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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaSaudi Vision 2030: le aspirazioni geopolitiche di Riad

Saudi Vision 2030: le aspirazioni geopolitiche di Riad

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L’Arabia Saudita di Mohammed Bin Salman (MBS) mostra una nuova energia volta a dare centralità al Golfo e a rendere l’area sempre più influente sugli equilibri mondiali. Saudi Vision 2030 costituirebbe il coronamento di tale aspirazione, in grado di attrarre capitali e diversificare un’economia ancora incentrata sugli idrocarburi. Tuttavia, per riuscirci, MBS ha bisogno di un Medio Oriente sicuro e stabile.

Strategia del bastone…

A inizio gennaio, il consorzio europeo che sviluppa il caccia Eurofighter Typhoon avrebbe concesso a Riad l’acquisto di 48 nuovi velivoli, giustificando il fatto attraverso l’esigenza saudita di intervenire e intercettare l’impennata di lanci missilistici degli Houthi contro Israele. Va ricordato che l’Arabia Saudita era già entrata in possesso del caccia di quarta generazione nel 2007, allorquando ricevette una flotta di ben 72 modelli. Non a caso, da anni Riad conduce una politica di difesa tra le più costose al mondo: secondo i dati del SIPRI, nel 2022 il Regno avrebbe speso 75 miliardi di dollari nel settore difesa, posizionandosi quinta per valore complessivo e seconda in termini di share rispetto al PIL. Per quanto riguarda l’import di materiale bellico, Riad figura storicamente come terza destinazione al mondo (Washington primo ed indiscusso fornitore).

L’Arabia Saudita si è sempre affidata ad attori terzi in tema di sicurezza, ma con l’arretramento americano e un Medio Oriente sempre più instabile, il Paese percepisce il bisogno di riservarsi maggiore capacità operativa

E della carota

Se lo strumento bellico non può essere trascurato, MBS sa anche che per stabilizzare l’area e assicurarsi credibilità ha bisogno di un’intensa attività diplomatica che permetta di ricucire ferite dalle quali è più probabile che scaturiscano conflittualità. Infatti, negli ultimi anni Riad è stata protagonista di numerose iniziative atte a riappacificare sia gli attori vicini al proprio Lebensraum (spazio vitale), sia la propria amministrazione e i principali nemici regionali.

Degni di nota i recenti tentativi di riavvicinamento con l’Iran o l’eventualità di riconoscere Israele attraverso gli Accordi di Abramo; ma si pensi anche alla costituzione del Consiglio del Mar Rosso, alla sponsorizzazione di accordi tra Eritrea ed Etiopia o all’attiva promozione di negoziati tra Russia e Ucraina.

In questo dinamismo è evidente sia la volontà di assicurare un clima di tranquillità regionale, sia il desiderio di rendere l’Arabia Saudita un’oasi di pace il cui modello sia apprezzabile globalmente. Il principe ereditario ha tutto l’interesse non solo a prevenire instabilità nell’area MENA, ma a lanciare l’immagine di un Regno che lotta a livello mondiale per garantire dialogo, cooperazione e prosperità. Il soft power diplomatico è fondamentale in tal senso, ed una potenza che si dichiari tale (quindi in grado di influire con successo sui quadranti di interesse) deve dimostrarsi capace di raggiungere i propri obiettivi attraverso l’uso combinato di questo potere unito a quello hard.  Nell’equazione che determina il successo di Saudi Vision 2030 la sicurezza è l’incognita più importante di tutte: senza di essa l’Arabia Saudita potrebbe fallire nel diversificare la propria economia.

Saudi Vision 2030

L’avveniristico e ambizioso progetto, lanciato nel 2016, necessita di circa 700 miliardi di dollari da destinare ad una riconversione dell’economia che trasformi il Paese in un nuovo hub per capitali, imprese, attività d’intrattenimento e un turismo che esuli dal solo pellegrinaggio alla Ka’ba. Alcune iniziative hanno iniziato a dare i primi risultati: il turismo è cresciuto del 156% dal 2019 al 2023, mentre i ricavi legati al settore calcistico ammontano già all’1% del PIL nazionale: l’acquisto di calciatori del calibro di Cristiano Ronaldo, Karim Benzema e Neymar Jr., per quanto criticato dagli osservatori occidentali, rivela un innegabile successo per l’economia e il soft power saudita. Ciononostante, al fine di monitorare gli esiti della Vision di MBS, è necessario confrontare la serie di iniziative da lui intraprese con la realtà dei fatti su un campo figurativamente minato.

Insidie esogene ed endogene

Al fine di aprire il proprio Paese al mondo globalizzato e neoliberale si sono rese necessarie (e si rendono tuttora) alcune riforme nella sfera più rigida del tradizionalismo religioso. Il principe ereditario, infatti, promette di modificare o rimuovere determinati aspetti della vita spirituale in cambio di successo e ricchezza. MBS è giovane, risoluto e con un forte spirito nazionalista, ciò che gli serve per ottenere (apparentemente) il consenso di una popolazione che per i due terzi ha un’età inferiore ai 30 anni. Il problema è che i dettami coranici sono una questione estremamente delicata agli occhi della casta religiosa e della popolazione.

Il patto tra la casa Saud e gli Ulema, che storicamente ha stabilizzato gli equilibri interni, è stato messo ripetutamente in discussione dalle piccole e continue riforme di cui MBS e predecessori si sono resi protagonisti. Inoltre, non si dimentichi che nelle sovraffollate casate monarchiche del Golfo non mancano le rivalità. Il caso saudita non fa eccezione e non va escluso che la nomina a principe ereditario di MBS nel 2017 possa aver generato risentimenti. Ripetuti sospetti sono emersi tra le mura del palazzo reale e le purghe nei confronti di ministri o familiari non si sono fatte attendere (esemplari le serie di arresti e confische del 2017 e 2020). Dall’esterno sembra che il futuro Re sia intenzionato ad eliminare dissensi e rivali in modo da centralizzare maggiormente il comando e dirigere la politica estera saudita secondo la propria visione. Ma tali manovre non sono esenti da rischi. L’emarginazione della casta religiosa e di alcuni personaggi reali dalla scena politica genera per entrambi un nemico comune, un fattore che non deve essere trascurato.

Infine, sul piano esterno va considerato che la diplomazia di stampo saudita è ancora agli esordi, ma soprattutto essa deve fare i conti con una realtà mediorientale assai complessa. La regione è vessata da conflitti e tensioni ben radicati nelle popolazioni e nelle leadership, tanto che non basterà qualche convenzione a garantire la stabilità. 

I diversi elementi che compongono la politica estera saudita lasciano trapelare il desiderio di rendere il Paese una nuova e influente potenza sulla scacchiera mondiale, in grado di difendersi se minacciata, ma capace di dialogare con chiunque al fine di promuovere pace e cooperazione: due obiettivi intermedi essenziali per la concretizzazione di Saudi Vision 2030. Il percorso, però, presenta numerose criticità, le quali dall’esterno o dall’interno intralciano i visionari progetti di MBS. In un sistema internazionale sempre più multipolare, il futuro dell’Arabia Saudita appare legato al successo o al fallimento delle politiche del suo nuovo leader.

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