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TematicheAfrica SubsaharianaComprendere il Sahel tra fragilità strutturali e interessi internazionali

Comprendere il Sahel tra fragilità strutturali e interessi internazionali

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Negli ultimi decenni la fascia del Sahel ha assunto sempre più rilevanza nelle discussioni politiche globali, diventando centrale nei dibattiti sulla sicurezza internazionale a partire dalle crisi politiche di Libia e Mali del 2011-2012. Da allora, il crescere delle tensioni interne e regionali, esasperate dall’interventismo esterno, hanno comportato ulteriore deterioramento delle condizioni di sicurezza e stabilità, estendendosi dal Mali al Burkina Faso, al Niger, al Ciad e nei Paesi costieri, in Togo, Benin, Guinea e Costa d’Avorio. 

Dal 2020, le rinnovate preoccupazioni della comunità internazionale e delle istituzioni regionali africane hanno riguardato “la stagione dei colpi di stato” di Ciad, Mali, Guinea-Conakry, Sudan, quello fallito della Guinea-Bissau e l’ancor più recente in Burkina Faso, a soli 8 mesi dalla deposizione del presidente Kaborè nel gennaio del 2022. Nella seconda metà di quest’anno, l’aumento degli attacchi terroristici nelle aree limitrofe alla regione del Liptako-Gourma, le rivolte successive ai colpi di Stato in Guinea e Ciad e il repentino rovesciamento della giunta militare in Burkina Faso hanno inaugurato una stagione di radicali cambiamenti negli equilibri geopolitici non solo del Sahel, ma nell’intero contesto internazionale.

Le crisi politiche dei Paesi dell’Africa nord-occidentale si aggiungono alle tendenze di lungo periodo e che riguardano l’intero continente. Cambiamenti climatici, pressione demografica e il sempre più difficile accesso alle risorse minacciano le comunità locali e mettono a repentaglio stabilità e sviluppo. Ai golpe e alla crisi umanitaria, si aggiunge inoltre l’escalation di violenze terroristiche delle organizzazioni jihadiste di État Islamique au Grand Sahara (EIGS), Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin’ (JNIM) e Ansaroul Islam, le cui reti si diramano nella regione del Liptako-Gourma, la zona dei “tre confini” tra Mali, Niger, Burkina Faso. L’area è dal 2013 destinataria degli interventi di supporto tecnico-logistico al settore di sicurezza e agli apparati militari, riforme economiche e a sostegno della Governance di Nazioni Unite, Unione Africana, G5 Sahel, Unione Europea e Francia. Tuttavia le attività di questi gruppi sono rimaste inscalfite dagli interventi della comunità internazionale e più nello specifico, dall’interventismo francese ed europeo a supporto delle autorità africane regionali e statali. 

A livello internazionale, la crisi multidimensionale del Sahel è discussa quasi esclusivamente in rapporto all’ascesa dell’estremismo violento (di matrice jihadista) e sulla riconfigurazione senza fine di gruppi armati tra conflitti locali, alleanze regionali e costellazioni terroristiche globali (come Al-Qaeda e Daesh). Ancora, della violenta insurrezione salafita a seguito dell’abortita transizione democratica dell’Algeria all’inizio degli anni ’90 e poi culminata con la crisi saheliana dell’Africa Occidentale è entrata nel mirino degli Stati Uniti e dei suoi alleati in Europa all’indomani dell’11 settembre, traducendosi nel dispiegamento di iniziative anti-terrorismo in tutta l’area trans-sahariana. La linea storica così definita si interseca con realtà complesse che mettono in discussione le dinamiche e i processi di governance e sostenibilità sociale, economica e politica finora avviati negli Stati saheliani e nel continente africano. Continente i cui confini non sono marcabili in rapporto alla mera delimitazione geografica degli Stati cui appartengono, continuamente rimodellati da pratiche materiali e simboliche che rispondono alle traiettorie sociali, economiche e politiche figlie dell’interazione tra realtà materiali e interessi locali, regionali ed internazionali.  Sebbene sia chiaro che l’instabilità socio-politica del Sahel sia significativamente dovuta all’insurrezione jihadista e alle crisi umanitarie, le tensioni conflittuali locali e regionali si legano in prima battuta alla ridiscussione dell’ordine politico, la cui definizione formale, nonché la proiezione geografica della sua sovranità, rappresentano gran parte del problema.

