Santa Sede-Cina. Il dialogo continua, ma la Nunziatura rimane a Taipei. E non smobilita.

La Santa Sede, il supremo organo di governo della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, costituito dal Sommo Pontefice e dagli organismi che lo coadiuvano nell’esercizio delle sue responsabilità, esercita la sua sovranità sullo Stato della Città del Vaticano, ed è dotata di personalità internazionale. In quanto tale, intrattiene relazioni diplomatiche con altri membri della comunità internazionale, per la precisione 183 stati. Segnatamente, la Santa Sede è tra i venti alleati diplomatici della Repubblica di Cina (RdC) – come si chiama ufficialmente Taiwan – l’unico in Europa. Le relazioni diplomatiche fra le due parti furono stabilite nel 1942 e, ad oggi, si distinguono per cordialità e il comune impegno nella promozione e difesa dei diritti umani, essendo Taiwan l’unica democrazia della sinosfera.

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A dispetto di ciò, recenti sviluppi nei rapporti tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese (RPC) – la grande potenza comunista che considera Taiwan una “provincia ribelle” da persuadere, con la carota o il bastone, ad agglutinarsi con essa – sono stati interpretati da numerosi osservatori come un segno che in Vaticano sarebbe maturata la convinzione che Pechino “varrebbe bene una messa”, e che Taiwan sarebbe perciò sacrificabile in tempi rapidi.

Tale analisi è, in realtà, il frutto di presupposti errati, conoscenza superficiale o imperfetta delle dinamiche sino-vaticane, e financo ricerca di visibilità mediatica. Quello delle relazioni tra la Sede Apostolica e la leadership comunista cinese è infatti uno dei nodi più complessi e inestricabili della politica e diplomazia internazionali. Quindi, ogni avventurismo analitico nel merito sarebbe non solo improvvido, ma soprattutto fuorviante.

Che sia la Santa Sede che la Cina abbiano validi motivi per cercare la normalizzazione delle loro relazioni è noto. Nondimeno, tale storico obbiettivo è stato chiaramente fuori portata fino al 2014, anno in cui Papa Francesco ha inaugurato, con un certo successo, una politica di attenzione e dialogo a tutto tondo verso Pechino al fine di instradare i difficili rapporti con il gigante asiatico sulla via della riconciliazione, anche diplomatica. Come rilevato da un ex-ambasciatore taiwanese in Vaticano, i rapporti tra la Santa Sede e la Cina “non sono mai stati migliori di adesso.” Di conseguenza, a Taipei si guarda con occhio vigile, attenzione e ansia crescente alla dialettica tra la Santa Sede e l’altra costa dello Stretto di Taiwan, paventando e prefigurando la perdita di un alleato chiave, all’indomani della traumatica defezione di Panama.

Gli sviluppi nei rapporti della Santa Sede con la Cina sono seguiti attentamente anche dai cattolici in tutto il mondo, con reazioni che vanno dall’ottimismo allo sgomento. Se da un lato il ping-pong negoziale tra il Vaticano e Pechino continua a giocarsi sulla questione della nomina dei vescovi, dall’altro non si può del tutto escludere che il dialogo possa condurre a una eclatante svolta diplomatica. La ricollocazione della Nunziatura apostolica da Taipei al continente è quindi una possibilità concreta ed imminente? Si deve inoltre supporre che, per Taiwan, la perdita dell’amico vaticano sia ineluttabile?

La risposta, in entrambi in casi, è negativa. Le relazioni tra uno stato e la Santa Sede sono infatti molto diverse da quelle che normalmente si hanno con altri membri del consesso internazionale, spesso condotte all’insegna della realpolitik, plasmate da imperativi geostrategici, o influenzate da interessi commerciali. Il Palazzo Apostolico non è interessato a ricevere assistenza allo sviluppo o firmare accordi di libero scambio, ma ha come sue priorità internazionali la libertà religiosa –  che è ben diversa dalla mera libertà di culto – per la Chiesa Cattolica e la tutela dei diritti umani. Questa speciale vocazione diplomatica vaticana ha un ruolo chiave nella resilienza dei rapporti tra Taiwan e il soglio petrino.

