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Le nazionalità in guerra: il rapporto centro-periferia nella guerra in Ucraina

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Dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, le forze armate di Mosca hanno subito decine di migliaia di morti e feriti e fin dalle prime settimane del conflitto è emerso un trend significativo nella composizione dei reparti entrati in Ucraina il 24 febbraio e delle conseguenti perdite russe. In particolare, è emersa chiaramente una sproporzione nelle perdite nei reparti non slavi che componevano l’esercito russo, che ha messo in luce un dato rilevante sulla composizione etnica delle forze armate russe e di conseguenza sul rapporto tra centro e periferia.

Le Forze Armate russe e la questione delle nazionalità

Sebbene non sia possibile rintracciare dati puntuali rispetto alla composizione etnica delle Forze Armate russe, la guerra in ucraina ha messo in luce un dato nascosto e poco analizzato, ovvero la presenza di un’aliquota significativa di soldati non slavi tra le fila delle FFAA di Mosca, la cui presenza nei reparti sia professionali che di leva è superiore al 20% rappresentato dalla popolazione non slava residente nella Federazione russa. Nel corso del conflitto, infatti, alcune comunità nazionali hanno visto un numero di morti e feriti assolutamente sproporzionato rispetto alla propria popolazione, soprattutto se confrontato con regioni ben più grandi e popolose che hanno avuto proporzionalmente meno caduti in combattimento. Il caso più celebre è stato rappresentato da Buriati, Daghestani e Tuvani i cui caduti per 100000 abitanti superano di gran lunga quelli delle regioni di Mosca e San Pietroburgo. In particolare, nelle fasi iniziali del conflitto, i buriati rappresentano il 3% dei caduti russi in Ucraina a fronte di una popolazione complessiva dell’omonima regione pari a meno di un milione di abitanti (ovvero lo 0,7% della popolazione della Federazione Russa). Analogamente, daghestani e ceceni hanno rappresentato componenti importanti delle forze di fanteria leggera che hanno sostenuto gli scontri urbani nelle fasi iniziali del conflitto, con perdite significative che hanno determinato il ritiro di tali unità dalla linea del fronte. Tale dinamica è stata ulteriormente acuita dalla mobilitazione parziale avviata lo scorso settembre, quando 300 mila cittadini hanno ricevuto le lettere di richiamo per recarsi ai centri di identificazione e reclutamento. In questo periodo, nelle regioni a maggioranza non slava, in particolar modo nel Caucaso settentrionale e nelle regioni del Volga, abbiamo assistito a numerosi episodi di protesta, sfociati a volte in scontri con la polizia, in virtù dell’ingente numero di mobilitati in queste aree. In questo contesto, il caso più eclatante è stato rappresentato dal Daghestan, dove la mobilitazione ha interessato una quota significativa di popolazione, al punto che in un piccolo paese di 7000 abitanti, sono stati richiamati alle armi 112 soldati, equivalenti a 1600 uomini su 100000. Sebbene tali numeri possano sembrare effettivamente contenuti in termini assoluti, per le comunicati locali, soprattutto se culturalmente non slave, rappresentavano una quota importante delle propria gioventù, inoltre, tenendo conto della possibilità di una nuova mobilitazione, questi dati potrebbero diventare ben più consistenti e pesanti per le diverse realtà regionali. 

