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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaSanzioni vs Talebani: evoluzione e prospettive future

Sanzioni vs Talebani: evoluzione e prospettive future

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Nel corso degli ultimi dieci anni gran parte del sistema sanzionatorio posto a carico dei Talebani è rimasto inattivo. Tale scelta è stata fatta per non compromettere lo sviluppo di un dialogo con gli studenti coranici, in vista di una progressiva riduzione dell’impegno statunitense sul territorio afghano. Tuttavia, oggi, completatosi ormai il concitato ritiro di fine agosto, agli Stati Uniti e all’Occidente non restano molti strumenti con cui seguire ciò che accade in Afghanistan, né tantomeno con cui assicurarsi che il secondo Emirato Islamico mantenga le promesse fatte prima di salire nuovamente al potere, a cominciare da quelle contenute negli Accordi di Doha di febbraio 2020.

Ad alimentare la radicata diffidenza statunitense verso i Talebani contribuisce soprattutto il crescente numero di violenze commesse ai danni della popolazione. Per questa ragione adesso gli Stati Uniti e i suoi alleati occidentali necessitano di avere nuovamente in funzione lo strumento sanzionatorio costruito negli ultimi venti anni. Servirà una strategia in grado di dissuadere i Talebani dal ricalcare i fasti del primo Emirato, spingendo in modo particolare sul desiderio di riconoscimento internazionale a cui aspira il nuovo regime, e, al tempo stesso, evitare conseguenze troppo negative sul piano umanitario.

Eccessi di burocrazia e potenze poco collaborative: dove rafforzare il sistema?

La colonna portante del regime sanzionatorio contro i Talebani è costituita da due risoluzioni fondamentali del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. La prima è la n.1267 del 1999 e rappresentò la prima risposta alla protezione che i Talebani offrivano ad Al-Qaeda. Tra le contromisure adottate, c’era il congelamento dei fondi talebani all’estero. Il compito di vigilare sulla corretta applicazione delle sanzioni fu affidato ad un comitato interno al Consiglio. Tale risoluzione fu poi divisa nel 2011 in due atti differenti: la n.1988 continuava ad essere diretta ai Talebani, mentre la n.1989 conteneva sanzioni specifiche per Al-Qaeda. Questa scelta mirava a favorire l’avvio di un processo di riconciliazione con i Talebani. Difatti, se da un lato Al-Qaeda continuò ad essere classificata come organizzazione terroristica internazionale, i Talebani invece furono riclassificati unicamente come minaccia per la stabilità e la sicurezza afghana. L’effetto concreto di questa distinzione fu l’attribuzione al comitato interno al Consiglio del potere di sospensione provvisoria delle sanzioni sui fondi e sugli spostamenti, a patto che ciò fosse servito effettivamente a favorire lo sviluppo di un dialogo pacifico. I Talebani sfruttarono subito queste concessioni inviando più volte delegazioni in Russia, Cina, Turkmenistan, Uzbekistan e Iran. Ma la conseguenza più rivelante di questa sovrapposizione di atti fu la nascita di svariati fraintendimenti sul piano burocratico, con potenze come Russia e Cina che, desiderose di aumentare la loro influenza sui Talebani e sul paese, stanno cercando di approfittarne in questi giorni. E se ciò dovesse mettere in imbarazzo gli Stati Uniti, per loro sarebbe tanto di guadagnato. Entrambi i paesi hanno già dato prova di essere disposti a non dare attuazione a misure decise in sede Onu, come quando, nel 2018, non applicarono sanzioni previste per la Corea del Nord. Risulta quindi chiaro che il primo punto su cui l’Onu, e gli Stati Uniti in primis, devono lavorare sia stabilire bene quali siano i limiti che un governo non deve superare quando interagisce con i Talebani. La revisione completa del regime sanzionatorio contro i Talebani da parte del Consiglio di Sicurezza è programmata per dicembre 2021. Soprattutto in quell’occasione sarà decisivo evitare che Cina e Russia esercitino il potere di veto per preservare i propri legami con i “nuovi” Talebani.

Sul piano invece dell’aggiornamento del sistema sanzionatorio c’è un aspetto che più di altri va tenuto presente: molti ma non tutti i leader talebani sono sulla lista nera dell’ONU. Ad esempio, l’attuale leader supremo Hibatullah Akhundzada non è presente, ma l’Onu dovrebbe dimostrarsi pronto ad inserirlo, qualora il secondo Emirato Islamico dovesse confermare i metodi feroci con i quali governa l’Afghanistan. 

Data la farraginosità che caratterizza le sanzioni Onu, in attesa della riunione del Consiglio di Sicurezza del prossimo dicembre, sono soprattutto gli Stati Uniti che cercano di mettere pressione sui Talebani in questa fase. Poco dopo il ritiro, sono stati bloccati 9,4 miliardi di dollari di proprietà del governo dell’Afghanistan presenti in depositi di banche americane. A questo provvedimento ne sono seguiti quasi subito di simili da parte della Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, i quali hanno bloccato finanziamenti già programmati. Nelle ultime settimane anche molte banche private stanno interrompendo i flussi di denaro da e per l’Afghanistan, segno che, in questa fase, le azioni più efficaci non sono il frutto di concertazioni multilaterali ma più semplicemente conseguenze della pressione voluta e coordinata da Washington.

Il futuro delle Ong e il complicato rapporto con il nuovo governo 

Sebbene il sistema multilaterale non sia ancora stato rilanciato del tutto, la pressione che gli Stati Uniti stanno esercitando è sufficiente a produrre un effetto molto negativo sull’attività di assistenza umanitaria in Afghanistan. A essere in dubbio è la permanenza di molte Ong oggi presenti sul territorio. Infatti, dato il predominio americano nei circuiti finanziari globali, il rischio di violare restrizioni imposte dagli Stati Uniti, incappando così in costi ancora più pesanti, aumenta di giorno in giorno, e di conseguenza diminuisce la presenza di operatori umanitari. Per far fronte a questo problema l’amministrazione Biden finora ha emesso due licenze generali, la n.14 e la n.15, le quali tuttavia non chiariscono il problema principale: essendo i Talebani parte di una lista nera di entità con le quali i cittadini americani non possono interagire, come si può considerare questo gruppo ora che rappresenta il governo dell’Afghanistan? Se c’è un ministro che è nella lista, è possibile interagire con esso? In caso di risposta negativa, quali sono le conseguenze? Dalla definizione di linee guida più chiare dipenderà la possibilità per le Ong di continuare a fornire un sostegno concreto alla popolazione afghana.

Il ritorno al bastone e alla carota

Il 24 agosto, i leader del G7, discutendo su come impostare la nuova relazione con i Talebani, parlarono di un ritorno al bastone e alla carota. Ma al di là di tale approccio, che non potrà essere protratto all’infinito, ciò che conterà più di tutto sarà l’evoluzione dei rapporti tra Talebani e Stati Uniti, poiché è dal via libera di quest’ultimi che deriverà il riconoscimento dei primi da parte della comunità internazionale.

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