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Russia: un impero in crisi sfida l’ordine liberale. Origini e particolarità del “revisionismo della crisi” putiniano.

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Da quando lo scorso 24 febbraio le truppe russe hanno invaso il territorio ucraino, dando inizio al conflitto convenzionale di portata più ampia sul territorio europeo dai tempi della seconda guerra mondiale, la comunità internazionale di studiosi, decisori politici e giornalisti che si occupano di politica estera si è domandata quali siano state le ragioni profonde che hanno spinto Mosca a giocarsil’all-in con la guerra in Ucraina.

La risposta a questa domanda sta nella condotta eminentemente revisionista che la Federazione Russa ha tenuto nel corso di questi ultimi anni rispetto ad un sistema internazionale che – nonostante gli scossoni – resta a guida statunitense e che nell’ambito dello schema tripartito (come teorizzato dall’ultimo dei realisti classici, George Liska) USA-Cina-Russia delle superpotenze sta rapidamente scivolando al terzo posto, superata da Pechino e ben lontana da Washington.
Il National Security Strategy statunitense del 2017 definiva la Russia e la Cina come “potenze revisioniste” e lo stesso fa l’Interim National Security Strategic Guidance dell’amministrazione Biden del 2021.

Repubblica Popolare Cinese e Federazione Russa vengono spesso etichettate come potenze “revisioniste”, ma si tratta di una categoria generale e che non mette quasi mai in evidenza la modalità e la condotta con le quali queste due potenze cercano di cambiare sostanzialmente l’ordine scaturito dalla fine della guerra fredda. I revisionismi sono di due tipi: incrementale e rivoluzionario. Un revisionismo di tipo incrementale vuole cambiare gli equilibri di potere mondiale evitando una competizione totalizzante ed adotta, per buona sostanza, strumenti diversi da quello militare per attuare moderatamente i cambiamenti che uno Stato si prefigge. Gli Stati revisionisti rivoluzionari puntano invece ad un confronto diretto con i propri rivali conservatori ed egemoni, innescando un conflitto che può sfociare anche in quelle che il teorico neorealista Robert Gilpin ha definito “guerre egemoniche”, proprio come le due guerre mondiali.
Sul lungo periodo la Cina avrebbe le risorse per sfidare l’egemonia USA nel mondo; Pechino ha scelto almeno per il momento di seguire una linea alquanto moderata. È indubbio invece che, almeno dallo scorso 24 febbraio, la Federazione Russa abbia imboccato la strada pericolosa del revisionismo rivoluzionario.

Il revisionismo russo fino al 2022 è stato, per così dire, espressione di quella “preoccupazione” per la propria sicurezza nazionale che è stata individuata dal neo-realismo nella sua versione difensiva come il fattore scatenante della prassi revisionista. Ma esso era rimasto incrementale, senza sfociare in pulsioni rivoluzionarie, persino quando la Russia era intervenuta militarmente in Georgia ad agosto del 2008 (seconda guerra in Ossezia del Sud), le scelte dei decisori politici e militari moscoviti potevano essere ricondotte entro una idea “moderata” di revisione degli equilibri, in quel caso regionali. La guerra contro la Georgia del 2008 può essere, infatti, ricondotta facilmente entro il filone di conflitti negli e tra gli Stati post-sovietici, dunque confronti di natura regionale volti alla conservazione dello status quo o al recupero dell’area d’influenza di Mosca. Lo stesso valga per le critiche russe nello stesso periodo all’interpretazione estensiva dell’onusiano Responsibility to Protect (che è un principio al quale, denunciando i crimini di Kiev contro i russofoni, di fatto, anche la Russia ha fatto riferimento per giustificare in parte sia la politica anti-ucraina di questi anni, sia l’intervento armato) che rientrarono appieno entro il filone della revisione normativa delle “regole del gioco” del sistema internazionale senza, però, mettere in dubbio la partecipazione della Russia agli organi decisori e regolatori dello stesso.
Il 2014 è stato il vero spartiacque per la trasformazione in chiave rivoluzionaria della politica estera russa con l’occupazione e la conseguente annessione della Crimea e la provocata secessione delle due repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk nel Donbass ai danni dell’Ucraina. Probabilmente l’annessione della Crimea alla Russia, seppur “accelerata” dalle proteste di Euromaidan e dalla perdita d’influenza in Ucraina, era già stata programmata in precedenza e questo amplierebbe lo spettro temporale di evoluzione della grand strategy russa verso un revisionismo muscolare fin dai primi anni del XXI secolo.
Gli interventi fuori area sia diretti come quello in Siria (2015) sia indiretti, spesso per tramite di compagnie di sicurezza privata come Wagner Group, come in Libia (2019) e Mali (2021), hanno contribuito alla massimizzazione di potenza – ed all’aumentata capacità di proiezione militare – russa ed hanno destato, si potrebbe dire tranquillamente a torto, l’illusione che l’Occidente a guida statunitense stesse lasciando dei vuoti geostrategici da poter occupare senza colpo ferire. Dopotutto le reazioni quasi “tolleranti” degli europei ed il non nocet di Washington, al di là delle dichiarazioni di facciata, alla penetrazione militare russa in Georgia nel 2008 e lo spaesamento generale dell’Occidente dinanzi alla comparsa degli “omini verdi” in Crimea nel 2014 avevano lasciato intendere al Cremlino che il sistema internazionale fosse divenuto “scalabile”. Nel documento strategico della Marina Militare russa del 2015, che è una cartina di tornasole del cambio d’atteggiamento di Mosca rispetto ai rapporti con l’Occidente, si legge che “la politica nazionale del mare nella regione dell’Atlantico è determinata dalle attuali condizioni della zona, indirizzate a beneficio esclusivo della Nato, ma anche dalle lacune nei meccanismi legali che dovrebbero garantire la sicurezza internazionale”; dunque revisionismo sia d’ordine distributivo che normativo, anticipatore del balzo verso i “mari caldi”.

