Sauditi e iraniani nel grande gioco mediorientale

Mentre l’Iran, con la fine delle sanzioni, sembra avere riconquistato il proprio peso economico sui mercati petroliferi internazionali, l’Arabia Saudita denuncia l’appeasement statunitense nei confronti del programma nucleare di Teheran. La nuova leadership di Riyad, sempre più decisa a giocare in Medio Oriente il ruolo di Paese guida degli arabi sunniti, punta, insieme ad Ankara, a rovesciare il governo di Damasco, se necessario anche con un intervento diretto sul campo. Il rischio è che quella che fino ad ora si è manifestata come una guerra per procura tra Riyad e Teheran (quest’ultima impegnata nel supporto a Bashar al-Assad, insieme alle milizie sciite di Hezbollah) possa trasformarsi nella prima guerra regionale del Medio Oriente, con tutti i rischi che un simile scenario può comportare sul piano della sicurezza globale

Sauditi e iraniani nel grande gioco mediorientale - GEOPOLITICA.info Proteste a Teheran per l'esecuzione di Nimr al Nimr, gennaio 2016 (cr: Mohammed Al-Shaikh / AFP)

Obiettivi divergenti e corsa agli armamenti

Lo scenario mediorientale sembra percorso da dubbi circa la validità dell’accordo sul cessate il fuoco in Siria (che si sarebbe) raggiunto, con la mediazione dell’Inviato Speciale delle Nazioni Unite per la Siria (Staffan de Mistura), tra Stati Uniti e Federazione Russa durante la 52° Conferenza di Monaco sulla sicurezza (Munich Security Conference, 12-14 febbraio 2016). Intanto, tra Arabia Saudita e Iran comincia a farsi udire un pericoloso tintinnio di sciabole. I prodromi di questa diatriba, tra (quello che aspira ad essere) il Paese guida del mondo arabo sunnita e lo Stato capofìla della famiglia confessionale sciita, erano già sorti alla vigilia dell’accordo tra Washington e Teheran sul programma nucleare iraniano. Riyad, preoccupata dalle possibili implicazioni militari, aveva rivelato di volere acquisire know-how nucleare dal Pakistan, trovando in Islamabad un partner compiacente e agitando lo spettro della corsa agli armamenti in Medio Oriente.

Secondo il Global Defence Trade Report del gruppo di consulenza strategica IHS Inc., nel 2014 il regno saudita ha sostituito l’India come principale acquirente di sistemi d’arma dagli Stati Uniti. Un altro studio, The Military Balance 2014, (dell’International Institute for Strategic Studies -IISS), rivelava come Riyad, nel 2013, avesse superato il Regno Unito nella lista dei Paesi che investono maggiormente nel settore delle forze armate, posizionandosi, (con una spesa pari a 60 miliardi di Dollari), al quarto posto dopo Stati Uniti, Repubblica Popolare Cinese e Federazione Russa. Spalleggiati dalle ambizioni neo-ottomane della leadership turca, i sauditi si sono inoltre imbarcati, insieme ad altre petromonarchie del Golfo (Qatar in primis), nell’avventura siriana, ponendosi in aperto contrasto con l’alleanza sciita che sostiene il governo di Damasco composta, oltre che dagli iraniani, dalle milizie libanesi di Hezbollah e dagli alawiti (Nusairi) del presidente siriano Bashar al-Assad.

A completare lo schieramento delle diverse forze in campo ha contribuito l’intervento militare russo in Siria, che, come rivelato da immagini satellitari israeliane mostrate il 2 febbraio dal Fisher Institute for Air and Space Strategic Studies della Israel Air Force Association, recentemente è stato potenziato con il dispiegamento di nuovi mezzi, tra cui batterie missilistiche terra-aria S-400 “Triumph” e il sistema combinato missili/artiglieria anti aerea a corto-medio raggio Pantsir S-1 (nome in codice NATO SA-22 Greyhound). Dal canto suo l’Iran ha insistito con l’alleato russo perché venisse rispettato il contratto siglato nel 2007 (del valore di 800 milioni di Dollari, circa) per la fornitura di cinque sistemi difensivi missilistici mobili terra-aria S-300, che, con molta probabilità, saranno consegnati nella versione VM “Antey 2500” (nome in codice NATO, SA-23 Gladiator/Giant). Il 5 febbraio 2004, secondo la Federation of American Scientists, l’Iran avrebbe inoltre testato un siluro Shkval di fabbricazione russa, in grado, grazie all’effetto della supercavitazione, di raggiungere una velocità di 370 km/h.

Religione e politica di potenza

Quella che nel gennaio scorso sembrava essere nata come una sorta di guerra diplomatica dopo la rottura delle relazioni tra le rispettive rappresentanze di Riyad e Teheran a seguito degli incidenti presso la sede dell’ambasciata saudita nella capitale iraniana, (a loro volta innescati dalla condanna a morte del capo religioso sciita Nimr al-Nimr, giustiziato insieme ad altri 46 cittadini sauditi con l’accusa di terrorismo), rischia di trasformarsi in una sorta di guerra inter-religiosa per l’egemonia nel mondo islamico mediorientale. Tuttavia, l’aspetto confessionale, sebbene di considerevole importanza, non deve essere assunto come unico fattore di valutazione dei sommovimenti geopolitici attualmente in corso in Medio Oriente.