I territori coinvolti nella “crisi regionale del Sahel” hanno storicamente acquisito il loro carattere distintivo dall’interazione con le economie e la politica mondiale, a cominciare dall’ascesa e la successiva caduta dei regimi precoloniali, seguito dall’esportazione delle moderne istituzioni statali e la manipolazione delle gerarchie locali per il controllo territoriale ad opera delle pratiche coloniali ed imperialiste. Società stratificate ed eterogenee si sono così ritrovate costrette in confini imposti in risposta a specifici interessi economici e politici, avulsi da qualunque realtà sociale locale. Gli ordini politici saheliani ed africani, continuamente incastrati in una cornice iper-semplicistica di Stati “falliti” e terrorismo jiahdista in conflitto perpetuo con gruppi paramilitari che si contendono aree “non governate”, hanno in realtà natura stratificata e complessa. Natura che non prescinde dai moti indipendentisti e dalle secessioni (come nel caso del Mali o del Burkina Faso), mai riconosciute e ostracizzate dagli interventi internazionali, i cui sforzi sono sempre stati tesi a garantire l’integrità della sovranità territoriale di confini geografici e sociali e quindi politici ed economici di derivazione coloniale.

La sovranità nell’area dell’Africa Occidentale e più in generale nell’intero continente, ha carattere ibrido: lo Stato controlla capitali e le aree circostanti, mentre nelle province interne e in quelle periferiche lo Stato è uno tra i tanti attori che si contendono il ruolo di autorità territoriale. Le mancanze delle istituzioni statali nel mantenimento di una governance statale efficiente e in grado di rispondere ai bisogni delle comunità locali, hanno lasciato emergere e accresciuto la popolarità di gruppi civili armati o militari in opposizione alle autorità istituzionali tradizionali. Diversi gruppi ed organizzazioni, i cui confini identitari corrispondono alle linee di stratificazione etnica e sociale dei diversi contesti hanno ritagliato spazi di sovranità sempre più ampia, proponendo un diverso contratto sociale rispetto alla coloniale eredità della forma di Stato-Nazione basato sulla governance modellata dalle democrazie liberali occidentali. Il loro posizionamento in termini di potere politico e di legittimazione nei confronti delle autorità statali e delle loro rappresentanze locali, dipende da un’interazione basata su logiche di opportunità, competizione per lo status politico, controllo territoriale e delle risorse. 

In ogni caso, le autorità statali hanno (e in genere mostrano) sovranità sufficientemente estesa per continuare a interagire con il sistema internazionale delle realtà statali estere (USA e Francia in particolare, ma anche la stessa Unione Europea e le istituzioni regionali africane) come interlocutori privilegiati, ma si è creato sempre più spazio per l’avvento di nuove risorse materiali e ideologiche. Ad approfittare delle crisi istituzionali e spesso a supporto dei gruppi – molti dei quali sono considerabili espressione di vere e proprie governance extraistituzionali, come i movimenti indipendentisti di secessione- emergono altri attori con presenza meno strutturata, ma non per questo storicamente radicata o determinate (Federazione Russa, Repubblica Popolare Cinese e le monarchie del Golfo quali Arabia Saudita, EAU e Qatar). La risultante di questa relazione tra forze interne ed esterne è il rafforzamento della presenza dei nuovi attori e dei gruppi locali/regionali che hanno ruolo sempre più centrale nella determinazione politico-istituzionale dell’intera area shaeliana. Il cambio di equilibri di influenza nel Sahel e interne ai Paesi dell’Africa Occidentale rappresentano anche il prodotto della fondamentale mancanza di prospettiva, non solo europea e nord americana, ma delle stesse istituzioni regionali africane. 

Gli interventi della comunità internazionale lungo tutto l’arco dello scorso decennio hanno mancato di considerare le peculiarità proprie del contesto politico e sociale africano, insistendo su un approccio standardizzato e costruito sui modelli di governance e di sicurezza propri dei contesti occidentali europei e nord americani, spesso subito come imposizione dalla popolazione civile e ormai disillusa dalla capacità occidentale di far fronte alla minaccia terroristica. 