Il rapporto centro-periferia tra sviluppo economico e razzismo

Tali numeri non devono stupire e per diverse ragioni è facilmente spiegabile come il peso della guerra e della mobilitazione sia proporzionalmente più pesante nelle regioni non slave della Federazione Russa. Primariamente, è opportuno considerare che tali realtà della Russia sono anche le regioni più povere del paese, di conseguenza la carriera militare è considerata una valida alternativa ad una vita difficile in regioni remote e prive di reali prospettive di crescita economica. I Soggetti della Federazione più marginali, al centro di numerose proteste nel corso del 2020 e delle lezioni amministrative del 2021, sono stati spesso dimenticati dai progetti di sviluppo economico e infrastrutturale finanziati da Mosca negli ultimi 20 anni, di conseguenza non solo si tratta di realtà economica depresse, ma molto spesso estremamente lontane da grandi centri urbani che possano offrire un’alternativa in termini occupazionali alla propria popolazione. Oltre ad un fattore socio-economico è opportuno aggiungerne un altro, di carattere culturale. Sebbene la retorica del Cremlino abbia spinto negli ultimi anni su una visione inclusiva della cittadinanza russa, sottolineando l’importanza dell’essere russiskiy (cittadino della Federazione Russa) rispetto all’essere “semplicemente” russkiy (russo etnico), sussiste comunque nel paese un razzismo sistemico, spesso latente, che impedisce, soprattutto alle minoranze etniche delle regioni più povere del paese di avere accesso a reali possibilità di migliorare la propria condizione di vita. Di conseguenza, non è raro vedere nelle grandi città della Russia europea divieti alla possibilità di affitto di case ad inquilini non slavi da parte degli affittuari, oppure opportunità di lavoro retribuite con un salario inferiore per lavoratori provenienti dalle regioni più lontane e distanti della Federazione russa. Tale forma di razzismo non è ovviamente supportata dalle autorità di Mosca, ma è stata strumentalmente alimentata in determinati momenti della storia recente per un uso politico o per scaricare la responsabilità di determinati eventi sulle componenti più marginali della società. Nel corso delle guerre in Cecenia, ad esempio, il Cremlino ha alimentato l’immagine brutale dei guerriglieri al fine di mobilitare l’opinione pubblica a favore dell’intervento contro i secessionisti, riesumando i timori atavici e i pregiudizi dei russi verso le popolazioni del Caucaso settentrionale. Più recentemente quando sono emersi, anche nel dibattito russo, i crimini di guerra perpetuati in Ucraina, sono stati attribuiti, pur sminuendone la portata, ai reparti non slavi, al fine di lasciare intonsa l’immagine del soldato russo. Di conseguenza, il razzismo sistemico limita ulteriormente le possibilità di miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e delle comunità etnicamente non russe. 

Ai fattori emersi in precedenza è opportuno aggiungerne però altri di natura politica emersi nel corso della mobilitazione. In particolare, il Cremlino ha evidentemente preferito mobilitare una quota proporzionalmente superiore di soldati nelle regioni non slave, al fine di limitare il coinvolgimento delle regioni a maggioranza etnica russa, che rappresentano le aree più economicamente e socialmente avanzate e soprattutto quelle in cui più facilmente potrebbe crescere l’opposizione alla guerra. Di conseguenza, quando i russi di Mosca o San Pietroburgo sono stati mobilitati, sono stati accompagnati da fanfare e da una maggiore attenzione mediatica rispetto alle remote regioni della Siberia o dell’Estremo Oriente, dove la mobilitazione è avvenuta con modalità meno trionfalistiche e più pragmatiche. Inoltre, guardando con più attenzione alla mobilitazione e all’impiego di soldati provenienti da determinate aree del paese, è necessario tenere in considerazione il particolare rapporto tra la leadership del Cremlino e quella delle realtà locali. In particolar modo nel Caucaso, il contributo dei soldati provenienti da questa regione è stato assolutamente significativo e corrisponde al pragmatico rapporto tra Mosca e Grozny, la capitale della Cecenia. Il suo leader infatti, Ramzan Kadyrov, ha fornito al Cremlino migliaia di combattenti come forma di “restituzione” dei contribuiti a fondo perduto erogati da Mosca verso la regione negli ultimi vent’anni, durante i quali la stabilità della Cecenia è stata pagata attraverso finanziamenti pubblici e privati alle amministrazioni locali e alla stessa persona di Kadyrov. Tale fenomeno risponde quindi al particolare rapporto tra centro e periferia che sussiste in Russia, un rapporto che vede una netta prevalenza dei legami personali rispetto a quelli istituzioni, soprattutto nelle aree interessate in passato da movimenti secessionisti o autonomisti. 

La “questione delle nazionalità” rappresenta quindi un fenomeno strutturalmente irrisolto della Russia, che emerge in forme diverse in momenti di crisi, come la guerra in corso o la transizione degli anni Novanta. In Russia, come in tutte le grandi e medie potenze, le Forze Armate rappresentano quindi uno specchio della società che servono e delle sue contradizioni e proprio la loro riorganizzazione e la mobilitazione di ulteriori riservisti saranno nodi centrali di questo conflitto e della stabilità della leadership di Vladimir Putin. 

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