Accanto a quello religioso vanno considerati almeno altri due elementi: gli interessi economici e finanziari, legati soprattutto alle oscillazioni del prezzo del greggio, e la politica di potenza perseguita da alcuni esponenti della nuova leadership saudita venutasi a formare dopo la morte di Re ‘Abd Allah (23 gennaio 2015), in particolare dal ministro della Difesa, Sua Altezza il Principe Mohammed bin Salman bin Abdulaziz Al Saud. Il 12 febbraio scorso la Saudi Press Agency riportava la dichiarazione con la quale il consigliere militare del ministro saudita, Brigadiere Generale Ahmed Hassan Asiri, confermava come il regno fosse pronto ad inviare forze militari (ground troops) in Siria per contrastare il terrorismo.

Asiri, che parlava da Bruxelles, dove si era recato con una delegazione guidata dal Principe Mohammed bin Salman per un incontro convocato nel Quartier Generale della NATO tra i ministri della Difesa di ventotto Paesi (tra cui l’Italia) con lo scopo di discutere la strategia di contrasto all’ISIL (Daesh), aveva sottolineato come tale scelta fosse da ritenersi una “irreversible decision”. Sulla base di questi presupposti politico-militari, il copione della guerra “per procura” tra sauditi e iraniani combattuta nel teatro (solo apparentemente) periferico dello Yemen rischia dunque di potersi replicare anche in Siria? Le parole di Asiri sembrano suggerirlo.

Soprattutto se si considera che esse sono giunte quale conferma di quanto già dichiarato il 9 febbraio dal ministro degli Esteri saudita, Adel bin Ahmed Al-Jubeir, circa l’invio in territorio siriano di un contingente composto da forze speciali; decisione accolta con favore dal Dipartimento di Stato di Washington, ma con toni minacciosi dal governo di Damasco. Dovrebbe essere proprio l’Arabia Saudita infatti il Paese leader della Islamic Military Alliance avente, all’interno della più vasta coalizione internazionale, il mandato di contrastare Daesh, specialmente in Siria.

Equilibri regionali e petrodiplomazia

Se il dato delle diverse appartenenze confessionali può apparire immediatamente comprensibile, meno definito sembra invece essere quello degli equilibri geopolitici, tanto che il confine tra (vecchi) alleati e (nuovi) nemici risulta labile. E’ il caso, ad esempio, di alcune anomalie che sembrano interessare la “special relationship” tra sauditi e statunitensi, le quali possono confondere anche l’osservatore più attento. L’alleanza tra Washington e Riyad affonda le sue radici negli anni Trenta del secolo trascorso, quando i capitali della Standard Oil Company of California fecero il loro ingresso nel mercato petrolifero degli Al Saud, fino alla creazione (il 31 gennaio 1944) di quella che ancora oggi è la compagnia petrolifera di Stato, la Saudi Aramco (contrazione dell’originario Arabian American Oil Company).

Sopra tutte, due novità recenti sembrano minare questa intesa. Da un lato il dato (peraltro contrastato da differenti analisi statistiche) secondo cui gli Stati Uniti sarebbero divenuti, grazie anche alla tecnica della fratturazione idraulica (hydraulic fracturing), che consente loro di estrarre shale-oil, il primo produttore mondiale di petrolio (sebbene l’Arabia Saudita rimanga ancora il principale produttore all’interno del consorzio OPEC), e dall’altro il ritorno sui mercati internazionali, dopo la fine delle sanzioni, del greggio iraniano, la cui quota di mercato era stata (in buona parte) acquisita da Riyad durante il regime sanzionatorio. Se inoltre si aggiunge la decisione (dicembre 2015) del Congresso di abolire il divieto di esportazione del petrolio estratto negli Stati Uniti (contenuto, in particolare, nell’Energy Policy and Conservation Act del 1975 e nell’Export Administration Act del 1979), l’esistenza di indizi circa una (possibile) spaccatura negli equilibri mediorientali sembra trovare riscontro, sebbene il recente (16 febbraio 2016) accordo a quattro, tra Russia, Arabia Saudita, Qatar e Venezuela per congelare la produzione di greggio ai livelli di gennaio (2016), stabilizzando così il livello dei prezzi al barile, riveli da parte di Riyad un timido dietro front.

Al netto dell’accordo raggiunto dalla petrodiplomazia russo-saudita a Doha, (che in ogni caso dovrà trovare una ratifica formale e unanime tra i Paesi OPEC per essere rispettato, a cominciare da Iran e Iraq, che avrebbero invece interesse ad aumentare le rispettive quote di produzione), pare comunque che oltre il velo degli schieramenti ufficiali, in Medio Oriente, si stia consumando anche una partita economica, condotta sopra tutti dai sauditi, per rendere poco conveniente lo shale oil made in US, i cui costi di estrazione risultano essere alti rispetto alle tecniche tradizionali, e, nel medesimo tempo, escludere il greggio iraniano dai lucrosi traffici delle rotte petrolifere internazionali. Benché il primo obiettivo appaia maggiormente realizzabile, solo gli sviluppi futuri saranno in grado di fornire un quadro esaustivo di una situazione che oggi presenta ancora molte incognite.

Gli iraniani, infatti, dopo i colloqui di Teheran (17 febbraio) con i ministri del petrolio di Qatar, Iraq e Venezuela, hanno mostrato di assumere un atteggiamento ambiguo, dicendosi pronti ad appoggiare l’iniziativa russo-saudita, senza però specificare se siano anche intenzionati a bloccare de facto la propria produzione, in merito alla quale avevano affermato, invece, di essere intenzionati a portarla ai livelli precedenti all’applicazione delle sanzioni.