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TematicheStati Uniti e Nord AmericaL’avvicinamento Russia-Cina. Il dilemma di Washington

L’avvicinamento Russia-Cina. Il dilemma di Washington

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La competizione Stati Uniti – Cina apre a nuovi scenari strategici, nuovi partenariati e alleanze militari. La Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa hanno avviato un partenariato strategico volto a riequilibrare il peso egemonico statunitense. Tuttavia le storiche diffidenze tra i due giganti del continente eurasiatico rendono problematico l’accoppiamento sino-russo soprattutto alla luce dei molteplici interessi regionali per i quali potrebbero aprirsi contenziosi geopolitici. L’avvicinamento di  Mosca e Pechino pretende una decisione strategica degli apparati di Washington, aprire alla Federazione Russa per contenere l’ascesa di Pechino o puntare sull’atavica diffidenza tra i due colossi del continente eurasiatico?

L’implosione dell’Unione Sovietica portava nel dibattito politico americano la speranza di una riconciliazione con la neonata Federazione Russa, ovvero, ciò che rimase dell’URSS. I tentativi di portare il liberalismo e la democrazia in Russia si manifestano con la vicinanza tra Eltsin e Clinton, ma ben presto emersero nuovi dissapori che rivelarono l’incomunicabilità tra americani e russi. I primi intenti a rafforzare la propria presa sull’Europa, allargando i confini della NATO fino ai confini russi; i secondi impegnati a mantenere una sfera di influenza sull’Europa Orientale, ovvero sugli ex satelliti sovietici. 

Dopo alti e bassi, nel 2014, con le rivolte ucraine, i rapporti tra Russia e Stati Uniti raggiunsero il limite nel momento in cui da Mosca arrivava la ferrea opposizione a far inglobare anche Kiev nella NATO. L’esacerbazione dei rapporti tra i due attori geopolitici manifestava quanto la rivalità della Guerra Fredda non si arrestasse alle differenze ideologiche in materia socioeconomica. La tattica del contenimento, palesata nel 1947, continua tutt’oggi nonostante la trentennale implosione della Russia Sovietica. La manovra di accerchiamento dell’Heartland tramite il controllo del Rimland resta una costante strategica degli apparati statunitensi. Se non altro la manovra deriva proprio da un professore di Relazioni Internazionali americano: Nicholas J. Spykman. 

Gli attriti con il mondo occidentale hanno sospinto Mosca a cercare nuovi attori con i quali dialogare e con i quali stringere partenariati strategici. Mosca decide di incontrare il Presidente della Repubblica Popolare Xi Jinping il 20 Maggio 2014 per parlare della cooperazione bilaterale e degli sviluppi inerenti la crisi ucraina. Durante il vertice della cooperazione asiatica il Presidente Putin e l’omologo cinese parlarono soprattutto di un tema di forte interesse per Pechino: la fornitura di risorse energetiche. La Cina, in virtù della stringente esigenza di importare il fabbisogno energetico attraverso una logistica che la metta al riparo dagli stretti marittimi controllati dalla Marina statunitense, vede di buon occhio la svolta russa. La costruzione di nuovi gasdotti lungo la linea di confine con la Russia sembra portare a Pechino la sicurezza logistica e i benefici relativi al suo fabbisogno energetico. Inoltre l’economia russa, stando alle ambigue relazioni con gli stati europei, necessitava di un attore con il quale riequilibrare la possibile decrescita dell’export gasiero verso l’Europa. Putin asseriva che i rapporti tra Cina e Russia non erano mai stati così alti negli ultimi anni.  Secondo l’analista Fedor Luk’janov proprio gli eventi del 2014 imposero alla Russia tale avvicinamento. La manifesta intenzione americana di perseguire il contenimento russo, nonostante la fine della Guerra Fredda, porta Mosca ad essere insoddisfatta dell’attuale sistema internazionale e a stringere rapporti con l’attuale potenza revisionista, la Cina. L’avvicinamento porta ad un riequilibrio di potere nel sistema, anche se, a livello geopolitico, il controllo marittimo statunitense rende Cina e Russia delle mere potenze terrestri. Non una posizione molto rilevante dato che il 90% delle merci passano sul mare, spazio geopolitico dal quale dipendono le importazioni e le cospicue esportazioni della Repubblica Popolare Cinese. 

