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Ruolo e prospettive dell’intelligence economica e della democrazia nel 2024, l’anno con il più grande numero di elezioni della storia

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Il 2024, con oltre cinquanta elezioni nel mondo e la chiamata alle urne in settantasei paesi di circa due miliardi di persone, sarà un vero e proprio spartiacque per quanto riguarda la tenuta democratica in tutto il mondo, gli equilibri geopolitici internazionali e l’assetto globale del commercio. Leggere il tempo che stiamo vivendo attraverso la lente dell’intelligence economica, per essere capaci di cogliere il senso della contemporaneità e le ragioni dell’attuale crisi della democrazia, il futuro ruolo della classe politica e delle minoranze creative.

Il 2024, l’anno più elettorale della storia

Un anno da record il 2024, si calcola che saranno 76 gli Stati in cui i cittadini saranno chiamati alle urne, dal rinnovo del Parlamento Europeo alla Casa Bianca, passando per India, Russia, Sudafrica, Iran, Regno Unito, Bielorussia, Indonesia. 

Si tratta, dunque, di un lungo e tortuoso percorso, che interesserà anche contesti poco o per nulla democratici, già iniziato con le appena svoltesi elezioni a Taiwan e che costituirà un banco di prova cruciale per i paesi democratici e le relazioni internazionali in tutto il mondo.

L’arretramento della democrazia è la realtà di questa fase della politica globale, dopo la sua grande espansione alla fine della Guerra Fredda, le libertà sono declinate e, pertanto, questa grande chiamata alle urne sarà determinante per comprenderne il futuro prossimo.

La democrazia è una realtà molto complessa e delicata, fragile, nonché minoritaria nel mondo, che riguarda principalmente l’occidente, ed in cui l’élites sono inesorabilmente attratte dal potere economico-finanziario, cresciuto, nel mondo globalizzato, a dismisura.

In tale quadro internazionale, essa è possibile, concepibile, soltanto laddove vi sono corpi intermedi, un’intermediazione organizzata tra l’élite politica, lo stato, la società civile, con organizzazioni autonome, come sindacati, partiti, ong, enti, organismi religiosi, università e anche corporazioni, che filtrano, mediano, solo così può sostenere la sfida che le viene imposta dalla globalizzazione e dall’impetuoso sviluppo tecnologico.

Se non si realizza questo processo d’intermediazione, non vi può essere dialogo vero tra l’élite politica e la massa indifferenziata degli individui e in questo modo la democrazia si trasforma in un’autocrazia autoreferenziale post democratica, in cui tutto è regolato dalla capacità economica e dalla potenza finanziaria, ed in cui si creano nuove disuguaglianze e povertà, dimenticando che la democrazia è molto più di un seggio aperto, è fatta di esercizio di libertà.

C’è quindi a tale proposito, la necessità, in tutti paesi democratici, di avere una classe politica competente in grado di analizzare, in termini realistici, la situazione, indicarne e comprenderne i problemi individuando le soluzioni possibili, motivo per il quale diventa di primaria importanza che quest’ultima abbia un grado di formazione adeguato, che sia capace di operare sostenuta da un livello d’informazione valido, efficace, aggiornato.

Classe politica, Democrazia, Intelligence Economica

La preparazione della classe politica nel 2024, l’anno più elettorale di sempre, rappresenterà per i paesi democratici dunque, la vera sfida alla complessità del mondo, in quanto questa competenza, sarà nell’immediato futuro, ancora più importante perché i politici saranno chiamati ad affrontare problemi di una complessità incredibile, di natura etica, culturale, economica, religiosa, tecnologica.

La chiamata alle urne e la difesa della prospettiva democratica in quest’anno vanno, dunque, sicuramente connesse sia alle capacità dei decisori politici, sia alle strategie di sviluppo e tutela della ricchezza di uno stato, intese quali gestione delle risorse naturali di cui dispone, dei suoi investimenti, equilibri economici e finanziari, dell’attività di ricerca ed innovazione, della proprietà intellettuale, scientifica, artistica ed industriale.

Ed in quest’ottica, subentra la fondamentale importanza da attribuire al ruolo dell’intelligence economica, per superare il corto circuito cognitivo provocato dall’eccesso informativo, dalla diffusa pratica della disinformazione, dalla carente istruzione delle élites e della società civile.

Non a caso, citando Bill Gates, il modo migliore per prevalere sugli altri è quello di eccellere sul terreno dell’informazione e quindi sul modo con cui si raccolgono, analizzano e utilizzano le informazioni ed in questo l’intelligence economica costituisce una risorsa fondamentale per persone, aziende e Stati per tutelare i rispettivi interessi, assumendo le giuste informazioni per prendere decisioni consapevoli.