Pechino intima, come precondizione per la normalizzazione delle relazioni, che la Santa Sede si conformi alla One-China policy – un aut-aut diplomatico fondato sull’assioma dell’esistenza di una sola Cina, comprendente anche Taiwan, il cui governo è da considerarsi esclusivamente quello della RPC – cessando i rapporti diplomatici con Taipei. In Vaticano però, vi è forte riluttanza ad abbandonare Taiwan, democrazia che garantisce piena libertà religiosa, per la Cina, dove la Chiesa Cattolica è sottoposta a un invasivo giurisdizionalismo statale e subisce, a tutt’oggi, umiliazioni e persecuzioni.  

Invero, porre fine alle relazioni diplomatiche con Taiwan senza aver alcuna garanzia o certezza riguardo alla libertà di religione e vita ecclesiale dei cattolici in Cina metterebbe la Santa Sede in una situazione non solo di dilemma morale e dottrinale, ma anche di estrema vulnerabilità negoziale. Nello specifico, al Vaticano verrebbe a mancare la possibilità di agitare la carta delle sue relazioni formali con Taiwan per chiedere concessioni sul fronte della libertà dei cattolici cinesi. In aggiunta, nell’intervallo tra la dismissione delle relazioni con la RdC e lo scambio di ambasciatori con Pechino, la Santa Sede, che considera la sua Nunziatura a Taipei come sua attuale rappresentanza in Sinis – cioè in terra di Cina – si troverebbe senza alcuna legazione su suolo cinese (Cina e Taiwan). Chiaramente, Oltretevere non si può e vuole dare viabilità a un tale scenario. Anche perché i negoziati con la Cina, pur dopo l’addio diplomatico a Taiwan, potrebbero protrarsi per anni senza costrutto.

La diplomazia vaticana storicamente si caratterizza per sapienti prudenza e pazienza. I diplomatici pontifici hanno, con ogni probabilità, ponderato la possibilità che Pechino stia mostrando flessibilità allo scopo di indurre la Santa Sede a terminare, dopo tre quarti di secolo e per un metaforico piatto di lenticchie, le relazioni diplomatiche con la RdC. Se questo accadesse, il Vaticano si troverebbe senza assi da giocare al tavolo delle trattative. A quel punto, gli astuti interlocutori cinesi potrebbero tranquillamente scingersi di ogni parvenza di elasticità, mettere la vincita in saccoccia e ricordare alla controparte il brocardo del caveat emptor, “si stia in guardia quando si compra!” Tale eventualità, però, anche se non del tutto impossibile, è decisamente remota.

Nonostante le suggestioni mantiche e certezze da fumisteria propalate da bucanieri dell’analisi politica o raffazzonati vaticanisti della venticinquesima ora, che puntualmente annunciano l’abbandono di Taiwan come prossimo venturo, all’orizzonte non si profila alcuna svolta. Taiwan può infatti contare sulle proverbiali perspicacia e intelligenza della diplomazia vaticana. Come ricordava un grande Segretario di Stato di Sua Santità, il compianto Cardinale Agostino Casaroli: “La pazienza della Cina è millenaria. Ma la pazienza della Santa Sede è eterna”. Recenti affermazioni dell’attuale Cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, dovrebbero essere di ulteriore rassicurazione per Taipei. Al World Economic Forum di Davos dello scorso gennaio, Parolin ha sottolineato che la normalizzazione delle relazioni tra la Santa Sede e Pechino non è impresa “facile”, ma richiede “molta pazienza e perseveranza”. Il porporato ha contestualmente ribadito che “l’obiettivo più importante della Santa Sede” è “trovare una vita normale per la Chiesa cattolica” in Cina. Il dialogo con Pechino dunque continua, ma intanto la Nunziatura rimane a Taiwan. E non smobilita.