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Lo scisma jihadista nel Sahel centrale: epilogo del conflitto o preludio di una nuova escalation? 

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Nel Sahel centrale la war on terror non ha ancora raggiunto una svolta strategica, come dimostra l’incessante escalation di violenza che colpisce la regione dal 2015. Nel 2019, questa ondata di violenza è stata oltremodo accentuata dallo scoppio del conflitto tra Jamat Nusrat al-Islam wa al-Muslim (JNIM) e lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS). Uno sguardo più attento ai dati disaggregati sui conflitti armati permette di chiarire come i principali driver della violenza siano mutati nel corso del tempo. Analizzando le dinamiche interconnesse del terrorismo e del counterterrorism, l’articolo si propone di analizzare l’evoluzione delle tattiche violente dei principali attori jihadisti.

La proiezione verso sud di JNIM

JNIM attualmente figura quale gruppo jihadista più violento del Mali, così come del Sahel centrale. Nel 2021 il gruppo ha condotto 213 attacchi causando circa 621 vittime. In Burkina Faso, la violenza del gruppo è aumentata di oltre il 200% rispetto al 2020. Sfruttando l’instabilità del paese, JNIM è penetrato in profondità nei territori burkinabé, proiettando i propri attacchi verso gli stati del Golfo di Guinea. Nel 2020, JNIM iniziò ad insediarsi nel nord della Costa d’Avorio. L’11 giungo 2020, il gruppo jihadista attaccò una postazione dell’esercito e della gendarmeria ivoriana nel villaggio di Kafolo. Nel 2019, JNIM riuscì a penetrare nel Benin settentrionale, tuttavia, è nel 2021 e 2022 che la violenza si è intensificata. L’8 e il 10 febbraio 2022, almeno nove persone sono state uccise nel Parco nazionale W. JNIM ha inoltre ampliato le proprie operazioni al Togo. Il 9 novembre 2021, il Togo assistette al suo primo attacco jihadista; l’11 maggio scorso, invece, subì il primo attacco terroristico mortale a Kandjouaré, al confine con il Burkina Faso.

La settima wilayat dello Stato Islamico

Nel 2021, mentre JNIM è stato il gruppo jihadista in più rapida crescita a livello globale, lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS) è rimasto la minaccia più significativa in Niger, responsabile dell’80% circa di tutte le vittime civili nel Paese. Dopo la morte del fondatore e leader al-Sahrawi, il 17 agosto 2021, ISGS subì una temporanea battuta d’arresto caratterizzata dalla mancanza di coesione tra le sue subunità. Il gruppo, tuttavia, rinnovò la sua campagna di violenza promuovendo comandanti in capo più giovani e sanguinari. Nell’ultimo trimestre del 2021, ISGS condusse infatti 33 attacchi causando 233 vittime documentate. 

All’inizio del 2022, il gruppo ha raggiunto un rilevante punto di svolta. Il 21 marzo, l’esercito maliano venne attaccato a Téssit. L’assalto fu rivendicato dallo Stato Islamico nel nome dello Stato Islamico della Provincia del Sahel (IS Sahel), evidenziando come l’ex ISGS si è distaccato dallo Stato Islamico della Provincia dell’Africa Occidentale (ISWAP), divenendo la settima wilayat nel continente africano. A cavallo tra il 2021 e il 2022, lungo il confine tra Mali e Niger, IS Sahel intensificò inoltre gli attacchi contro le fazioni tuareg/arabe del Mali settentrionale, confluite nel Cadre Stratégique Permanent (CSP) nel maggio 2021. All’inizio di marzo 2022, pesanti scontri sono scoppiati tra IS Sahel e il CSP nella regione di Ménaka. Nell’arco di un mese, i combattenti dello Stato Islamico hanno ucciso circa 400 civili come rappresaglia per gli attacchi del CSP. In aprile, a questi attacchi è seguita un’offensiva di IS Sahel nella regione di Ménaka, terminata con il controllo delle città maliane di Tamalat, Ichinanae, Anderamboukane, Infoukaretane e Inarabane. IS Sahel, di fatto, ha adottato una nuova strategia più aggressiva con lo scopo di controllare il confine tra Mali e Niger, come evidenziano gli attacchi registrati tra il 20 e il 22 maggio a Emis-Emis, Inekar, Aghazraghen e Igadou. 

JNIM e IS Sahel, da amici a nemici, e viceversa?

