolazioni della Casamance, in larga parte cristiane o animiste, entrò in contrasto con la necessità di adeguarsi alle gerarchie di uno Stato-nazione moderno i cui gruppi etnici principali, dislocati nel nord del paese, erano tendenzialmente di religione musulmana e con una struttura sociale centralizzata e basata sulle caste. La reputazione ribelle e il ripudio di qualsiasi forma di potere centralizzato contribuirono a rendere i Djola, il gruppo etnico principale della regione, invisi alle popolazioni del nord, guidate dal gruppo dominante dei Wolof. 

Dal punto di vista geografico, invece, la Casamance si caratterizza da sempre per godere di un clima più favorevole alle coltivazioni rispetto al resto del paese, con piogge abbondanti e la presenza di rigogliose foreste, fonte quest’ultime di legname, una delle risorse più preziose provenienti dalla regione. La ricchezza di risorse naturali della regione ha spinto molti abitanti a interpretare le politiche di Dakar come predatorie e parte di un processo di spoliazione non dissimile da quello attuato dalle autorità francesi in epoca coloniale. Inoltre, a peggiorare la reputazione delle popolazioni del nord, ha contribuito un tentativo costante di “assimilazione” o, come è stato definito negli anni, di “colonialismo interno”, portato avanti da politiche volte a creare una comunità quanto più possibile omogena che potesse rendere il Senegal post-indipendenza perfettamente allineato alle necessità di uno Stato-nazione moderno. Il primo presidente del Senegal indipendente, Leopold Sédar Senghor, appartenente al gruppo etnico Serere, tentò di omogeneizzare i senegalesi sotto l’eredità della cultura francese, in particolare attraverso una politica di francesizzazione volta a rendere la lingua dell’ex colonizzatore il trade d’union delle popolazioni del paese. Solo il suo successore, Abdou Diouf, promosse il wolof come lingua autoctona prevalente, a discapito delle altre, comunque marginalizzando le popolazioni della Casamance e perpetuando un atteggiamento di scarsa attenzione nei confronti della regione. Se, generalmente, la struttura sociale delle popolazioni del nord accettava l’idea di una gerarchia, rendendo tali gruppi disposti a seguire i Wolof nelle politiche di unificazione nazionale, l’egualitaria e acefala società dei Djola non poteva sottomettersi a tali condizioni. Come conseguenza di tale atteggiamento, le autorità di Dakar introdussero nella regione governatori proveniente dal nord, così da tentare di gestire la tendenza centrifuga che si andava delineando. A questo senso di marginalizzazione politico-sociale, si aggiunsero una serie di provvedimenti che andarono materialmente a danneggiare i Djola a livello economico. La Loi n.64 relative au Domaine National del 1964 stabilì la proprietà dello Stato su tutte le terre per le quali non esistevano vincoli giuridici, disconoscendo implicitamente il diritto consuetudinario sulla proprietà comune ed ereditaria della terra caro alle popolazioni Djola. Le terre “confiscate” alle popolazioni della Casamance, inoltre, vennero destinate alle arachidi, generalmente associate al colonialismo, contribuendo dunque a peggiorare la reputazione delle popolazioni del nord nella regione. La negligenza delle autorità centrali nei confronti della regione, attuando politiche economiche dannose e ignorando problematiche strutturali come quella legata alle infrastrutture, pessime nella Casamance, contribuì negli anni a esacerbare quel senso di esclusione che già affliggeva le popolazioni dell’area.  

Il conflitto

Per comprendere adeguatamente il conflitto in Casamance, è importante ricordare come numerosi abitanti della regione abbiano preso parte alla lotta di indipendenza in Guinea-Bissau, conclusasi poi positivamente nel 1974. Un altro elemento fondamentale da ricordare è la lotta di Kukoi Samba Sagna contro il governo di Daouda Diawara in Gambia. Questi episodi, apparentemente insignificanti, hanno invece avuto un ruolo decisivo nel mostrare agli abitanti della Casamance, stretta tra i due paesi sopra menzionati e dunque coinvolta quasi direttamente in quegli eventi, la via della lotta armata contro governi o potenze invise, contribuendo a far arrivare a Ziguinchor, capitale della regione, know-how e idee anti-sistema. 

Nonostante, come detto, la società Djola sia tendenzialmente egualitaria e acefala, la ribellione in Casamance si è andata formando attorno alla figura di un prete cattolico, Padre Augustin Diamacoune Senghor. Padre Diamacoune, attraverso conferenze, pamphlets e propaganda via radio, contribuì enormemente a far prendere coscienza di sé agli abitanti, enfatizzando quel senso di “unicità” che rendeva la Casamance “altro” rispetto al Senegal. 

I prodromi del conflitto si registrarono a partire dal 1980 quando, durante una manifestazione studentesca, uno studente fu ucciso dalle forze di sicurezza senegalesi a Ziguinchor. Da quel momento, in un continuo innalzarsi della tensione, la situazione nella Casamance andò degenerando fino al 26 dicembre 1982 quando numerosi di dimostranti sfilarono per le strade di Ziguinchor arrivando a togliere le bandiere senegalesi dai palazzi governativi. Formatosi poco tempo prima, il Movimento delle forze democratiche della Casamance (MFDC) cominciò da quel momento un’attività di guerriglia a bassa intensità con l’obiettivo esplicito di ottenere l’indipendenza della regione. 