La Russia sembra aver cambiato le proprie priorità strategiche – e di conseguenza la postura tattica – sul campo in Ucraina, con la “liberazione” dei due oblast di Donetsk e Lugansk come obiettivo principale, ma a livello di grand strategy la condotta di Mosca resta inevitabilmente legata al revisionismo rivoluzionario.
La particolarità del revisionismo russo, spinto da motivazioni securitarie e distributive, oltre che dalla specifica vocazione imperiale della Russia (che sia Impero zarista, Unione Sovietica o l’attuale Federazione poco importa) – che Morgenthau, il padre del realismo classico, avrebbe definito animus dominandi – sta nel rovesciamento del naturale postulato che prevede che sia una potenza in ascesa a sfidare lo Stato egemone del sistema internazionale e non una in decadenza.

La Russia non ha un sistema economico che le permetta di concorrere al pari di USA e Cina per il primato mondiale; l’indice d’invecchiamento della popolazione ha imboccato la via discendente; il Paese è etnicamente frammentato; geopoliticamente è schiacciato ad ovest dalla NATO e ad est dalla Cina; l’unica risorsa strategica reale che possiede sono le forze armate che, però, nella guerra d’Ucraina stanno mostrando molti limiti, alcuni persino strutturali. Almeno in questa particolare congiuntura storico-politica, la Russia sembra essere una superpotenza suo malgrado, il cui status è garantito dall’arma nucleare ma con una forza reale inferiore a quella percepita.

Non per questo, però, Mosca può essere “ridotta” al rango di potenza regionale, come dichiarato nel marzo 2014 da Obama, e messa in secondo piano per gli strateghi statunitensi ed europei. Proprio perché indebolita, la Russia non si limiterà – che Putin sieda al Cremlino o meno – a retrocedere sulle proprie posizioni di partenza ma opterà per una strategia offensiva, con l’ambizione palese di sovvertire equilibri regionali che possano mettere in difficoltà Washington a livello globale.

La Russia, tra le potenze revisioniste, è dunque un unicum poiché non è revisionista in virtù della sua potenza ascendente, ma della sua potenza decadente come già evidenziato dagli strateghi statunitensi nel 2017. La Russia è una superpotenza atipica che sceglie il revisionismo rivoluzionario come linea di condotta non per prosperare ma per sopravvivere, non solo come impero ma come realtà storica. La particolarità della Russia di Putin, che lancia la sua sfida all’Occidente con la guerra in Ucraina, è quella di essere la massima (forse unica) espressione di un “revisionismo della crisi”.

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