Il coinvolgimento degli Stati Uniti nel continente africano, e in particolare nella regione del Sahel, ha attraversato negli ultimi quindici anni un processo di profonda ridefinizione. Il risultato è un vero e proprio cambio di paradigma della politica estera a stelle e strisce, che anela un disimpegno da tutti quei fronti non ritenuti più necessari per la propria sopravvivenza.
Le cosiddette “primavere arabe” prima, e il “pivot to Asia” poi, hanno convinto tre Amministrazioni consecutive che gli Stati Uniti non hanno più la volontà (né la forza) per gestire il mondo in solitaria ; così la nuova Amministrazione Trump ha esteso il concetto di “burden sharing” (di cui Geopolitica.info si era già occupato in relazione all’Alleanza Atlantica) verso altri quadranti, tra cui proprio quello africano.
Una ridefinizione strategica, dunque, e non semplicemente una svolta tattica in virtù di specifiche contingenze.
A beneficiare di questa ritirata sono innanzitutto i gruppi di potere locali, che specialmente nel contesto saheliano hanno sfruttato il vuoto geopolitico per acquisire maggiore autorità. In secondo luogo, altre grandi potenze si sono inserite, cinesi e russi in prima linea. L’Africa post-americana è un territorio instabile, in crescita demografica e dunque appetibile, dove anche l’Italia può ritagliarsi un suo ruolo.
Sono principalmente tre i settori in cui gli Stati Uniti hanno deciso di ripensare la loro politica estera africana, riducendo drasticamente la loro presenza: diplomazia, economia e difesa.
Dal punto di vista diplomatico l’Amministrazione Trump ha ritenuto superflue 30 sedi di rappresentanza in giro per il mondo, e 9 di queste hanno sede proprio in Africa. I consolati di Durban (Sud Africa) e Douala (Cameroon), assieme alle ambasciate di Gambia, Eritrea, Somalia, Sud Sudan, Repubblica Centro-Africana, Repubblica del Congo e Lesotho verranno pertanto svuotate del personale a stelle e strisce e chiuse temporaneamente. Non solo, a sei mesi dal suo insediamento il Presidente repubblicano ha finora mancato di nominare i nuovi ambasciatori per altre numerose sedi in giro per il continente, mantenendo dunque i diplomatici precedentemente appuntati dall’Amministrazione democratica, e venendo meno alla consuetudinaria pratica dello spoils-system.
Sul piano economico gli Stati Uniti hanno messo in moto l’ormai celebre programma DOGE. A pagarne lo scotto sul piano internazionale è stata sicuramente l’agenzia USAID, un programma governativo che forniva sussidi sanitari ai Paesi in via di sviluppo, molti dei quali presenti nel continente africano. Per fare un esempio pratico, nel solo 2024 Washington ha fornito alla sola Uganda una cifra di $471 milioni, somma che è stata interamente tagliata nel 2025 portando al collasso il Paese dell’Africa orientale dal punto di vista sanitario. A oggi il sito ufficiale dello USAID è stato chiuso, e ciò che rimane è un semplice messaggio di commiato che annuncia la permanenza del programma ai soli fini di tutela del personale americano impegnato in missioni all’estero.
Sul versante della difesa invece, un articolo pubblicato lo scorso 17 maggio dall’Atlantic Council e intitolato “To improve its Sahel policy, the US must update four assumptions” mostra come dal 2021 in poi il progressivo disimpegno statunitense in Sahel abbia portato a una serie di colpi di Stato e prese di potere da parte di giunte militari locali in Stati come Mali (2021), Burkina Faso (2022), Sudan (2023) e Niger (2023), i quali, con l’aiuto altri attori – tra cui milizie non regolari finanziate dalla Federazione Russa – hanno scalzato via gli avamposti occidentali storicamente francesi, statunitensi e persino dell’Unione Europea. L’articolo mostra come contrariamente a quanto si pensi, la tenuta securitaria di Washington passi attraverso un ritorno al coinvolgimento in queste aree geografiche, coinvolgimento articolato in quattro fasi: appaltare agli alleati europei la gestione di alcuni dossier, un approccio outside-in focalizzato sulla presenza militare nei Paesi sub-sahariani, un principio di deterrenza per le milizie che appoggiano le giunte locali, e il ritorno alla partnership con gli attori istituzionali per migliorare lo scambio di informazioni e intelligence tra i due lati dell’Oceano Atlantico.