L’MFDC si è caratterizzato negli anni per essere un movimento assai complesso, diviso in una fazione politica e una armata, chiamata Atika, e divisa a sua volta in due fazioni dopo la firma del primo cessate il fuoco nel 1999, rispettivamente il Front Nord e il Front Sud. Alla lotta armata, il governo di Dakar ha risposto con una dura repressione e con un tentativo di smembramento della Casamance, come la divisione della regione in due zone amministrative, Kolda e Ziguinchor, dimostra. L’accordo di pace più recente risale al 2004, ma le fazioni più estremiste del MFDC hanno continuato negli anni a portare avanti una guerra di bassa intensità. Il testo derivato dai negoziati di pace, infatti, non affrontava neanche minimamente le problematiche alla radice del conflitto e contribuì solo a esacerbare le differenze all’interno del MFDC. 

Grazie anche al contributo della Comunità di Sant’Egidio, coinvolta nelle trattative di pace dal 2012 con il governo di Macky Sall, si arrivò ad un cessate il fuoco nel 2014. Tuttavia, ad inizio 2021 l’esercito senegalese ha attaccato in modo massiccio le basi del MFDC con l’obiettivo di eradicare definitivamente il movimento e scardinare i traffici illegali che, negli anni, si sono sviluppati nell’area, specialmente in riferimento al legname e alla droga.

I 40 anni di una tragedia umanitaria e i rischi geopolitici

Il 13 marzo 2022 il governo di Dakar ha avviato un’ulteriore operazione per smantellare le basi del MFDC dopo una serie di scontri avvenuti tra i ribelli e le forze dell’ECOWAS Military Intervention in the Gambia (ECOMIG), dimostrando come la tensione sia ancora alta nell’area. Come ha sottolineato l’UNHCR, una delle conseguenze più devastanti e potenzialmente pericolose di questi quarant’anni di conflitto è l’elevato numero di sfollati. Il numero di persone costrette a fuggire dalle proprie abitazioni a causa del conflitto è imprecisato. Solo da marzo 2022, più di seimila persone si sono rifugiate nel vicino Gambia. Questo elevato numero di sfollati, oltre a costituire una tragedia umanitaria immensa e poco conosciuta, rischia di divenire un fattore destabilizzante anche per i Paesi vicini, come il Gambia appunto, o la Guinea Bissau, con ripercussioni geopolitiche notevoli per una regione già fortemente provata da varie difficoltà. Un altro fattore estremamente preoccupante è la salute mentale degli abitanti della Casamance, soprattutto i più giovani. Oltre al costante stress di vivere in una zona di conflitto da ormai quarant’anni, gli abitanti devono quotidianamente convivere con una presenza incalcolabile di mine antiuomo, le quali hanno causato centinaia e centinaia di vittime e mutilati. L’economia di guerra che ha contraddistinto l’area per tutti questi anni, inoltre, ha peggiorato enormemente le condizioni di vita degli abitanti, contribuendo all’inasprirsi dei sentimenti di astio nei confronti delle autorità centrali. 

Ad aumentare la preoccupazione riguardo alla situazione in Casamance si inserisce il fatto che la Turchia rifornisce di armi sia l’esercito senegalese che il Gambia, storicamente in linea con le posizioni dei separatisti anche se da dopo la caduta di Yahya Jammeh le relazioni tra Banjul e i separatisti si sono attenuate. Se le tensioni al confine con il Gambia dovessero continuare, Dakar e Banjul potrebbero inasprire i loro rapporti e la Turchia si ritroverebbe nel mezzo di un ciclone potenzialmente destabilizzante in una regione già delicata. Sebbene ad agosto, con il supporto dell’ECOWAS, sia stato firmato un nuovo cessate il fuoco e Macky Sall abbia definito la pace in Casamance una priorità, la soluzione a questo interminabile conflitto sembra ancora lontana. 

Conclusioni

Come intuibile dalle considerazioni appena effettuate, il conflitto nella regione della Casamance si caratterizza per essere l’ennesimo, fallito, tentativo di costruire una comunità nazionale omogena in un’area, come quella su cui si estendono Senegal, Gambia e Guinea-Bissau, estremamente eterogenea dal punto di vista etnico-culturale. La responsabilità del colonialismo francese in questa forzata assimilazione è evidente se si pensa all’arbitraria amministrazione che venne fatta dei territori considerati. Alle differenze etnico-culturali si sommano gli anni di esclusione e marginalizzazione di cui sono stati vittima i residenti della regione, ormai divenuta un’area di traffici illeciti che contribuiscono a peggiorare la situazione. Il numero elevatissimo degli sfollati stride con l’assordante silenzio della comunità internazionale su una tragedia umanitaria che si protrae da ben quarant’anni e che si appresta a divenire una bomba ad orologeria in una zona delicatissima del continente africano. Sebbene negli anni sia le autorità di Dakar che i ribelli abbiano più volte menzionato l’intenzione di raggiungere una pace definitiva, le recenti tensioni dimostrano come si sia ben lungi da raggiungere tale obiettivo. Il coinvolgimento di Gambia e Guinea-Bissau, nonché la presenza sulla scena di attori esterni come la Turchia, potrebbe presto risolversi nella tempesta perfetta. A soffrire, come sempre, le popolazioni civili della regione e delle aree limitrofe le quali, oltre a dover convivere con un’economia di guerra, si ritrovano a subire quotidianamente lo stress psicologico di vivere in un’area di conflitto, disseminata di mine antiuomo. Alla gravità della situazione non fa giustizia l’indifferenza della comunità internazionale. Solo il tempo saprà dirci se il conflitto riuscirà ad essere oggetto di maggiore attenzione e se gli attori coinvolti riusciranno finalmente a stabilizzare un’area ormai martoriata.  

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