Ruolo e sfide di Taiwan nel mondo multipolare

Un’analisi sulle vicende contemporanee e le prospettive di un paese relativamente piccolo (più grande del Belgio ma con la popolazione, quasi 24 millioni, della Romania), che è una delle più libere democrazie nel mondo caratterizzato dalle dinamiche di Trump, Xi Jinping, Putin e della vecchia Europa. Una scacchiera con nuove regole e mosse inedite, in cui i ruoli delle pedine si sono evoluti col tempo e in maniera, non raramente, imprevedibile. Quali potrebbero essere le strategie di Taiwan per mantenere lo status quo, tanto invocato da tutte le parti, ma le cui fondamenta potrebbero traballare nei prossimi anni?

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In un mondo sempre più frammentato e interconnesso, nessuno Stato può muoversi liberamente sulla scacchiera internazionale: ogni giorno, ogni vicenda internazionale ci dimostra questa banale, quanto veritiera, regola del nuovo mondo multipolare. E non a causa, come nel passato, di un equilibrio di potenza tra due blocchi, ma a motivo di un equilibrio continuamente precario e continuamente in movimento. E la maggior differenza rispetto al passato è proprio questa. Ossia, che il mondo interconnesso (a livello politico, ma anche economico, tecnologico, sociale) ha portato a una frammentazione degli equilibri e dei disequilibri di cui ogni paese deve tenere conto, che lega e limita inevitabilmente le scelte di ogni attore. Equilibri e disequilibri che neanche la superpotenza statunitense e altre grandi potenze regionali e/o globali (la Cina, in primis) possono più ignorare, tanto più in regioni chiave per gli equilibri internazionali come il Medio Oriente o l’Estremo Oriente.

È proprio per questo che il destino di un paese come Taiwan, di cui la nostra rubrica si occupa da mesi, appare complicato e, a tratti, difficile da prevedere. Appesantito dalla sua condizione anomala sulla scena internazionale cosí come, sul piano interno, da spinte indipendentiste (dalla Cina) e spinte unioniste (verso la Cina), il Governo di Taipei si è districato in un quadro politico e strategico che si è fatto sempre più complesso e in costante movimento, in cui gli equilibri di oggi non sono più quelli di ieri. Dalla fine della Guerra Fredda in poi, e dall’inizio della esemplare stagione democratica della metà degli anni ‘90, tramite la quale ha rinnovato le sue istituzioni rendendole pluralistiche con la piena affermazione della “Rule of Law“, le condizioni politiche, economiche e sociali che hanno garantito a Taiwan la sua indipendenza, la sua sicurezza e la sua fortuna sul piano internazionale (specialmente a livello economico e tecnologico) sono cambiate e stanno ulteriormente cambiando.

Come potrebbe muoversi, allora, questa giovane ma matura democrazia asiatica per preservare quantomeno lo status quo – che è strettamente connesso alla stabilità e alla sicurezza di tutta l’area – di Paese libero, pacifico e aperto alla collaborazione e alla solidarietà internazionali, capace di inserirsi nei meccanismi economici regionali e globali, e coperto a livello strategico, da alleati affidabili e influenti? Domanda alla quale una qualsiasi risposta potrebbe suonare azzardata. Ma una domanda che merita risposte, perché centrale nel dibattito politico estremo-orientale e importante per le analisi di esperti e accademici interessati al quadrante Asia-Pacifico.

 

La risposta che si potrebbe tratteggiare deve tenere conto di almento tre livelli: il piano politico-strategico, le dinamiche di politica economica e altri aspetti legati al cosiddetto soft power, ossia la capacità di acquisire credito politico (sul piano internazionale) attraverso politiche e scambi culturali, o la condivisione di valori umani, politici, sociali (ad esempio quelli legati al pluralismo civile, religioso, parlamentare e sindacale) e altre strategie. Tutti aspetti che è possibile solo abbozzare ma che, comunque, possono offrire un’idea, seppure generale, delle possibili prospettive di questa vibrante società democratica.