I motivi del ritiro
Se da una parte è vero che è stata l’Amministrazione Trump a dare uno strappo decisivo all’impegno americano in Africa, è doveroso ricordare come sia stato però Obama a iniziare il processo chiamato “pivot to Asia”, la manovra tramite cui Washington ha spostato il focus della propria politica estera sull’Indo-Pacifico, intuendo l’ascesa del gigante cinese tra le grandi potenze mondiali. Di conseguenza, risorse diplomatiche, militari ed economiche sono state riallocate verso scenari considerati più rilevanti per la sicurezza americana, come il Mar Cinese Meridionale e l’Europa orientale (oggetto del desiderio di Pechino attraverso la sua “Belt and Road Initiative”), relegando l’Africa a un ruolo marginale.
Questo cambio strategico ha contribuito in maniera rilevante ad accrescere l’instabilità nella regione, producendo un vuoto di potere che è stato prontamente colmato da attori locali e internazionali.
Il ridimensionamento dell’impegno americano è stato accelerato poi dalle richieste delle nuove giunte militari in loco, che hanno preteso l’allontanamento delle forze occidentali, preferendo nuovi partner per la sicurezza. Sebbene le leggi statunitensi non vietino alla Casa Bianca di dialogare con governi saliti al potere mediante colpo di Stato, Washington ha comunque deciso di sospendere i propri programmi di assistenza e ritirare il personale, accrescendo il senso di instabilità.
A questo si aggiunge infine un forte scetticismo interno verso le “guerre infinite”: negli ultimi anni infatti l’opinione pubblica e il Congresso americano hanno spinto per una razionalizzazione delle missioni all’estero, soprattutto dove i costi superano i risultati.
Il caso Sudan
Un esempio pratico dell’instabilità saheliana è senz’altro rappresentato dal Sudan, Stato situato a sud dell’Egitto che da anni si trova in forte crisi a causa di una guerra civile che sta dilaniando il Paese dall’interno. La tumultuosa transizione di potere seguita alla caduta di Omar Hasan Ahmad al-Bashīr (2019) ha portato allo scontro tra le forze governative di Abdel Fattah al-Burhan e le Rapid Support Forces dell’ex numero due di Burhan, Mohamed Hamdan Dagalo, che insieme alle sue milizie irregolari rivendica il potere nella capitale Kartoum. In questo contesto che stima dalle 60.000 alle 150.000 vittime e più di 16 milioni di persone in condizione di indigenza, l’assenza di solidi interlocutori e la grave situazione umanitaria hanno ulteriormente marginalizzato l’influenza americana a favore di potenze come Russia, Turchia ed Emirati Arabi.
I due beneficiari: Russia e Cina
In un contesto post-statuale come quello in cui si trova a oggi gran parte del Sahel, la ritirata strategica di un soggetto egemone coincide sempre con l’arrivo di un nuovo attore. I due principali soggetti che si sono accreditati in questa fase sono senz’altro la Russia e la Cina. Con metodi e approcci diversi, questi due giganti hanno saputo ritagliarsi un ruolo chiave sia nel processo di allontanamento americano, che nella gestione del potere successivo alla sua ritirata.
La Federazione Russia, intervenendo soprattutto sul versante militare con l’impiego del gruppo Wagner, notoriamente vicino al Cremlino, negli ultimi anni ha sostenuto le frange ribelli ed è riuscito a conquistare il potere istituzionale. Insidiandosi nel sentimento fortemente anticoloniale presente in gran parte della ex-Françafrique, Mosca ha alimentato un movimento dal basso che ha visto sventolare la bandiera russa in piazza e bruciare quella francese durante numerose manifestazioni pubbliche.
