Santa Sede-Cina: il dialogo latita e Pechino stringe sempre più la morsa sui residui spazi di libertà religiosa

Prosegue lo stallo dei faticosi e stentati colloqui tra la Cina e la Santa Sede, una “tela di Penelope” in corso ormai da tanti anni e sempre ferma difronte alla intransigente posizione cinese di non rinunciare alla nomina governativa dei Vescovi, lasciando alla Santa Sede un vuoto ruolo di “ratifica” ex post. Una soluzione inaccettabile per la Chiesa Cattolica in quanto i Vescovi, successori degli Apostoli di Gesù Cristo, devono essere nominati dal Suo Vicario.

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Altro discorso sarebbe quello di “concordare” nomi graditi al vigente regime – come spesso è avvenuto e ancora avviene, si guardi al Vietnam, nella bimillenaria storia del Papato – ma la nomenclatura comunista e imperialista di Pechino non ha mai mostrato sincera disponibilità a perseguire un serio compromesso, nonostante le chiacchiere velleitarie e senza fondamento periodicamente diffuse da alcuni cosiddetti “esperti” avvezzi a guardare il proprio “dito” per altre finalità. Inoltre, emerge subito un altro scenario: cosa accadrebbe al primo caso di Vescovo nominato dal Governo cinese e non ratificato dal Papa? Pechino si rimangerebbe la nomina? Una ipotesi da classificare nel campo onirico. L’ultimo round di contatti si è svolto a Roma in giugno, dai consueti sterili esiti: lo ha lasciato intendere lo stesso Papa Francesco in una sua intervista alla Reuters, nella quale, molto genericamente, ha tra l’altro affermato che “Il dialogo è un rischio, ma preferisco il rischio piuttosto che una certa sconfitta che deriva dal non mantenere il dialogo”, aggiungendo poi che “per quanto riguarda i tempi alcune persone dicono che è tempo cinese; ma io dico che è il tempo di Dio, andiamo avanti serenamente.”

Da quella intervista sono emerse altre due questioni, tra loro diverse ma entrambe significative per lo sconcerto che hanno generato, non solo nei cattolici cinesi ma in tutti coloro – credenti e laici – che hanno sempre ascoltato la chiara parola dei Pontefici a difesa dei diritti sacrosanti di dignità e libertà di ogni persona umana. Infatti, il centro della Cattolicità universale, da anni ormai, è in silenzio sulle sofferenze alle quali sono tutt’ora sottoposti in Cina i credenti e le gerarchie religiose fedeli alla Santa Sede, silenzio che si estende alla impressionante macchina repressiva in atto contro ogni forma e spazio di libertà religiosa, nel tipico quadro di Leggi e di Regolamenti “Rule by Law” – il contrario del “Rule of Law” – che ha caratterizzato tutte le dittature comuniste. E se questo silenzio ha un qualche (amaro) senso da parte di governi di paesi che devono fare i conti con la crescente potenza economica, commerciale e finanziaria cinese, lascia sgomenti che esso sia stato adottato dalla Santa Sede, sia pure considerando che tale afonia è una evidente scelta per cercare di compiacere gli interlocutori.

