Santa Sofia torna moschea: immagini di una Turchia sempre meno laica

La riconversione di Santa Sofia in moschea è la cartolina di una Turchia che sta ricordando all’Occidente di vivere più in Medio Oriente che in Europa. Il ritorno all’Islam dell’ex basilica bizantina fa da corollario ad una serie di politiche di islamizzazione del paese attuate dall’AKP che sembrano mettere in discussione i principi laici della Repubblica; ma l’Islam è sempre stato presente  in Turchia  e con diversi gradi ne ha influenzato la storia. La riconversione di uno dei simboli della cristianità ortodossa, ma anche del laicismo turco, è inoltre strumentale a rilanciare il ruolo di una Turchia che mira in politica estera a porsi come guida del sunnismo, provando ad estendere la sua influenza sull’ex spazio ottomano.

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Il ritorno all’Islam di Santa Sofia 

Per 1500 anni simbolo di Costantinopoli, un edificio appartenuto alla cristianità ortodossa e cattolica, all’Islam e infine divenuto museo per volere del padre fondatore della Turchia contemporanea. Dal 10 luglio Santa Sofia può tornare all’Islam, dopo la pronuncia favorevole del Consiglio di Stato turco. A seguito della sentenza, il Presidente Erdoğan ha immediatamente firmato il decreto con il quale l’amministrazione di Santa Sofia passa al potente Diyanet, l’autorità statale per gli affari religiosi. Mentre in piazza Sultanhamet sventolano le bandiere turche festanti dei supporter del Presidente, le reazioni internazionali sono state dure. La Chiesa Ortodossa Russa ha espresso disappunto per la decisione turca, accusando Erdoğan di ignorare la voce di milioni di cristiani. Anche Cipro, e Grecia hanno espresso la loro contrarietà condannando il gesto di Ankara come “un’aperta provocazione al mondo civilizzato”, mentre la Russia ha considerato l’iniziativa turca come un affare di politica interna. Ma l’ondata di sdegno travalica il mondo ortodosso a testimonianza del fatto che il gesto turco non abbia solo risvolti religiosi. L’Alto Rappresentante UE Borrell ha definito la decisione turca come “deplorevole” mentre il Dipartimento di Stato USA, tramite la portavoce Morgan Ortagus, ha espresso la sua delusione. La mossa di Erdoğan presenta necessariamente dei rischi: riconvertire in luogo di culto un simbolo come Santa Sofia, trasformato in museo per motivi politici, soddisfa le richieste delle frange ultranazionaliste e islamiche e allontana l’attenzione pubblica dalla grave crisi economico-finanaziaria del paese, ma rischia di peggiorare ulteriormente i suoi rapporti con l’Europa, già ai minimi storici.

Turchia, quale laicismo?

La decisione di trasformare  nuovamente Santa Sofia in una moschea si colloca pienamente nel solco del progetto di Erdoğan di “islamizzare” un paese che dagli anni ’30 ha sempre oscillato fra un laicismo di stampo kemalista e l’appartenenza religiosa all’Islam. Ormai un secolo fa Mustafa Kemal identificò nel laicismo una delle conditio sine qua non attraverso cui modernizzare la Turchia, ritenendo che lo stile di vita islamico fosse un ostacolo decisivo che separava il paese dal progresso. Ecco perché le politiche modernizzatrici di Kemal fra gli anni ’20 e ’30 furono indirizzate a rieducare moralmente i cittadini turchi secondo le celebri “sei frecce del kemalismo”, che per l’appunto includevano la laicizzazione del paese. Occorre tuttavia distinguere il laicismo turco da quello inteso in occidente, in quanto non si basa sulla distinzione tra sfera politica e religiosa, quanto piuttosto di un asservimento della religione al volere dello Stato. L’inserimento in Costituzione del principio della laicità avvenne solo nel 1937, dopo quasi quindici anni passati a rieducare, anche con la forza, una popolazione turca musulmana che vedeva nell’Islam un forte fattore identitario, specialmente dopo che l’Anatolia fu svuotata delle sue minoranze greco-ortodosse in virtù del Trattato di Losanna del ‘23 e della cospicua minoranza armena a seguito del tragico genocidio del 1915-16. La storia della Turchia moderna è dunque strettamente legata a questa doppia identità: quella turca, sviluppatasi nell’800 e consolidatasi sotto Mustafa Kemal, e quella religiosa, sunnita hanafita, rafforzata dai grandi mutamenti sociali di inizio ‘900 e mai del tutto debellata dalle politiche di Atatürk. Il problema dell’identità religiosa emerse con maggior vigore negli anni ’70-‘80, con la nascita di una serie di movimenti estremisti e nazionalisti. Proprio a quel periodo risale il tentativo di dar vita ad una sintesi tra l’anima nazionale laica di stampo kemalista e quella islamica. Questa “sintesi turco-islamica”, elaborata prima dai circoli intellettuali turchi e successivamente messa in pratica dopo il golpe del 1980 dal nuovo governo di destra di Özal, ha permesso al paese di conciliare le sue due anime, favorendo inoltre la diffusione delle influenze delle confraternite religiose, bandite da Kemal, nel tessuto politico turco. Fra gli anni ’70 e ’90 in Turchia si assistette ad un risveglio religioso, testimoniato anche dalla diffusione delle scuole di preghiera (imam-hatip) in tutto il paese, ma soprattutto dall’ascesa politica di Erbakan e del suo “Partito del Benessere”, nel quale militava un giovane Erdoğan .