 

Sul piano strettamente geopolitico e internazionale, prima di tutto, occorre fare una breve sintesi storica della condizione internazionale di Taiwan che soffre da decenni delle conseguenze diplomatiche generate dall’ostracismo imposto dal Governo di Pechino, e subito dalla maggioranza degli Stati, in contraddizione con la realtà geopolitica e con i principi alla base della esistenza e del ruolo delle Nazioni Unite. Si pensi alla ipocrisia dello slogan onusiano “Non lasciare indietro nessuno” quando un popolo di quasi 24 millioni è escluso dalla famiglia delle Nazioni Unite per il diktat di un regime che si impone sugli altri Paesi per il suo enorme peso economico e finanziario. Dal 1971, infatti, quando con una risicata maggioranza fu assegnato alla Cina popolare il seggio appartenuto, fin dalla fondazione nel 1945, alla Repubblica di Cina (il cui Governo si trasferí a Taiwan nel 1949) non è stata ancora risolto – per la perdurante interdizione cinese – il problema della mancata rappresentanza di Taiwan e del suo popolo. Inoltre, la Cina, dall’altro lato dello Stretto di Formosa, ha reso sempre più evidenti le minacce militari (o di altro tipo) e le pressioni politiche per annettere con la forza l’Isola. Tuttavia, dal 1949 Taiwan ha potuto contare, a difesa della sua libertà e sovranità, sulla protezione militare e geopolitica degli Stati Uniti – una protezione ribadita anche pochi giorni fa dal portavoce del Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti, regolata, dal 1979, dal “Taiwan Relations Act” e sostenuta politicamente da una solidarietà che si esprime costantemente, al Congresso, in una stragrande maggioranza bipartisan.

Saltando ad anni più recenti, la tensione tra la Cina comunista e Taiwan si è andata attenuando con nuovo equilibrio fondato sul cosiddetto “1992 Consensus”*. Su questa intesa semantica si è poi sviluppata una tregua diplomatica tra Taipei e Pechino, segnata da alterni momenti di distensione e di tensione come avvenne con le manovre aeronavali cinesi del 1996 alle quali l’Amministrazione Clinton rispose inviando nello Stretto la VI Flotta,  o il dispiegamento nel Fujian di 1000 missili puntati sulle città dell’Isola. Un passo in avanti ancora più chiaro è avvenuto con la crescente interconnessione economica tra Taipei e Pechino, i collegamenti aerei diretti, che continuano,  e la firma di oltre 20 accordi bilaterali.

 

Sul piano economico, infatti, Taiwan, dopo il boom degli anni Settanta e Ottanta, si è ritagliata una posizione invidiabile sui mercati internazionali, perseguendo varie strategie. Puntando principalmente sul manifatturiero, prima, e poi su settori più avanzati (come la produzione e sviluppo di componentistica per le nuove tecnologie), Taiwan ha progressivamente penetrato sia i mercati internazionali sia quello cinese. Ed è proprio con la Cina che lo scambio commerciale, gli investimenti e altri fondamentali dell’economia taiwanese, sono andati crescendo in maniera esponenziale – soprattutto durante gli anni della precedente amministrazione taiwanese, quella di Ma Ying-jeou del Kuomintang (KMT) che ha però pagato elettoralmente l’eccessivo avvicinamento, anche politico, a Pechino.

 

Considerando poi altri aspetti, non secondari, Taiwan è riuscita, con le riforme degli anni ’90, a trasformare il sistema politico, erede della sconfitta subita nel 1949, in senso pienamente democratico e rappresentativo, con una partecipazione e una vivacità analoghe a quella delle grandi democrazie. A questo sviluppo si è accompagnata una significativa partecipazione, a pieno titolo, in organismi internazionali di primaria importanza come il WTO e l’APEC ma anche in alcuni, legati alle attività delle Nazioni Unite, in qualità di Osservatore, anzitutto l’AMS/OMS. Questo, chiaramente, è stato anche facilitato dal tacito assenso cinese fino a che i rapporti si sono mantenuti non-ostili, con aperture al dialogo non scontate – come l’incontro tra Xi Jinping e Ma Ying-jeou del Novembre 2015. Contemporaneamente, le relazioni tra Taiwan e il resto del mondo democratico, USA, Giappone e Unione Europea in primo luogo, sono costantemente migliorate, anche con una crescita dei contatti e delle visite tra le élite politiche, parlamentari e accademiche.

