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Il puzzle impossibile. Il ruolo del fattore etnico nelle recenti proposte di risoluzione delle dispute balcaniche

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L’assetto politico dei Balcani diventa periodicamente oggetto dell’attenzione dei media internazionali e di proposte volte a porre fine alle questioni irrisolte che lo caratterizzano. L’elemento che talvolta pone in comune queste ultime consiste nella scelta del criterio etnico per ridefinire le frontiere. I casi di Bosnia e Kosovo.

Scambio di territori e rettifiche dei confini: la strada per la conciliazione?

Il 2018 segnò una fase di moderato ottimismo per i Balcani. Alla risoluzione dell’annosa disputa tra Grecia e Macedonia del Nord, suggellata dalla firma degli accordi di Prespa, si aggiunse l’inizio di negoziati tra Serbia e Kosovo per la normalizzazione delle relazioni tra Belgrado e la piccola repubblica autoproclamatasi indipendente nel 2008. Il Presidente serbo Aleksandar Vučić e il suo omologo kosovaro Hashim Thaçi furono gli artefici delle trattative, con il sostegno dell’amministrazione statunitense dell’allora Presidente Donald Trump; i due annunciarono la volontà di giungere a un accordo nel corso di un panel tenutosi in Austria, ad Alpbach, nell’agosto 2018.
Il possibile accordo assunse la forma di uno scambio di territori sulla base della distribuzione etnica: la Serbia avrebbe ottenuto l’area del Kosovo settentrionale, in particolare la municipalità di Mitrovica Nord, dove la popolazione serba costituisce la maggioranza, mentre alla Repubblica del Kosovo sarebbe stato ceduto il territorio della valle di Preševo, una regione della Serbia meridionale abitata soprattutto da albanesi. Lo scambio di territori avrebbe fatto parte di un accordo più generale in virtù del quale Serbia e Kosovo avrebbero normalizzato le relazioni bilaterali e Belgrado avrebbe riconosciuto l’indipendenza di quello che considera tuttora come un territorio di propria appartenenza.
Il dialogo si rivelò non semplice da portare avanti, alla luce anche delle periodiche tensioni tra Belgrado e Priština e l’opposizione dell’allora Primo Ministro kosovaro Ramush Haradinaj, ma emerse presto, in ogni caso, come vari elementi avrebbero reso complessa la conclusione di un accordo: la distribuzione non uniforme della popolazione serba nel territorio kosovaro (una parte rilevante di questa sarebbe infatti rimasta nel territorio sotto il controllo di Priština) ma anche lo status del lago di Gazivoda (e della centrale idroelettrica ivi presente) nonché delle miniere di Trepča.
Si registrò, soprattutto, la freddezza con cui nelle capitali europee venne accolto il piano di rettifica dei confini, un atteggiamento che riguardò in particolare l’allora cancelliera tedesca Angela Merkel. Da più parti si espresse, infatti, il timore di una soluzione consistente in una modifica delle frontiere, fondata oltretutto su un criterio etnico, in quanto ciò avrebbe potuto significare l’apertura di un Vaso di Pandora e spalancare la strada a numerose altre istanze analoghe nella regione, con il rischio di far precipitare i Balcani in una nuova fase di instabilità.

Un’idea ricorrente: il “non-paper” del 2021

Le relazioni tra Serbia e Kosovo, da allora, si sono piuttosto raffreddate, allontanando la prospettiva di un accordo: a ciò ha concorso una serie di fatti, dalla decisione di Priština alla fine del 2018 di dotarsi di un vero e proprio esercito fino alla recente “crisi delle targhe” e alle proteste dei serbi del Kosovo che hanno rivendicato la possibilità di votare per le elezioni generali serbe tenutesi il 3 aprile.
In questo contesto, caratterizzato anche da crescenti inquietudini circa la situazione in Bosnia-Erzegovina, si è verificato nella primavera del 2021 un clamoroso sviluppo: nel mese di aprile, un rapporto anonimo nel quale si ipotizzava una modifica complessiva dell’assetto dei Balcani è stato non solo diffuso dai media di alcuni Paesi dell’area, ma ha finito anche per circolare sui tavoli delle istituzioni europee.
Il rapporto in questione si proponeva di risolvere le questioni ancora irrisolte nella regione attraverso una serie di modifiche dei confini sulla base della composizione etnica dei vari territori: la Croazia e la Serbia, per esempio, avrebbero incorporato le zone della Bosnia-Erzegovina contenenti le rispettive popolazioni, lasciando però al loro destino i bosgnacchi musulmani, mentre la Repubblica del Kosovo sarebbe stata spartita tra Albania e Serbia lungo una linea disegnata con un criterio analogo al progetto del 2018. Ulteriori novità avrebbero riguardato la Macedonia del Nord e in particolare le sue aree a maggioranza albanese, per le quali il rapporto indicava anche in questo caso il passaggio sotto la sovranità di Tirana.
Il “non-paper”, la cui origine è stata da taluni ricondotta al Primo ministro sloveno Janez Janša, ha generato imbarazzo nelle istituzioni europee e ha suscitato inquietudine nei Balcani, dove la proposta è stata considerata essenzialmente come pericolosa per la stabilità dell’area.

La Bosnia-Erzegovina, una costruzione fragile

La situazione in Bosnia-Erzegovina ha catturato l’attenzione di media e osservatori internazionali alla luce della condotta di Milorad Dodik, rappresentante serbo della presidenza tripartita della Bosnia e già presidente della Republika Srpska, il quale è stato da più parti accusato di agitare le tensioni secessioniste che caratterizzano il Paese. Ha sollevato preoccupazione, in particolare, la decisione del parlamento della Republika Srpska del dicembre 2021, in virtù della quale potrebbero passare a Banja Luka una serie di prerogative e di funzioni al momento appannaggio dello Stato centrale, in particolare in materia di difesa, fisco e giustizia. Tale mossa è stata considerata con preoccupazione soprattutto da parte dei Paesi occidentali, i quali l’hanno definita come un passo volto a indebolire la tenuta della Bosnia-Erzegovina. Dodik, tuttavia, può vantare il sostegno della Federazione Russa, nel contesto delle dinamiche che attualmente caratterizzano l’arena internazionale.
La Bosnia-Erzegovina, anche alla luce delle cronache degli ultimi mesi, viene considerata come un’area dove il rischio di una spaccatura dello Stato lungo le linee di frammentazione etnica risulta essere particolarmente fondato.

Un orizzonte incerto

Questioni irrisolte, costruzioni statali fragili e una strada particolarmente ardua verso il traguardo dell’integrazione europea: in un quadro in cui le prospettive della regione balcanica rimangono incerte, l’idea di rettificare i confini su base etnica viene talvolta posta sul tavolo sia da parte di politici nazionalisti desiderosi di superare uno status quo considerato come ingiusto e scaturito dalla volontà di attori esterni, sia nell’ambito di progetti che si propongono di risolvere in tal modo le annose problematiche dell’area aprendo la strada verso una fase di maggiore stabilità. Difficoltà tecniche, distribuzione non omogenea delle popolazioni e, soprattutto, il rischio che il superamento dei confini risultanti dalla dissoluzione della Jugoslavia apra la strada a una serie di ulteriori rivendicazioni potrebbero però originare uno scenario molto diverso. Se la possibilità di perseguire una maggiore compattezza etnica delle entità politiche esistenti rappresenta, in apparenza, una strada comoda e allettante per superare le problematiche attuali, gli elementi sopraccitati costituiscono però delle incognite da tenere in considerazione.

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