Queste dinamiche si collocano sullo sfondo di una crescente lotta per la supremazia delle popolazioni del Sahel centrale. JNIM e IS Sahel hanno implementato diverse forme di insurrezione, governance ribelle e ordinamento sociale, con l’obiettivo di stabilire uno Stato islamico nella regione. Come si può osservare in altri contesti in cui operano gruppi affiliati ad al-Qa‘ida e allo Stato Islamico, questa competizione ha spesso condotto JNIM e l’ex ISGS a un conflitto aperto. Nonostante ciò, i due gruppi instaurarono una pacifica relazione per quasi cinque anni, dal 2015 alla metà del 2019. Questa peculiare coesistenza, sviluppatasi nella regione del Liptako-Gourma, ha dato forma a quella che gli esperti hanno definito “Sahelian Exception”.

JNIM e ISGS non diedero mai vita a una vera e propria alleanza. I due gruppi beneficiarono di questa coesistenza grazie al loro comune retroterra socioculturale e alle relazioni personali, favorendo l’attuazione di operazioni militari congiunte, supporto logistico e interscambio di personale. La “Sahelian Exception”, tuttavia, terminò nell’estate del 2019, quando il primo scontro documentato tra JNIM e ISGS si verificò nel villaggio burkinabé di Ariel, nel nord della regione Sahel. La fine di questa peculiare coesistenza fu causata da fattori di varia natura: contrasti ideologici, la pressione dello Stato Islamico nei confronti di ISGS, le mire espansionistiche di al-Sahrawi, le diverse forme di governance implementate e i fenomeni defezionisti verificatisi tra i gruppi affiliati ad al-Qa‘ida. 

Nel corso del 2020, il conflitto tra JNIM e ISGS mostrò una progressiva diminuzione, sebbene i due gruppi si scontrarono almeno 125 volte con una stima di 731 combattenti uccisi. La riduzione dell’intensità della guerra fu associata a un aumento delle operazioni di counterterrorism a guida francese dal gennaio 2020. Nel 2021, secondo ACLED, il conflitto fu caratterizzato da un’ulteriore tendenza al ribasso, registrando approssimativamente 44 scontri e 217 vittime. Gli scontri si concentrarono nella regione Sahel e nelle regioni di Gao, Ménaka e Timbuktu.  Nella prima metà del 2022, il conflitto tra JNIM e ISGS/IS Sahel continua la sua traiettoria discendente, con 15 scontri e 36 vittime riportate. Negli ultimi cinque mesi, gli scontri sono stati localizzati nella regione Sahel e nelle regioni di Gao e Timbuktu. I dati raccolti nel 2021 e nel 2022 mostrano come il fronte di questo conflitto si sia stabilizzato nel cuore del Liptako-Gourma.

Riorganizzazione delle operazioni di counterterrorism, minaccia o opportunità?

Il 14 aprile 2022, lo Stato Maggiore dell’esercito maliano annunciò l’uccisione di una dozzina di militanti islamisti nella regione di Mopti, tra cui il comandante franco-tunisino di JNIM Al-Bourhan. Questa azione militare si pone nel quadro delle operazioni che l’esercito maliano ha condotto dal dispiegamento del Gruppo Wagner nel dicembre 2021, evidenziando la montée en puissance delle Forze Armate Maliane nei territori centromeridionali del Mali. Dall’arrivo del gruppo paramilitare russo, l’esercito maliano ha intensificato le operazioni di antiterrorismo, sostenuto dalla crescente fornitura di armi e dottrine operative da parte di Mosca. Tuttavia, come già documentato, l’arrivo del Gruppo Wagner ha intensificato la violenza delle forze statali contro i civili. 

Dopo la definitiva rottura delle relazioni diplomatiche tra i paesi occidentali e il Mali, il 22 aprile, il parlamento nigerino ha approvato – non senza polemiche – il dispiegamento di ulteriori truppe europee in Niger, trasformando il paese nella piattaforma del dispositivo antiterroristico occidentale nel Sahel centrale. 

Resta quindi da osservare se l’approccio aggressivo di Mosca e la riorganizzazione delle truppe occidentali contribuiranno a frenare l’ascesa dei gruppi jihadisti nel Sahel centrale. Queste nuove strategie di counterterrorism, tuttavia, potrebbero ulteriormente alimentare le rimostranze contro gli abusi dello stato, favorendo pertanto la crescita delle organizzazioni jihadiste. 

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