Il segno di Heydar Aliyev. Il 10 maggio l’Azerbaigian celebra l’anniversario della nascita del suo Leader Nazionale

Il viaggiatore che si trovi, per la prima volta, a visitare l’Azerbaigian rimarrà impressionato dalla presenza dell’immagine di Heydar Aliyev, riprodotta in ogni ufficio e luogo pubblico. Dall’aeroporto internazionale di Baku, allo splendido centro congressi costruito da Zaha Adid, sono molte le strutture e i luoghi intitolati alla memoria del leader scomparso nel 2003.  Gli sono stati dedicati statue e musei così come le sue foto campeggiano in ogni università, ogni scuola, ogni ministero del Paese caucasico. Ciò avviene perchè la figura di Heydar Aliyev non è stata soltanto quella di un leader politico che è riuscito a traghettare il Paese dal caos post-sovietico alla stabilità, ma assolve una vera e propria funzione ri-costituente per tutta l’esperienza nazionale azerbaigiana. Esiste, nella coscienza collettiva del Paese, un “prima” e un “dopo”Heydar Aliyev che viene percepito come il limes tra il caos e la stabilità, tra la vita – intesa come possibilità di futuro del Paese – e la morte, intesa come irreversibile disgregazione della nazione. Avviene ugualmente che le immagini di Mustafa Kemal siano presenti negli uffici pubblici turchi, o che le nostre piazze siano adornate da monumenti e busti di Garibaldi e Cavour. Sono parte di una memoria collettiva che li identifica come figure demiurgiche dell’esperienza statuale. Allo stesso modo la memoria storica di Heydar Aliyev va oltre quella di un normale leader politico ma è percepita come un vero e proprio padre della Patria.

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Heydar Aliyev non fu il protagonista della vita della repubblica sovietica azerbaigiana né nella fase convulsa della Perestroika – tra la seconda metà degli anni Ottanta e i primi Novanta – né nei tragici anni della nuova indipendenza – tra il 1991 e il 1993 – quando la neonata repubblica venne sconvolta dalla guerra con l’Armenia che invase la regione azerbaigiana del Nagorno Karabakh e i sette distretti adiacenti, portando all’occupazione illegale del 20% dei territori azerbaigiani da parte delle forze armate dell’Armenia, l’esodo massiccio di circa 1 milione di rifugiati interni, una devastante crisi economica, tentativi di colpi di Stato interni e violenza politica, corruzione e dilettantismo della nuova classe dirigente. In questo scenario, alla vigilia di un’apocalisse nazionale, si compì il “ritorno” di Heydar Aliyev sulla scena nazionale azerbaigiana. Heydar Aliyev era stato il dominus della Repubblica Sovietica azerbaigiana, più o meno durante la cosiddetta era brezneviana tra la seconda metà degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta. Nella seconda metà degli anni Ottanta Heydar Aliyev aveva lasciato la politica attiva, e si era ritirato a Mosca. Aveva polemizzato con la leadership gorbacioviana dopo i tragici avvenimenti del gennaio 1990, quando il governo sovietico represse duramente il movimento nazionale azerbaigiano provocando centinaia di morti nella capitale della Repubblica sovietica. Heydar Aliyev protestò pubblicamente ed uscì dal PCUS. Gli eventi drammatici del 1991-1993 lo  riportarono in Azerbaigian, compiendo lo stesso“percorso inverso”– da Mosca al Caucaso – del suo collega Edvard Shevardnadze, in Georgia. Il Presidente azerbaigiano Abulfaz Elchibey, nazionalista filo-turco, aveva condotto in pochi mesi il Paese al disastro: sconfitte militari, isolamento internazionale, scarsa credibilità della classe dirigente, paralisi della vita pubblica e dell’economia. Heydar Aliyev ripartì da zero, riuscì a unificare forze confliggenti e a ridare legittimità alla leadership politica azerbaigiana. Usò tutto il suo capitale politico per rinforzare istituzioni completamente svuotate dal conflitto esterno e interno. Fondò il suo primo mandato su tre pilastri: la fine della guerra con l’Armenia attraverso una tregua militare, una posizione internazionale dell’Azerbaigian indipendente e non schiacciata su una delle grandi potenze che agiscono nell’area, lo sfruttamento, in collaborazione con le grandi compagnie energetiche occidentali, delle immense risorse energetiche di cui dispone il Paese caspico con la firma del cosiddetto “contratto del secolo” nel 1994. Tre obiettivi che furono centrati in pieno, e che assicurarono all’Azerbaigian una fortissima crescita economica e sociale, i cui frutti vennero colti in pieno – a beneficio di tutta la società azerbaigiana – dalla leadership successiva, guidata da Ilham Aliyev, eletto presidente alla fine del 2003. Il tutto nel segno della più rigorosa separazione tra religione e politica e con il riconoscimento dell’identità multiculturale del Paese. E’ un dato di fatto che non c’è azerbaigiano – anche critico col governo – che non riconosca che l’avvento di Heydar Aliyev segnò una decisiva inversione di tendenza rispetto a uno scenario di guerra civile. Il segno di Heydar Aliyev fu profondo anche in politica estera. Ebbe l’intuizione di una politica autonoma e flessibile, né schiacciata né ostile alla Federazione russa, aperta all’occidente ma conscia delle differenze con essa, che seppe guardare a nuovi partner internazionali come l’Italia. Heydar  Aliyev visitò il nostro Paese nel 1997, promosse l’apertura dell’ambasciata azerbaigiana e pose le fondamenta di una partnership che dura ancora oggi; una relazione concretizzata dai continui e crescenti scambi economici e culturali e da progetti strategici come il gasdotto Tap. Il segno di Heydar Aliyev è incarnato anche dall’attività della Fondazione Heydar Aliyev che è uno dei soggetti promotori di politiche culturali, sociali e filantropiche più attivi a livello globale. Celebri sono i suoi interventi sul territorio italiano: il restauro dei musei capitolini, o delle catacombe dei SS. Marcellino e Pietro. Nella scena politica internazionale contemporanea, in cui i fattori culturali e sociali di soft power, assumono a contatto con l’opinione pubblica un’importanza crescente, l’eredità di Heydar Aliyev continua a rinforzare lo Stato azerbaigiano nel contesto globale.