Questo è lo stato dell’arte fino a ieri. Oggi la situazione è cambiata non solo per Taiwan, e non solo guardando all’inossidabile rapporto/confronto con la Cina, ma anche rispetto al più ampio quadro regionale e internazionale.

Come scritto in svariati articoli di questa rubrica, l’elezione nel 2016 del nuovo Presidente taiwanese, Tsai Ing-wen (del Partito Democratico Progressista, pro-indipendenza) – si è trattatato della 6a elezione diretta a suffragio universale dal 1996 e della 3a alternanza tra KMT e DPP – ha portato Pechino ad un aspro ritorno alle vecchie aggressive tattiche ostruzionistiche per accrescere l’isolamento di Taiwan, riprendendo anche già note modalità volte a “soffiare”, per usare un eufemismo, i paesi che tuttora hanno relazioni diplomatiche con Taipei.
Le pressioni cinesi si sono poi pesantemente sentite in organizzazioni multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite, nei cui statuti sono escluse categoricamente discriminazioni politiche, razziali, religiose ed economiche che, invece, vengono applicate nei confronti di Taiwan con decisioni discriminatorie in aperto contrasto con i propri principi fondanti.

Il Governo di Taipei, nel corso dell’ultimo anno e mezzo, non ha cosí potuto partecipare a riunioni e discussioni su obiettivi di interesse globale negli organismi internazionali preposti al contrasto delle malattie ed epidemie (AMS/OMS), alla sicurezza aerea (ICAO), alla lotta transnazionale al crimine e al terrorismo (INTERPOL) e alla tutela ambientale e climatica (UNFCCC).  A questo si deve aggiungere l’esclusione di Taiwan da altri progetti ONU di portata universale, come ad esempio le attività per la realizzazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile. Il tutto nonostante Taiwan, anche se ingiustamente esclusa, continui a perseguire gli obiettivi e a rispettare gli standard degli accordi e dei progetti sviluppati da tali organismi.


Questo è avvenuto, poi, in un quadro geopolitico ed economico in trasformazione, che mantiene alcune caratteristiche di fondo ma segue anche tendenze diverse (e contraddittorie) che potrebbero portare a cambiamenti di peso negli equilibri internazionali. A partire dall’elezione di Trump negli Stati Uniti – con il passaggio della strategia USA dal Pivot to Asia di Obama all’America First della nuova amministrazione – che ha ribadito l’impegno e il sostegno statunitense nei confronti di Taiwan, nel rispetto della One China Policy* e del già citato e fondamentale “Taiwan Relations Act“. Quindi, nel breve periodo, ma ragionevolmente anche nel medio, Taiwan dovrebbe sentirsi al sicuro da interventi militari aggressivi di qualsiasi natura. 
Inoltre, l’interesse del regime di Pechino, come strategia generale, appare quello di dare una spinta, dalle caratteristiche tutte da verificare, alla svolta “globalista” di Xi jinping. La Cina, infatti, forte di ingenti capitali finanziari, e vista la volontà di conquistare il mercato asiatico e il mercato europeo attraverso l’iniziativa “One Belt, One Road”, non può permettersi una guerra ai suoi confini né tantomeno una guerra che la coinvolga: oltre alle imprevedibili conseguenze in tutta l’area, questo potrebbe seriamente compromettere sia il profilo internazionale cinese sia le reali capacità di penetrazione politica ed economica di Pechino. D’altronde, anche considerando ad esempio gli importanti rapporti tra Cina e i paesi dell’Unione Europea, ancora oggi l’Europa non considera la Cina un attore totalmente affidabile: i dazi e le misure protezionistiche dell’UE nei confronti della Repubblica Popolare sono ancora importanti e non sembrano destinati a cadere nel breve periodo.

Per non parlare delle divisioni esistenti, anche se velate da timidità e ipocrisie, sui diritti umani e civili, sulla pena di morte, sulla libertà religiosa, sul rispetto delle minoranze etniche.

Inoltre gli altri attori regionali, a partire dal Giappone, non avrebbero alcun interesse a veder sviluppare l’area di influenza cinese che, se inglobasse Taiwan, avrebbe il controllo geostrategico dell’Asia-Pacifico e li potrebbe isolare dai paesi del Sud-Est asiatico e/o limitarne i collegamenti, magari pagando dazio al regime di Pechino.

