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Il ruolo del soft power russo in Serbia: strategie di controllo e indirizzo politico

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In primis la guerra tra Russia e Ucraina, ma, come vedremo, anche altri eventi geopolitici, stanno restituendo interesse alla questione del soft power russo. Una strategia di proiezione “non convenzionale” di uno Stato all’esterno che merita di essere approfondita per comprendere appieno il nuovo paradigma delle relazioni internazionali in un contesto strategico per l’Europa come i Balcani occidentali.   Questo tema, inoltre, assume maggiore rilevanza se si considerino sia la politica di allargamento dell’Ue che le future relazioni nella “triangolazione” geopolitica tra Russia-Serbia-Unione Europea. 

In questo contesto, il soft power rappresenta, invero, uno strumento essenziale della politica estera russa con importanti ricadute politiche, nonché economiche, sulla Serbia. Infatti, appare evidente come la Russia continui a considerare sia la Serbia che i Balcani come una regione appartenente alla propria sfera di influenza. Le ragioni di questo approccio hanno consolidate radici storiche, il cui studio nell’utilizzo tecnicizzato del soft power può rendere comprensibile la situazione attuale. 

D’altronde, la Russia è l’alleato più importante della Serbia nella lotta per il Kosovo. Un altro fattore che contribuisce ad avvicinare i due Stati. Infatti, la Russia si oppone al riconoscimento del Kosovo come paese indipendente, esprimendo la propria contrarietà all’adesione del Kosovo alle Nazioni Unite. Inoltre, ne contesta la partecipazione anche ad altri format e organizzazioni internazionali. Nondimeno, ricordando come non fosse stata approvata alcuna risoluzione in merito dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, la Russia continua a ribadire l’illegalità dell’azione militare della NATO contro la Jugoslavia nel 1999. Infatti la Russia considera tuttora vigente la risoluzione 1244 delle Nazioni Unite, secondo cui il Kosovo fa parte della Serbia. Pertanto, tenendo in considerazione queste premesse, non sorprende che, dopo l’annessione della Crimea nel 2014, la Serbia, al contrario degli altri paesi dell’Ue, non abbia imposto sanzioni economiche contro la Russia. Inoltre, dal 2012, allorché il presidente Vučić è stato eletto con l’appoggio del partito progressista serbo (SNS), la Russia ha teso a rafforzare le relazioni con la Serbia, aumentando la propria presenza. Si tratta di elementi essenziali per comprendere il quadro geopolitico complessivo della regione.

Utilizzando la teoria del soft power di Joseph Nye, è possibile analizzare la capacità di un determinata potenza sia di controllare la politica che di cambiare il comportamento di altri Stati. Questa teoria infatti è di fondamentale importanza per comprendere i meccanismi attraverso cui è possibile strutturare una situazione favorevole per un determinato Stato, laddove tanto le preferenze quanto gli interessi di altri Stati possono essere (facilmente) influenzati. Sono molti i fattori che il soft power russo può sfruttare per plasmare il contesto politico della Serbia, tra cui, vale la pena di ricordare, la storia, l’identità, la religione e la cultura in generale. La Russia è senza dubbio abile ad utilizzare questi fattori, favoriti da un’identità per tanti aspetti condivisa, come uno strumento di soft power, i cui meccanismi vengono rinforzati da preesistenti rapporti storico-culturali. Per questo motivo, il riconoscimento di un’identità comune tra i due paesi è di basilare importanza per spostare il fulcro del discorso sulla presunta esistenza di interessi politici comuni nell’attualità. In questo senso, Putin è piuttosto scaltro a ricordare la secolare vicinanza storica, culturale e religiosa tra Serbia e Russia, spostando poi il discorso sulla storia più recente che vide i due paesi combattere gli stessi nemici nelle due Guerre mondiali. Per dare sostanza a questa narrazione, la dirigenza russa non fa a meno di ricordare esempi concreti di prossimità culturale, tra cui (per ricordare solo un caso) la progettazione dello storico tempio di S. Sava a Belgrado, la cui iconografia fu affidata all’accademico russo Muhin.

Secondo Nye, infatti, il soft power di una potenza trova fondamento su tre pilastri, cioè sui valori politici, la politica estera e la cultura. In Serbia la Russia riesce a sfruttare ciascuno di questi elementi: la cultura russa è apprezzata ed i valori politici sono condivisi. Inoltre una parte consistente dei serbi guarda con favore alla politica estera russa, che considera sostanzialmente legittima. Per questo motivo, Putin sfrutta con perizia questa situazione, ricordando costantemente come la Serbia possegga uno status privilegiato per la Russia. Per Mosca, tende a ribadire la dirigenza russa, la Serbia è un partner strategico nei Balcani: viene ricordata l’amicizia storica e i legami culturali tra i due paesi. Non stupisce, quindi, che Belgrado abbia sottoscritto nel 2019 un accordo di libero scambio con i paesi dell’Unione economica euroasiatica (UEE), aderendo all’invito di Mosca. 