Per quanto riguarda la gestione del potere invece, un grosso intervento è arrivato da parte della Repubblica Popolare Cinese, che da ormai almeno un ventennio ha accresciuto fortemente i suoi investimenti in tutto il continente africano, sovvenzionando i leader di turno in cambio di accordi sull’acquisto di latifondi e materie prime per uso alimentare ed energetico, risorse di cui Pechino ha fortemente bisogno per sfamare il suo miliardo e mezzo di abitanti e alimentare le sue industrie nel settore siderurgico e tecnologico. L’azione cinese è stata spesso denunciata dai media internazionali (anche africani) come predatoria e scorretta, con continue pratiche di land e water grabbing che stanno di fatto alimentando una versione 2.0 del colonialismo.
Mosca e Pechino, con il loro modus operandi, incentivano un costante clima di instabilità politica e conflitto tra fazioni interne che si combattono per la gestione delle risorse, e quindi del potere. Attacchi terroristici e esecuzioni sommarie sulla popolazione civile sono all’ordine del giorno, e diventano lo strumento di ricatto su cui fare leva per ottenere benefici politici.
Washington, e adesso?
Quali sono dunque le contromisure che possono adottare gli Stati Uniti, sul medio- lungo periodo, per recuperare influenza nel continente africano, senza però per questo dover ritornare a mettere i piedi sul terreno?
Dal punto di vista strategico Washington punta ora su una logica di “burden sharing”, letteralmente “condivisione del fardello”, che mira a delegare specifici dossier ad alcuni alleati e a promuovere la formazione di forze locali più autonome nel continente africano. Iniziative come l’operazion “Africa Lion”, coordinata da Africom – il comando americano con sede a Stoccarda responsabile per le missioni in Africa – riflettono questo approccio: meno presenza militare diretta, più addestramento e supporto logistico.
Nonostante il ritiro, Washington probabilmente cercherà di mantenere un canale di dialogo con i nuovi regimi, soprattutto per questioni come antiterrorismo e prevenzione delle crisi umanitarie. Tuttavia, qualsiasi riavvicinamento dipenderà soprattutto dalla disponibilità dei leader saheliani a ristabilire almeno parzialmente un quadro democratico.
Per essere efficace, la strategia americana dovrebbe superare il tradizionale approccio military-oriented, che in Africa ha già dimostrato i suoi limiti; serve un cambio di rotta: meno assistenza militare e più investimenti nello sviluppo e in partnership che rispettino l’autonomia e le priorità locali.
Un ruolo per l’Italia
Alla luce di questo nuovo scenario, una possibile alternativa consisterebbe nel rafforzare la cooperazione con partner come l’Unione Europea e i suoi Stati membri. In questo contesto, l’Italia potrebbe assumere un ruolo centrale, grazie alla sua esperienza e al rilancio di nuovi progetti di politica estera.
Nello specifico, il governo italiano ha ormai da tempo messo al centro del suo programma il Piano Mattei, un’iniziativa multi-sfaccettata che pone il Mediterraneo, il Nord Africa e il Sahel al centro della politica estera italiana. Questo approccio consentirebbe a Roma di valorizzare la propria posizione geografica e storica come ponte tra Europa e Africa nel grande scacchiere internazionale, con un ruolo di stabilizzatrice per il sostegno economico e la gestione dei flussi migratori e della sicurezza energetica, settori chiave per gli interessi nazionali.
L’Italia punta, dunque, a costruire partenariati con i Paesi africani basati sia su aiuti economici che su investimenti in settori strategici come energia, agricoltura e difesa. Il piano, dunque, oltre a sostenere lo sviluppo africano, mira a contenere attivamente le cause profonde di instabilità e migrazione irregolare.
In un continente la cui demografia cresce in maniera direttamente proporzionale alla sua instabilità, la cooperazione multilaterale appare l’unica vera chiave per garantire lo sviluppo economico e sociale africano, limitando al contempo i rischi sia per il gigante a stelle e strisce che per l’Unione Europea tutta.