I rapporti tra Pechino e Mosca si elevano a partenariato strategico nel 2019. L’elevazione del dialogo bilaterale a partenariato strategico mostra, secondo You Ji, le ataviche diffidenze tra Pechino e Mosca. I due attori scelgono un rapporto volutamente più flessibile in virtù delle controversie passate confinarie. Mosca e Pechino hanno risolto le loro dispute territoriali nel 2008 con l’accordo «additional protocol on the eastern part of borders» firmato dal Ministro degli Esteri russo Serjei Lavrov e la controparte cinese Yang Jiechi, ma ciò non rassicura Mosca dall’espansione geoeconomica pechinese. A preoccupare la Russia è soprattutto il suo spopolato Estremo Oriente, regione nella quale la Cina tenta di portare sviluppo  e cerca di alleggerire il sovrappopolamento demografico interno. In alcune circostanze sembra siano proprio le stesse autorità cinesi a stimolare l’emigrazione cinese verso la Russia. Il Capo delle Dogane della Provincia di Heilongjiang, Cai Kaifu sostiene che  «è necessario intensificare l’esportazione di forza lavoro accrescendo le forme più semplici di collaborazione tecnica in ambiti come l’agricoltura, l’industria, l’edilizia».  Nell’estremo Oriente russo si sono gradualmente stabilite comunità cinesi, in alcuni casi totalmente autonome dal punto di vista economico e giuridico secondo Aleksandr Khramčikhin. Tali dinamiche, insieme al dinamismo economico cinese, preoccupano il Cremlino e l’opinione pubblica russa, che vedono nella Cina un pericolo oltre che un possibile partner attraverso il quale costituire un riequilibrio sistemico. Le Vie della Seta cinesi preoccupano ulteriormente data la capacità della Repubblica Popolare di espandersi economicamente nei quadranti regionali strettamente strategici per Mosca come l’Asia Centrale. Mossa dalla stessa logica di rivedere l’import delle risorse energetiche, Pechino ha deciso di importare dai paesi centroasiatici notevoli quantità di tali risorse, in primis da Kazakistan e Turkmenistan. La Belt and Road Initiative passa nella stessa Asia Centrale una volta territorio delle Repubbliche Socialiste Sovietiche ed oggi sotto sfera di influenza russa per mezzo dell’Unione Economica Eurasiatica e l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza. Il primo una sorta di Comunità Economica Europea, il secondo invece una NATO eurasiatica. 

Nel dibattito pubblico americano in molti, tra cui Henry Kissinger, suggeriscono di aprire a Mosca per contenere a 360° Pechino, e quindi attuare la strategia Nixon al contrario. Preoccupati dal controllo totale dell’Heartland e parte del Rimland sostengono che aprire a Mosca porterebbe grandi giovamenti alla strategia euroasiatica americana, scongiurando una possibile alleanza alla quale sarebbe difficile rispondere in modo efficiente. La seconda corrente, al contrario, farebbe pressione invece sulle molteplici diffidenze esistenti tra russi e cinesi citate poc’anzi. Secondo costoro, il Cremlino sarebbe poco propenso a stringere una vera e propria alleanza con Pechino stando ai timori per una Cina troppo dinamica a livello geoeconomico e militare. Le asperità e i timori dei due attori confinanti sono caratteristiche peculiari delle potenze terrestri; asperità che portarono già durante la Guerra Fredda i due attori a rischiare un conflitto armato per questioni confinarie, nonostante l’afferenza alla medesima ideologia. In tal senso, parallelamente alla rivalità strategica tra Cina e Stati Uniti, potrebbe nascere sul continente eurasiatico una seconda rivalità strategica causata dal tentativo cinese di egemonizzare il continente e la ritrosia del Cremlino – per via dell’eccezionalismo russo – ad una subordinazione nei confronti di Pechino. Infine il controllo dell’Europa di Washington passa attraverso la NATO, organizzazione antirussa, senza eufemismi. Nasce antisovietica e si riscopre antirussa con l’allargamento verso est al termine della Guerra Fredda. L’eventuale apertura a Mosca farebbe venire meno per gli europei l’esigenza della NATO, e di conseguenza dell’ombrello securitario di Washington in funzione antirussa. Ne scaturirebbe un allentamento dei rapporti euroamericani. Ipotesi che farebbe storcere il naso, e non poco, ai paesi dell’Europa dell’est fortemente antirussi e agli stessi statunitensi che perderebbero la presa sui satelliti europei. 

Washington per ora sembra sostenere la seconda scelta, applica il contenimento ad entrambi i rivali strategici eurasiatici. Affida alla NATO il contenimento della Russia e al QUAD il contenimento della Repubblica Popolare. Nella divisione degli sforzi, gli Stati Uniti si concentrano su Pechino, rivale numero uno e l’attore che al momento sembra intimorire di più gli statunitensi. Mosca fino ad oggi non porta troppe preoccupazioni. Non avendo ancora fatto i conti con il passato, con le complicazioni nello spazio post-sovietico – con rivolte in Ucraina nel 2014, Bielorussia 2021 e Kazakistan 2022 – Mosca non ha le capacità di minare la stabilità egemonica statunitense allo stesso modo in cui potrebbe riuscirci la Cina. Perciò subordina il problema russo alla rivalità strategica con la Repubblica Popolare, almeno per ora allontanando l’idea di un’apertura alla Federazione Russa.

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