L’altra questione, assai minore ma fonte di varia curiosità, è inerente alla favola delle Mostre di opere d’arte tra Musei Vaticani e Musei pechinesi. Di tali Mostre, annunciate con enfasi alla fine del 2017 dalla Direttrice dei Musei Vaticani, nessuno ha saputo più nulla…ma qualcuno, chissà perché, su di esse ha male informato il Santo Padre dicendogli il contrario della verità, ovvero che le Mostre sono avvenute…e così Egli ha affermato alla Reuters. Mentre la situazione è tristemente questa, non mancano le voci coerenti di chi, come l’Arcivescovo emerito di Hong Kong Cardinale Joseph Zen, continua ad ammonire alla prudenza nei tentativi di dialogare con un regime che, nello stesso tempo in cui siede al tavolo dei colloqui, giorno dopo giorno rende sempre più ardua e pericolosa la vita spirituale di milioni di persone che non vogliono sottomettersi agli organismi religiosi gestiti dal partito comunista. Ed ora, con una ulteriore escalation, arriva perfino a colpire anche appartenenti alla cosiddetta “Associazione patriottica” che da sessant’anni gestisce e controlla ogni attività religiosa, ordina preti e vescovi che sono al suo servizio e non godono della stima e dell’affetto della stragrande maggioranza dei credenti. Il caso più recente è quello di Padre Sun Linghui che è stato denunciato dalle autorità per aver accolto, il 4 maggio, un gruppo di fedeli stranieri in pellegrinaggio nella provincia dello Shanxi, sede di una comunità cattolica lì presente sin dal 17mo secolo. Come rivelato da Église d’Asie, l’agenzia delle Missioni cattoliche estere di Parigi, l’Ufficio per gli affari religiosi del distretto di Changan, nella provincia dell’Hebei, ha inviato una lettera alla Diocesi di Shijiazhuang e all’ “Associazione patriottica” per chiedere l’espulsione del sacerdote. Padre Sun Linghui, che appartiene alla Chiesa “ufficiale”, sarebbe colpevole di aver avuto contatti con quel gruppo di pellegrini.  Secondo l’Ufficio per gli affari religiosi, il sacerdote agiva in contraddizione con la “cinesizzazione” delle religioni secondo le nuove norme religiose riguardanti anche l’organizzazione di pellegrinaggi “illegali”.

Secondo l’Ufficio, il pellegrinaggio ha avuto un impatto sociale “estremamente negativo”. Di qui l’ordine di agire entro trenta giorni dal ricevimento della lettera, anche con la nomina di un nuovo sacerdote. L’articolo 73 del più recente Regolamento sulle attività religiose in Cina, in vigore dallo scorso 1° febbraio, stabilisce che, a chiunque organizzi attività religiose non autorizzate, possano essere confiscati soldi e proprietà; e che il “colpevole” sia escluso dal suo ordine clericale. La lettera, che riguarda prioritariamente Padre Sun, invita l'”Associazione patriottica” a rafforzare il suo controllo su tutti i sacerdoti al fine di mantenere “l’armonia sociale”. Dalla provincia nord-orientale dello Shandong è invece giunta la notizia – rilanciata da Asia News, l’agenzia del Pontificio Istituto Missione Estere che rappresenta la più ampia e profonda fonte informativa sulla vita della Chiesa Cattolica in tutta l’Asia – insieme ad un eloquente video, che almeno 70 persone fra membri della polizia e operai demolitori hanno distrutto di recente la Chiesa della comunità di Liangwang, alla periferia del capoluogo Jinan. Ufficialmente per motivi urbanistici. La Chiesa, appartenente anch’essa alla comunità ufficiale, era registrata dal 2006. Negli ultimi tempi il Governo premeva per l’eliminazione della Chiesa, sebbene essa non intralciasse i nuovi piani urbanistici. I membri della comunità e dell’Ufficio affari religiosi locale stavano discutendo per trovare un altro luogo dove riposizionare la Chiesa ma poi, senza alcun preavviso, la Chiesa è stata demolita, distruggendo altare, banchi, sedie, suppellettili sacre e facendo violenza alle tre custodi che erano lì presenti. Testimonianze angosciate informano, inoltre, che la repressione si sta inasprendo nella provincia centrale di Henan dove è concentrato il 10%. dei cattolici cinesi. Sempre di più appaiono realistiche le recenti parole del Cardinale Zen, la cui lucidità intellettuale e coerenza pastorale non risentono dei suoi 86 anni (4 in più di Papa Francesco): “Potete vedere che c’è molto attivismo da parte del governo cinese per rafforzare il suo controllo sulla religione. È quindi ancora più difficile capire come il Vaticano possa raggiungere un accordo che rischia di essere visto come una forma di collaborazione”.