Saudi Vision 2030: il futuro dei Saʿūd tra difficoltà e geopolitica

Riyad punta a diversificare la sua economia entro il 2030, a riscoprire le sue riserve minerarie e a sviluppare i settori del servizio pubblico. Tra forti difficoltà, le riforme del principe Mohammed Bin Salman puntano a modernizzare il paese e a tenere testa all’Iran nella regione.

Saudi Vision 2030: il futuro dei Saʿūd tra difficoltà e geopolitica - GEOPOLITICA.info FAYEZ NURELDINE/AFP/Getty Images

Obiettivi e prospettive

Il progetto Saudi Vision 2030 è stato annunciato nel 2016 dalla Casa saudita come principale piano per ridurre la dipendenza dal petrolio dell’Arabia Saudita e diversificare la sua economia entro il 2030. Gli obiettivi includono anche il rafforzamento delle attività estrattive, l’aumento della spesa pubblica per le forze armate e gli armamenti, l’aumento dell’utilizzo delle energie rinnovabili, l’efficientamento dei trasporti e dell’industria aerospaziale, la privatizzazione del settore elettrico, idrico, ospedaliero, aeroportuale e infine l’avvio di finanziamenti a sostegno delle PMI. La recessione economica, il calo del PIL, la diminuzione del prezzo del petrolio nel triennio 2015-2017, che ha comportato la diminuzione di circa il 40% degli introiti erariali, ha spinto la Casa saudita a progettare la diversificazione dell’economia nazionale, slegandola dalla sola rendita petrolifera, oltre a elaborare investimenti miranti la creazione di 450 mila posti di lavoro, per permettere di svincolarsi dai cospicui sussidi erogati ai disoccupati. La roadmap operativa di Vision è contenuta nel National Transformation Program 2020, che prevede il rafforzamento dell’industria estrattiva, in particolare oro, zinco, fosfati, uranio e alluminio e il finanziamento di grandi opere infrastrutturali. La più importante è NEOM, città futuristica con un’estensione di 26 mila km2, che sarà ubicata sulla costa settentrionale del Mar Rosso. La nuova città sarà il centro dello sviluppo tecnologico mediorientale e volano dell’economia saudita, il cui costo si aggira intorno ai 500 miliardi di dollari, concepita con servizi completamente automatizzati e interamente alimentata da fonti rinnovabili. Di notevole importanza anche il progetto del Red Sea Project, un resort turistico di lusso sviluppato su cinquanta isole del Mar Rosso e il parco tematico di Al-Qidiya, a 40 km a sud di Riyad. Un ruolo fondamentale per la realizzazione di Vision 2030 sarà compiuto dal Public Investment Fund (PIF), un fondo sovrano di proprietà dell’Arabia Saudita, con un portafoglio di 200 investimenti, di cui 20 quotati su Tadawul, la borsa saudita. Riyad, per realizzare i suoi progetti, ha intrapreso misure di attrazione degli investimenti esteri, di semplificazione burocratica delle procedure autorizzative e amministrative e un piano di privatizzazioni per il settore privato. Quest’ultimo, prevede la vendita di asset governativi nel 2019 per circa 300 miliardi di dollari, di cui circa 100 miliardi per il collocamento sul mercato del 5% di Saudi Aramco, la società petrolifera di Stato. Sono, inoltre, previsti investimenti per i servizi di e-government, i cui miglioramenti dovrebbero tradursi in procedure amministrative gradualmente più snelle e agevoli, automazione e semplificazione delle procedure di rilascio del visto, assenza di tassazione sul reddito personale e sono stati firmati numerosi accordi per evitare la doppia imposizione fiscale.