In poche parole: nel breve-medio periodo, la sicurezza militare di Taiwan, dunque la sua libertà, non appare in pericolo, al di là dei toni più o meno guerrafondai della propaganda politica.


Il tasto più dolente, ma anche l’opportunità più seria, che Taiwan potrebbe sfruttare è prima di tutto, come è stato in passato, l’aspetto economico e commerciale. La cosiddetta business diplomacy sviluppata da Taiwan grazie e attraverso, soprattutto, i suoi campioni imprenditoriali, rappresenta ancora una carta utilizzabile, a certe condizioni, dal Governo di Taipei. Guardando alla Cina, Taiwan è, volente o nolente, legata a doppio-filo con i destini economici cinesi (e, dall’altra parte, anche se in maniera meno determinante, la stessa Cina dipende dall’andamento dell’economia Taiwanese). Ma Taiwan, rispetto alla Cina, gode di vantaggi legati al suo status democratico e di economia di mercato che le consentono di esportare i propri prodotti più importanti in giro per il mondo, a partire dai Paesi limitrofi fino a quelli europei. Sfruttare questa situazione, in particolare con l’Unione Europea, per implementare la propria presenza sul mercato, in quei settori dove per ora la Cina di Xi Jinping non può arrivare (a partire dai servizi), sarebbe una strategia che potrebbe pagare. Ancor di più potrebbe pagare una strategia più ambiziosa: ossia sfruttare la propria posizione di vantaggio di paese democratico ed economia di mercato (come il Giappone, ma più agilmente), posizionato in una collocazione geografica centrale, per diventare un hub commerciale per i prodotti europei, ma in generale provenienti da altre regioni, per le altre economie regionali (anche per quella cinese, nei settori dove essa non può arrivare).


Il problema è che però queste strategie di politica commerciale (centrali per una media economia come quella taiwanese necessariamente legata al commercio) per avere successo dovrebbero rispettare dei requisiti e affrontare delle difficoltà che andrebbero risolte in maniera razionale e pragmatica, aspetto non così scontato nel vivace panorama politico taiwanese (come in quello di molte altre democrazie). Bisognerebbe, prima di tutto, arrivare ad un accordo di normalizzazione con la Cina, rinunciando a inutili e malamente dissimulati scontri propagandistici**, entrando a far parte di più ampi accordi commerciali a livello regionale. Secondo, bisognerebbe rinunciare al sogno del TPP, dopo l’abbandono americano del progetto originario, e cercare accordi bilaterali con gli Stati Uniti, certamente, ma soprattutto con l’Unione Europea. Infatti, come già accennato, in Europa i margini di un’espansione taiwanese esisterebbero e potrebbero crescere ben più di quello che sono cresciuti in passato. Il vantaggio potrebbe essere ampiamente sfruttato.

Taipei dovrebbe, allo stesso tempo, rinunciare a politiche protezionistiche che ancora parzialmente caratterizzano la sua economia, a scelte anti-mercato che ancora vengono prese (per esempio nel campo della tecnologia militare) e che renderebbero vano qualsiasi tentativo di dinamismo commerciale. Come appare incerto il tentativo di Taipei di reagire alla pressione cinese nel Sud-Est Asiatico con la cosiddetta “Southbound Policy”: per quanto venga presentata come una strategia di lungo periodo, caratterizzata da aspetti legati prima di tutto a scambi culturali, accademici e altri strumenti del soft power, è evidente che essa ha un preciso scopo economico, puntando esplicitamente a un gruppo di nuove economie emergenti. Ma questa strategia è la stessa della Cina, che disponendo di capitali più ingenti e di maggior influenza politica in Paesi poco coordinati tra loro, non sempre limipidi nelle proprie strutture pubbliche e politiche, non incontrando i limiti posti ad esempio dall’UE, ha molte più praterie da conquistare. Per Taiwan sembra essere un generoso buttarsi nella lotta (economica e commerciale) a mani nude con il Golia cinese.

Sono senz’altro meritori gli sforzi e i tentativi che, sul piano del soft power internazionale e in termini di organizzazioni multilaterali, l’amministrazione di Tsai Ing-wen sta portando avanti, e che abbiamo spesso evidenziato su “Taiwan Spotlight”. Ma è palese che questo non basta.


