Secessione Cirenaica: storie a confronto
La Libia post Gheddafi è lungi dal superare la crisi politica che l’attanaglia da quando il Consiglio nazionale di transizione ha preso il potere nell’ottobre del 2011. La fase di transizione alla democrazia è ostacolata principalmente da problemi di natura tribale ed economica che fanno soffiare sul deserto della Cirenaica venti di secessione mai sopiti. Del resto le criticità istituzionali e di governo, che l’attuale premier, Ali Zeidan, è costretto ad affrontare, sono generate dagli stessi dubbi e diffidenze sull’unità territoriale postisi all’indomani dell’indipendenza, nel 1951.  

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Le forze centrifughe di allora erano desiderose di una forte autonomia politica di Bengasi che si estendesse, ad est, fino ai confini dell’Egitto e ad ovest al Golfo della Sirte: un’area di 820 mila km2 che non doveva subire le pressioni accentratrici di Tripoli. Tanto era forte infatti in Cirenaica l’appartenenza delle tribù nomadi del deserto a regole e tradizioni proprie rispetto alle popolazioni di Fezzan e Tripolitania, che l’idea di nazione – così come declinata nell’Ottocento europeo – in Libia non aveva preso corpo nemmeno nei trentacinque anni (1912-1947) di dominazione coloniale italiana. Tanto è vero che la Commissione Pelt dell’Onu – nata nel 1949 per guidare all’indipendenza la Libia sotto il controllo di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti – definì subito il ruolo di influenza preponderante della Cirenaica sulle altre due province, indicando in Idris al-Mahdi il futuro monarca costituzionale del paese: in esilio in Egitto dal 1922, era il capo dei Senussi, la più importante e numerosa confraternita islamica del sud-est libico.

Il quasi assoluto potere del re – e la rappresentanza maggioritaria della Tripolitania alla camera dei rappresentanti – erano comunque controbilanciati in senso federalista da un senato paritetico, dai governatori delle province, e dai consigli esecutivi provinciali che gestivano fondi e polizie proprie. L’equilibrio di rappresentanze e la distribuzione del potere nella prima Libia indipendente restarono comunque precari. I disordini seguiti alle prime elezioni generali del febbraio 1952 portarono re Idris I ad intervenire con mano forte. La soluzione agevole per la pacificazione venne grazie ad un fattore di stabilizzazione che oggi è del tutto assente: la presenza militare inglese e statunitense. Il monarca senusso chiese consistenti sussidi per riavviare l’economia disastrata dall’emigrazione forzata dei coloni italiani e garantì la sicurezza interna e dei confini grazie alla posizione strategica delle due basi di Wheelus Field e di El Adem. La prima era a Tripoli, e nei piani statunitensi serviva come primo nucleo per quella che doveva diventare la più grande base aerea del Mediterraneo.

La seconda si trovava poco più a sud di Tubruq ed era strategica per il bilanciamento inglese nei confronti dell’Egitto di Nasser e della delicata questione del canale di Suez. La Libia indipendente era dunque una roccaforte militare che proiettava i due paesi marittimi nel centro del Mediterraneo e sarebbe rimasta tale fino all’avvento di Gheddafi, che impose la chiusura delle basi nel 1970 condannandosi all’isolazionismo.

In questi ultimi due anni di rivolte, l’apporto strategico statunitense e inglese in Libia si è ridotto a quello prettamente militare. L’operazione Nato Unified Protector, sotto egida Onu, ha visto in realtà preponderante la presenza della Francia per riacquistare posizioni politiche ed economiche privilegiate su una Libia mai del tutto dimenticata: prima dell’arrivo italiano, i francesi erano decisi ad annettere il Fezzan all’Algeria. I successori di Gheddafi non hanno avuto l’aiuto militare ed economico riservato a al-Mahadi. L’ingerenza umanitaria dell’Onu è stata strettamente necessaria ad alimentare l’insorgenza dei ribelli per il cambio di regime.

Un presidio militare a terra – né tantomeno l’installazione di una base militare permanente – non erano stati previsti dalla risoluzione 1973/2011 del Consiglio di Sicurezza che ha autorizzato l’intervento armato in Libia. Regole di ingaggio che hanno lasciato i ribelli del Cnt a gestire un paese in ginocchio – meno 60% del Pil nel 2011 – con migliaia di miliziani delle tribù ancora in armi che ad oggi il premier non riesce a controllare nemmeno con la dura repressione dell’Operazione Tripoli. La presenza Onu si è limitata all’operazione di peacebuilding dell’United Nations Support Mission in Libya (Unsmil). Come dopo la seconda guerra mondiale la Cirenaica secessionista è puntualmente così tornata a farsi sentire. Le spinte autonomiste di Bengasi trovano ragion d’essere nella carta costituzionale provvisoria della Libia, che l’art. 15 cerca di spegnere sul nascere, recitando: “è vietato creare associazioni segrete o armate o contrarie all’ordine pubblico o alla moralità pubblica, o altri aspetti che rischino di compromettere lo stato e la sua integrità territoriale”.

E poco serve a ribadire alle tribù del sud che la Libia sarà uno “stato indipendente e democratico,” (art.1) e sarà improntato su un “sistema politico civile e democratico basato sulla pluralità politica e sul multipartitismo, in vista di un’alternanza pacifica e democratica dell’autorità” (art.4). A differenza del 1951 le tribù della Cirenaica non vogliono solo vedere riconosciute le proprie peculiarità nell’aspetto culturale ma anche in quello geografico. Fino all’80% del petrolio libico infatti galleggia sotto il territorio senussita: questo fa della Cirenaica il cuore economico del paese e la provincia più importante. L’inconsistente sicurezza della provincia si è già manifestata con la morte dell’ambasciatore statunitense Stevens e potrebbe divenire cronica qualora la nuova costituzione non prevedesse il giusto bilanciamento di potere economico tra Tripoli e Bengasi e l’incanalamento del dissenso senussita attraverso un sistema di forte rappresentanza provinciale.

Costituzione che però vede ancora lontana la sua stesura. Solo a giugno, infatti, 3,4 milioni di libici potranno scegliere i costituenti attraverso libere elezioni. Sempre che nessun ostacolo si frapponga sulla strada verso le consultazioni. Una volta insediata, l’assemblea avrà l’arduo compito di ricomporre le molte fratture che dividono il Paese, garantendogli una solida architettura istituzionale per gli anni a venire.