Di conseguenza, non si può ignorare il contributo alla destabilizzazione sub-regionale e alle turbolenze geopolitiche dei tentativi falliti di definizione di una risposta coordinata alla minaccia di terrorismo e criminalità transfrontaliera e più in generale, dell’interventismo esterno a tutela di interessi nazionali. Il mancato riconoscimento del carattere particolare delle dinamiche politiche dell’area è alla base del fallimento degli interventi della comunità internazionale in rapporto alla sicurezza e di costruzione di governace democratiche. Fallimenti che condizionano anche le contemporanee relazioni tra Paesi africani e contesti europei e nord americani, la cui perdita d’influenza in favore dell’ascesa delle altre potenze, non prescinde dagli effetti non considerati della storia coloniale e dai suoi legami neocoloniali con il continente. 

In Sahel, la prima delle operazioni viene lanciata nel gennaio del 2013 con la missione militare in Mali, la c.d. Opération Serval, con mandato delle Nazioni Unite. L’intervento di supporto tecnico-militare al governo maliano rispondeva all’avanzata alla minaccia posta dall’avanzata militare del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad che l’anno prima aveva dichiarato l’indipendenza delle regioni settentrionali del Paese.  L’avvio dell’operazione MINUSMA (Mission Multidimensionnelle Intégrée des Nations Unies pour la Stabilisation au Mali) nel 2014 ha consentito al governo francese la progressiva riduzione dei contingenti in Mali, a favore della proiezione della propria presenza militare oltre i confini maliani nella macro-regione occidentale del Sahel, stavolta in diretta opposizione della minaccia terroristica. Nello stesso anno, l’Opèration Serval in Mali e l’Épervier in Ciad si sono tradotte nell’operazione di counter-terrorism Barkhane, concentrata nelle aree settentrionali e orientali del Burkina Faso, nel Mali e nel Niger occidentale. Scopo dell’operazione era minare le reti jihadiste tra il sud dell’Algeria e il nord del Mali, privandole delle reti di supporto logistico e compromettendone i canali di comunicazione. 

Dopo i fallimenti di MINUSMA e le perdite registrate da Barkhane, la presenza francese in Sahel occidentale è andata riducendosi fino al massiccio ridimensionamento del 2021, a seguito dei due colpi di Stato in Mali del 2020 e del 2021. Nel Marzo 2021, all’operazione Barkhane e sempre sotto l’egida francese si affianca la missione multilaterale della task force Takuba che coinvolge attivamente e militarmente l’Unione Europea, rinnovando l’impegno dei Paesi G5 ed estendendo l’intervento alla gestione dei flussi migratori transnazionali e al controllo dei traffici illeciti, comunque funzionali al sabotaggio delle reti terroristiche. A poco più di un mese dalla sua istituzione, la task force a guida francese ha dichiarato l’ufficiale ritiro dal Mali insieme ai partner occidentali e africani e nel Novembre 2022, dopo nove anni, Macron ha annunciato anche la fine dell’operazione Barkhane. Circa 3.000 soldati, rimangono ancora nelle basi del Ciad, del Niger e del Burkina Faso. Tra i Paesi europei, la Francia ha guidato oltre cinquanta missioni militari ufficiali nell’intero continente dagli anni ’60 ad oggi, insieme alle innumerevoli operazioni segrete condotte dal Service Action della Direction Générale de la Sécurité Extérieure (DGSE). Nel corso del tempo, seppur la presenza francese si è estesa nell’intero continente, il numero dei contingenti si è progressivamente ridotto fino a raggiungere le 7.000 unità.

In questo contesto, diversi attori rappresentano concreta alternativa per la sicurezza dell’area e tra queste, particolare successo ha di recente conosciuto la Russia di Vladimir Putin, le cui nuove alleanze con i governi dei golpe nel Sahel occidentale e l’intesa cooperativa con l’Unione Africana e G5 Sahel, mettono a dura prova la consolidata presenza strategica occidentale e in particolare quella francese nel continente. 