Le difficoltà e i rischi

Saudi Vision 2030 è un progetto politico nato dalla consapevolezza che fosse necessario riformare il modello economico del Regno, basato sulla “rentier economy” e su un patto sociale tra la casa reale e il clero wahabita. La difficoltà principale del regno, insieme alle su citate problematiche economiche, sono legate alle nuove generazioni di sudditi sauditi, che aspirano a una maggiore inclusione sociale e lavorativa, oltre alla necessità di coinvolgere la componente femminile nel mercato del lavoro. Quest’ultimo, nel paese, è spesso rimasto chiuso per una serie di motivazioni, tra cui i sussidi elargiti ai disoccupati (la cui abolizione è osteggiata dai conservatori chierici wahabiti) e una carenza nell’istruzione. Essa, rientra sotto il controllo del clero wahabita che tende a concentrare la maggior parte dei fondi destinati all’istruzione nel finanziamento di scuole e università coraniche, non permettendo ai giovani una maggiore istruzione nelle materie scientifiche e ingegneristiche. Per questo motivo, la riuscita di Vision 2030, passa anche per la rinegoziazione del patto sociale tra il clero wahhabita e i regnanti di casa Saʿūd, attualmente la sfida più ardua che attende Riyad, poiché potrebbe condurre allo scontro con il clero wahabita, da sempre protettore e leggittimatore del potere dei regnanti. Nuove difficoltà sono emerse, inoltre, nelle ultime settimane, dopo il caso del giornalista Khashoggi, ucciso all’interno del consolato saudita a Instabul, per mano di agenti segreti del Regno. Dopo l’accadimento e le accuse indirizzate al principe bin Salman, le crescenti polemiche e le tensioni verificatesi, hanno condotto molti AD di importanti aziende a non presentarsi al forum “Davos in the Desert” organizzato dal PIF, nel contesto di Vision 2030, tenuto a Riyadh il 23 ottobre. Tra le aziende che hanno deciso di non inviare i propri CEO al summit vi erano Google, KKR & Co. L.P., Ford Motor, JPMorgan Chase, BlackRock, Uber, The Blackstone Group, oltre a importanti case mediatiche che non hanno partecipato come partner con i loro giornalisti, come la CNN, Bloomberg, CNBC, New York Times, Fox Business Network, Financial Times, Los Angeles Times e Huffington Post. Ostacolo potenziale al rilancio saudita è l’età avanzata di Re Salman, con la relativa questione della successione al trono che potrebbe condizionare lo scenario politico del Regno negli anni successivi. Un altro aspetto interessante è la lotta alla corruzione che può essere molto difficile da raggiungere in una società in cui i legami familiari e tribali sono molto forti e potrebbero compromettere alcuni investimenti. Possibili altre fonti di instabilità potrebbero giungere da atti terroristici contro cittadini o interessi stranieri. Sia al-Qāʿida nella Penisola Arabica (AQAP), che lo Stato Islamico (IS), hanno negli ultimi anni incoraggiato i propri militanti a realizzare attacchi contro obiettivi e interessi occidentali nel paese. Infine, una causa di presumibile instabilità da non sottovalutare è il malcontento delle comunità sciite condensate nella provincia orientale, in particolare nell’area di Qatif, dove si trovano la gran parte delle riserve di gas e petrolio dell’Arabia Saudita.

L’impatto geopolitico

Il progetto saudita ha anche un profonda importanza geopolitica e geostrategica. La città NEOM, ad esempio, sarà posizionata su uno snodo cruciale del commercio, vi transita un decimo dei flussi commerciali mondiali, e la sua posizione più a nord rispetto a Riyad, sposterà il baricentro economico del Regno verso occidente e vicino a Israele e al porto di Eilat. Il progetto NEOM, inoltre, una volta concluso, si estenderà su un’area di 26 mila km2 comprendente i territori di Arabia Saudita, Egitto e Giordania, diventando una zona speciale indipendente estesa su tre diversi Stati. Per l’area, il governo saudita in accordo con l’Egitto, ha già previsto iniziative di sviluppo, tra cui la realizzazione del King Salman Bridge, un ponte da realizzare all’imbocco del Golfo di Aqaba che unirà la costa saudita alla penisola del Sinai. NEOM si ritroverebbe quindi ad essere l’anello di collegamento tra Asia, Europa e Africa. L’Arabia Saudita, infine, punta a divenire attore cardine, a livello ideologico, economico e militare del Medio Oriente, cosa che inevitabilmente condurrà all’acuirsi della rivalità con Iran. Tra gli obiettivi di Vision 2030, infatti, vi è anche l’aumento della spesa pubblica per le forze armate e per gli armamenti, con l’obiettivo di divenire fornitore militare degli alleati della regione, migliorando le relazioni con alcuni partner che condividono la minaccia iraniana.