Riportare l’Islam al centro del villaggio

Le istanze religiose alle quali si assiste oggi nella Turchia del Presidente Recep Tayyip Erdoğan non sono quindi un nuovo affare per il paese. Ciò che è cambiato rispetto al passato è il nuovo assetto politico turco, sempre più autoritario a seguito del fallito golpe del 15 luglio 2016 e dunque più facilmente manipolabile. In questo senso, la riconversione di Santa Sofia in moschea, progetto peraltro già proposto da Erbakan negli anni ’90, fa da corollario ad una serie di riforme volte a riportare la religione al centro della vita dei cittadini turchi. In un celebre discorso del 2012 lo stesso Erdoğan espresse la volontà di formare una nuova generazione di turchi pii e devoti. Uno dei maggiori mezzi attraverso cui il Presidente mira a “rieducare” i cittadini turchi è la riforma dell’istruzione pubblica. Oggi in Turchia si registra un vertiginoso aumento delle imam-hatip, frutto della riforma del sistema educativo del 2012 che ha ridotto l’età minima per l’iscrizione e del nuovo regolamento del Ministero dell’Istruzione del 2017, che ha ridotto il requisito minimo in termini di popolazione necessario per lo stabilimento di queste scuole religiose, da 50.000 abitanti a 5000. In molti quartieri delle maggiori città turche, l’emersione di queste scuole religiose è stato in alcuni casi il frutto della conversione di scuole precedentemente pubbliche e di stampo laico. Oggi in Turchia si contano più di un milione di studenti iscritti in più di 4000 Imam-Hatip, un numero destinato a crescere. A livello educativo il governo ha altresì favorito un ridimensionamento nello studio della figura di Mustafa Kemal, incoraggiando invece lo studio della storia ottomana e dell’arabo, eliminando dai programmi scolastici le teorie darwiniane e i riferimenti all’uguaglianza di genere. Il Presidente Erdoğan ha inoltre incoraggiato e finanziato la costruzione massiccia di moschee su tutto il territorio nazionale, quadruplicando i fondi del Diyanet, il Direttorato per gli Affari Religiosi, rendendolo uno strumento di diffusione della morale islamica. Il Diyanet, un tempo simbolo dell’asservimento della sfera religiosa a quella politica istituito da Mustafa Kemal per rimpiazzare il decaduto Califfato, svolge oggi un importante ruolo di promozione dell’Islam sunnita hanafita tanto in patria quanto all’estero. Queste politiche di “ingegneria sociale” portate avanti dall’AKP sembrano percorrere il tragitto inverso di quello intrapreso da Mustafa Kemal, rieducando ulteriormente i cittadini turchi ad un Islam che è sempre stato presente nella loro vita ma con diverse intensità.

L’Islam come strumento della politica estera turca in medio oriente

Se in politica interna Erdoğan mira a “rieducare” i turchi all’Islam, in politica estera questa enfatizzazione del dato religioso è strumentale per rilanciare il paese come potenza regionale. Negli ultimi anni, specie a seguito delle c.d. Primavere Arabe del 2011, si è registrato un aumento nella tendenza dei governi dei paesi medio orientali ad utilizzare la religione come strumento di politica estera. Alcuni paesi come l’Arabia Saudita promuovono già da decenni questo tipo di “Soft Power Islamico”, finanziando la costruzione di moschee all’estero, organizzando forum internazionali, facendo circolare testi religiosi finalizzati a promuovere la loro visione dell’Islam. L’Islam di cui si fa oggi promotrice la Turchia di Erdoğan è un Islam moderato, più tollerante rispetto al wahabismo di stampo saudita, oggi attore regionale rivale. In contrasto con la scuola conservatrice hanbalita, su cui poggia le sue radici il wahabismo saudita, la scuola hanafita che predomina in Turchia è relativamente liberale e fornisce uno spazio maggiore per l’interpretazione della legge religiosa. Nonostante ciò, il soft power islamico turco stenta a trovare appigli in Medio Oriente per due motivazioni principali: primo, la Turchia viene ancora percepita da diversi stati arabi come una potenza imperialista, diretta erede dell’Impero Ottomano. La sua recente assertività in politica estera sembra confermare questa tendenza a considerare l’ex spazio ottomano come un’area sulla quale estendere la propria influenza. Secondo, nel tentativo di espandere la propria influenza ideologico-religiosa nella regione, l’AKP ha fatto affidamento sui suoi legami con la Fratellanza Musulmana (FM), bollata come organizzazione terroristica da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Siria. I legami fra la Turchia e la Fratellanza sono molto profondi e risalgono a più di 50 anni fa. Già negli anni ’70 infatti, ben prima della nascita dell’AKP, la FM intratteneva strette relazioni con il Partito del Benessere di Erbakan, uno dei padri politici di Erdoğan. Lo stesso AKP nacque dalle ceneri del Partito dell’ex Primo Ministro turco e mantenne buoni rapporti con numerosi esponenti di spicco della Fratellanza, ospitandoli ad Istanbul e nelle altre città maggiori del paese organizzando forum e meeting in loro sostegno. Questa special partnership con la Fratellanza Musulmana si è resa ancor più manifesta in occasione dello scoppio della rivoluzione in Egitto, quando Erdoğan chiese apertamente le dimissioni di Mubarak favorendo il Partito Libertà e Giustizia di Mohamed Morsi. Oggi la Turchia, insieme al Qatar, è considerata il maggiore sostenitore e finanziatore della Fratellanza Musulmana, emblema del desiderio di Ankara di sfidare la legittimità religiosa così come l’influenza politica dei rivali regionali.

Nicolò Rascaglia,
Geopolitica.info