Al di là di ogni preoccupazione per la fragilità socio-economica o politico istituzionale, l’interesse internazionale il Sahel occidentale, ne svela l’importanza geo-economica (accesso ai mercati più giovani e ampi del mondo e l’estrazione di materie prime) e politico/strategica (definizione di nuove alleanze in grado di garantire o ridefinire lo status quo internazionale). I Paesi europei vedono in Africa un enorme potenziale di sviluppo legato alla ricchezza di risorse e di mercati per l’estrazione di materie prime e approvvigionamento energetico. La stessa Francia agisce a tutela di diffusi interessi politici, economici e strategici garantiti dal sostegno a regimi di potere pluridecennali, oggi concentrati particolarmente in Niger per l’estrazione di uranio, in Costa d’Avorio e Senegal per l’estrazione di risorse minerarie e in Gabon, grazie agli accordi per l’estrazione petrolifera. In generale, in tutto il continente, aziende francesi come la Total devono al continente un terzo della loro produzione. Seppur la presenza francese nelle aree atlantiche dell’Africa Occidentale non sembra essere messa in discussione, i recenti eventi nella regione saheliana del Liptako-Gourma e il drastico peggioramento delle relazioni con Mali e Burkina Faso, hanno costretto Parigi ad una riallocazione logistico-strategica nelle regioni orientali tra Gibuti e la zona della Réunion-Mayotte, al largo tra le coste di Mozambico e Madagascar, proprio nell’Oceano Indiano. 

Le proiezioni d’interessi sovrapposti e spesso contrapposti, si estendono lungo due vettori: dall’Algeria arriva in Mauritania e Senegal, attraversando Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad e la linea centrale-orientale che dall’Egitto attraversa il Sudan e il Corno D’africa, estendendosi poi dall’Etiopia all’Africa Centrale, dal Mozambico alla Tanzania, crocevia tra Mediterraneo, Mar Rosso e Oceano Indiano Occidentale. Al centro, la Libia punto d’incontro delle proiezioni extra-regionali in Africa. Su queste traiettorie Parigi, Bruxelles e Washington si confrontano con Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese; mentre le monarchie del Golfo, nel perseguimento dei propri interessi operano altalenante al fianco dei due allineamenti di potenze. In particolare, gli Emirati Arabi Uniti lavorano in collaborazione con la Francia a supporto del G5 Sahel, finanziando la formazione militare e garantendo supporto logistico alle operazioni di counter-terrorism dell’organizzazione, supportata anche dalle istituzioni regionali africane ed internazionali. Allo stesso tempo, Qatar, Arabia Saudita e, in particolare, gli Emirati Arabi esattamente come la Federazione Russa, si propongono come provider di sicurezza alternativi, attraverso programmi mirati all’addestramento e all’equipaggiamento delle forze locali con il supporto di forze di sicurezza ibride e compagnie militari private (PMC), piuttosto che ricorrere ai modelli istituzionali di riforme del settore sicurezza e governance e che come nel contesto dei Paesi G5, si rivelano fallimentari. 

Nei vuoti lasciati da Unione Europea, Francia e Stati Uniti in Africa Occidentale, come nell’intero continente, si muovono altre potenze, il cui successo minaccia gli interessi economici strategici occidentali, incidendo in prospettiva sulla definizione di uno status quo multipolare, obiettivo da sempre perseguito da Mosca e Pechino. A seguito dello scoppio del conflitto ucraino, la stabilità regionale di tutto il Sahel è più importante nell’agenda internazionale di quanto non lo sia mai stata e l’entità della presenza militare e dell’interventismo estero non ha precedenti. L’alternativa strategica africana alla Russia nell’approvvigionamento delle risorse energetiche per l’Europa è oggi messa in discussione dalla penetrazione di Mosca nel continente.

Nell’ottica di ridefinizione degli equilibri geopolitici determinabili nel conflitto ucraino e in relazione all’ascesa dell’alleanza sino-russa articolata in diverse organizzazioni cooperative regionali nell’area dell’Indo Pacifico, il contesto saheliano e gli interessi esteri nell’area, nell’ottica della sicurezza internazionale e dell’indipendenza politico-economica africana. La stabilizzazione e lo sviluppo non possono essere raggiunti attraverso riforme degli affari pubblici imposte dall’alto ed interventi militari a sostegno degli eserciti nazionali, ma si subordinano ad un profondo riesame dei fondamenti del potere che non può non tenere conto dell’inapplicabilità di modelli di governance e sicurezza ad immagine e somiglianza di quelli occidentali, dimostrata dalla mancanza di legittimazione delle autorità statali e dell’incapacità di garantire il benessere e la sicurezza della popolazione. Questo implica e si riflette nel nuovo approccio discusso dall’Unione Europea, sintetizzato nell’espressione “meno paternalismo e più partenariato” e che potenzialmente potrebbe non escludere necessariamente il dialogo con alcuni degli attori non statali nei diversi Paesi della regione, sulle orme di Federazione Russa, Repubblica Popolare Cinese e monarchie del Golfo.

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