In conclusione, è proprio qui che si evidenzia il nocciolo del problema di Taiwan e delle sue prospettive: il problema politico interno. Tutta la politica dell’ultima amministrazione è stata guidata guardando alle condizioni, polemiche e dinamiche interne, con la difficoltà a delineare chiare linee strategiche e perseguendo strategie arenate (si veda il caso TPP) o deboli (si veda la Southbound Policy). La Presidente, nonostante una presidenza ancora breve, ha già registrato cali di gradimento che rasentano quelli della precedente, e non sembra in grado di sbloccare il silenzio con Pechino. Allo stesso tempo, il Kuomintang non ha trovato un’alternativa credibile all’amministrazione Tsai Ing-wen, bloccato da lotte interne, dall’etichetta di “collaborazionista” con il governo di Pechino e affaticato da un’eredità, quella del precedente regime autoritario, che è ancora viva nel ricordo dei taiwanesi ed è ancora in grado di produrre dispute politiche.


Però, anche in questo caso, il nocciolo del problema potrebbe essere una fonte di opportunità. Infatti Taiwan rappresenta un laboratorio democratico che potrebbe svilupparsi ulteriormente, dando vita a una diplomazia basata sul soft-power più solida e significativa. Una diplomazia che vada oltre il, seppur meritorio, profilo del paese libero e democratico, rispettoso dei diritti umani, sociali e politici, e benevolo nei confronti della cooperazione con i paesi in via di sviluppo, che partecipa ad attività di carattere universalistico e globale come il cambiamento climatico. Potrebbe, insomma, andare oltre il semplice profilo di piccolo paese modello, escluso senza motivo dai consessi internazionali, come quello dell’ONU. Potrebbe infatti presentarsi come un nuovo e originale laboratorio democratico.
In un’epoca in cui le democrazie anche occidentali, nelle loro varie formule, affrontano problemi di crescita, di coesione sociale, di giustizia intergenerazionale, di partecipazione politica, di problemi di efficienza della macchina statale e pubblica, e via discorrendo, Taiwan potrebbe assumersi un ruolo inedito. Quello di paese asiatico, democratico, in grado di guardare alle fondamenta della sua macchina istituzionale, esportando e importando buone prassi, buone leggi, buone regolamentazioni, buoni principi, coniugandoli con la propria particolare struttura sociale e culturale, ossia quella confuciana. D’altronde alcune delle più importanti innovazioni delle liberal-democrazie occidentali, prima di essere formalizzate, sono state spesso il prodotto di prassi e procedure non scritte, specialmente guardando al caso inglese.


Sviluppare questi aspetti potrebbe apparire vago e inconcludente, ed il rischio che lo sia c’è, ma potrebbe non esserlo. Se le classi dirigenti taiwanesi prenderanno in seria considerazione l’idea di riformare i processi politici, seguendo logiche innovative e coraggiose, senza toccare le istituzioni formali (che porterebbe a un inasprimento immediato dei rapporti con la Cina comunista), questo potrà rappresentare un vero valore aggiunto per i rapporti diplomatici e politici con i paesi europei e gli Stati Uniti, il tutto chiaramente supportato da una strategia economica e commerciale pragmatica..

La strada per Taiwan c’è, per quanto ancora definita da contorni imprecisi e dall’ineluttabile possibilità che eventi imprevisti cambino nuovamente le carte in gioco.
E proprio in questa vaghezza che, però, l’agile Governo di Taipei potrebbe trovare le opportunità e il dinamismo necessario per continuare a garantire libertà, sicurezza e benessere ai propri cittadini.


Note:

* Consiste nell’accordo in base al quale Cina e Taiwan hanno riconosciuto l’esistenza di una “unica Cina” (in inglese, One China Principle Policy), lasciando le porte aperte a diverse interpretazioni; infatti, con questa formula, da una parte, la Cina popolare ha lasciato spazio a soluzioni indipendentiste da parte di Taiwan e, dall’altra, Taipei non ha legato il suo destino a progetti di riunificazione con Pechino.
** Come la perdurante “non-citazione” della Presidente Tsai Ing-wen del “1992 Consensus” chiamata dalla Presidente “Status quo”, che ha prodotto le reazioni cinesi.

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