Merita, dunque, particolare attenzione la narrativa russa rivolta alla Serbia, che si basa su ricorrenti espressioni come: “vecchi amici”, “una storia comune”, “la stessa religione”, “la comprensione tra i due popoli”, “due nazioni fraterne’’, etc. Dal punto di vista storico, ad esempio, Medvedev ricorda spesso ai serbi il ruolo cruciale dei sovietici nella liberazione di Belgrado durante la Seconda guerra mondiale. È una strategia utile a ribadire “l’amicizia”, “il passato eroico” e le relazioni culturali con la Serbia. Il topos centrale di questa narrazione, ma anche il suo corollario, è che nei momenti difficili la Russia ha sempre sostenuto la Serbia. In questo senso, anche episodi storici più risalenti, come la partecipazione dei volontari russi nel processo di liberazione dei Balcani dagli ottomani nel XIX secolo, tornano utili. Tuttavia, viene ricordato come anche la Serbia, in un gioco di reciprocità, abbia aiutato la Russia nei momenti difficili, come quando, per esempio, Belgrado diede rifugio a migliaia di Russi dopo il 1917. Vengono sottolineate volentieri anche le implicazioni culturali di questi eventi: i russi in esilio in Serbia contribuirono allo sviluppo delle arti e delle scienze, fondarono la Scuola serba di teatro e balletto. Perfino l’edificio dell’Assemblea nazionale serba, – non si fa a meno di sottolineare -, fu progettato dall’architetto russo Krasnov.

Anche il ministro degli Esteri russo Lavrov prende parte a questa narrazione, ribadendo che Belgrado è un partner di primo livello per la Russia. Nondimeno, oltre a figure di primo piano della dirigenza politica russa, troviamo anche altri personaggi, facilitati dalla loro presenza in Serbia, che cercano di sfruttare ogni potenzialità dei meccanismi di soft power: uno di loro è l’ambasciatore russo a Belgrado, Bocan-Harčenko, il quale si premura di definire la Serbia come una delle principali roccaforti della Russia. Sennonché è senza dubbio l’ex ambasciatore a Belgrado, Čepurin, il diplomatico più impegnato a ribadire la vicinanza culturale tra i due paesi, laddove “l’amore serbo-russo non conosce limiti’’. Infatti, egli ricorda il ruolo del cristianesimo ortodosso, che rappresenta niente di meno che mille anni di storia comune. Inoltre, Čepurin è abile insinuare che tutti i serbi più importanti sono stati russofili. Un altro elemento su cui l’ex ambasciatore insiste è che i serbi sono l’unica nazione nei Balcani che non ha mai fatto guerra alla Russia. Pertanto, è possibile rilevare come il soft power come strategia retorica sia condizionato fortemente dalla storia.

Ad esempio, nel 2019 Putin ha conferito l’Ordine russo di Alexander Nevsky, un prestigioso riconoscimento, al presidente serbo Vučić con la motivazione di aver reso per più strette le relazioni già piuttosto positive tra Russia e Serbia. Ugualmente, i leader politici serbi (particolarmente il ministro degli Esteri Dačić) e perfino una grande parte dei partiti di opposizione (Dveri, Novi DSS, Narodna stranka) reagiscono positivamente al soft power russo: confermano una forte e stretta amicizia tra i due paesi, legata alla comune religione ortodossa.

Dunque, il soft power, come fenomeno relazionale in cui l’identità costruita modella gli interessi (variabili nel tempo, non fissi), riguarda la conservazione degli interessi nelle identità condivise. La Serbia accetta tutto il soft power russo. Si può notare l’identificazione tra l’attore agente-Russia e il pubblico target-Serbia. In particolare, la Russia ottiene i risultati desiderati, dimostrando un soft power nello scambio di comunicazioni. Il soft power russo in Serbia, la sua diplomazia, il potere di interazione e la linguistica pragmatica possono essere visti come un processo, una continuità, in un sistema geopolitico competitivo con l’UE e gli Stati Uniti.

Il nuovo sondaggio di aprile in Serbia ha mostrato che la maggior parte dei cittadini accoglie con favore l’identità collettiva serbo-russa. Specificamente, il 47% ritiene che la Russia sia il principale partner politico, il 30% afferma che sia l’UE e il 19% opta per la Cina. D’altra parte, il 41% è decisamente contrario all’adesione all’UE e il 15% “probabilmente ’’ contrario. Per di più, il 66% sostiene che i paesi occidentali siano responsabili della guerra in Ucraina, mentre solo il 21% pensa che sia colpa della Russia (fonte: Novi treći put). Allora, la Russia comprende bene gli interessi e le questioni politiche serbe e crea il suo soft power su questa base.

Pertanto, i serbi accettano ampiamente la narrazione dell’identità condotta dalle alte autorità statali russe. Il soft power russo in Serbia rimane enorme poiché i leader politici serbi approvano la narrativa dell’identità collettiva; è costruita discorsivamente e i suoi elementi chiave (cristianesimo ortodosso, forti legami di fratellanza, spiritualità condivisa, comune passato slavo e origini) sono proiettati dai più importanti leader politici russi. Il risultato è che in politica estera, il governo serbo fa una netta distinzione tra amici russi e partner europei.

Nonostante ciò, l’eventuale adesione della Serbia all’UE potrebbe cambiare notevolmente le relazioni tra Russia e Serbia. Vale a dire, la guerra in Europa aggiunge una nuova dimensione al processo di allargamento. Nel frattempo, i continui rapporti di Belgrado con Mosca irritano l’UE. Tuttavia, la pressione sul governo serbo affinché introduca sanzioni alla Russia, l’armonizzazione con la politica estera dell’UE e ulteriori eventuali dibattiti sull’adesione alla NATO come potenziale tradimento simbolico dell’unità russo-serba potrebbero persino rafforzare il soft power russo in Serbia, in un nuovo mutevole mondo multipolare di feroci divisioni e tensioni. La domanda è se la Serbia manterrà una posizione neutrale (come la non allineata Yugoslavia di Tito), aderirà all’UE o anche deciderà di avere relazioni più strette con Russia e Cina.

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