L’intelligence economica dedica dunque, gran parte del suo impegno a studiare il ciclo dell’informazione nelle sue sei fasi: 1) raccolta e selezione dei dati; 2) loro protezione; 3) definizione di scenari alternativi; 4) individuazione delle possibili alternative strategiche; 5) scelta di una strategia e monitoraggio dell’attuazione 6) controllo del percorso di attuazione e valutazione degli effetti delle scelte effettuate.

Per il politico, allora, saper predire gli scenari futuri attraverso un corretto utilizzo del ciclo dell’informazione rappresenta sempre più la base delle scelte di ogni sviluppo, tenendo sempre a mente però che, seppure il non prevedibile domina le nostre vite, continuamente sottostanti al possibile verificarsi del cosiddetto cigno nero, fantasia ed intuito, quelli che Keyenes definì gli animal spirits, sono fattori irrinunciabili per ogni successo.

E, per capire quanto siano problematiche le decisioni dei politici, in particolare di quelli che saranno eletti nel corso del 2024 nelle nazioni democratiche, in un mondo che vive quella che Papa Francesco ha definito la terza guerra mondiale a pezzi, per illustrarne la potenziale elevata difficoltà, basterebbe citare l’esempio fornito dall’Economist, che ogni fine anno pubblica un numero, The World Ahead – il mondo che verrà, nel quale cerca di fare delle previsioni, delle analisi, sui grandi temi dell’anno successivo. 

Riguardando il numero dell’anno scorso e quali priorità indicava l’Economist, soltanto uno tra i titoli principali indicati per quel periodo, ha avuto una qualche centralità, cioè l’India che è diventato il paese più popoloso del mondo, togliendo il primato alla Cina, per il resto, neppure il più influente settimanale del mondo aveva grandi elementi per intuire eventi e sviluppi che hanno davvero plasmato il 2023

Nel contesto attuale dei sistemi democratici e soprattutto nell’assetto che ne uscirà da quelli futuri, dopo le votazioni del 2024, sia per quanto concerne la cosidetta società civile sia per l’élite politica, è necessario che la cultura dell’intelligence economica emerga come elemento cruciale per mantenere l’uomo al centro dell’universo, soprattutto nel prossimo confronto tra l’intelligenza umana e artificiale, in cui il campo di battaglia definitivo sarà rappresentato dalla mente delle persone, aggredita in modo capillare dalle nuove tecnologie, dai media sempre più penetranti e soprattutto attraverso il cyberspazio.

Ecco perché sarà bene tenere sempre a mente le parole del filosofo Emanuele Severino: la tecnica ucciderà la democrazia, così descriveva l’impatto sul sistema democratico e la sua tradizionale architettura, di quella che definiva la forma più rigorosa di follia, l’ultimo Dio capace d’indurre l’uomo a trascendere il limite della sua stessa condizione.

Intelligence economica, classe politica, minoranze creative, il geostatista.

La crisi della democrazia nei moderni stati nasce dall’erosione di qualsiasi dimensione comunitaria, dalla progressiva diminuzione degli spazi concessi a tutto quello che è struttura, in quanto progressivamente ed erroneamente entrambe avvertite, nel mondo dei social, dei nuovi mass-media onnicomprensivi e dell’intelligenza artificiale, come una limitazione della libertà individuale.

L’impasse della forma democratica odierna nasce, dunque, dall’essersi fatta percepire dai cittadini come un guscio vuoto, appiattito esclusivamente sul fattore economico-finanziario, che non ha saputo fornire, nell’epoca della cosiddetta società liquida, una risposta ai bisogni degli esclusi, facendo intendere che il potere, la classe politica, non dimora più nelle sedi istituzionali, nei parlamenti, ma alberga nelle grandi centrali finanziarie dell’economia.

Da questa prospettiva nasce, allora, l’esigenza di accreditare per la società civile e l’élite politica, la centralità del ruolo:

  • dell’intelligence economica, concepita come disciplina che, studiando il ciclo dell’informazione necessario alle imprese ed agli Stati per effettuare scelte corrette di sviluppo, si prefigge di affinare abilità cognitive e decisionali, applicate alla complessità del contesto competitivo globale, fornendo così uno strumento con il quale si fornisce una nuova missione ai politici, ai funzionari statali ed ai manager privati, assillati dalla continua erosione della loro capacità decisionale, connessa alla globalizzazione;
  • dell’uomo politico, inteso come protagonista dell’agone democratico contemporaneo, avveduto, competente, appassionato e lungimirante, che dovrebbe rifarsi ai concetti di filosofia intesa come amore del sapere, amante del bello – kalòs – nella forma e nell’utilità, nei cui pensieri e azioni ci sia identità tra ciò che è bello e ciò che buono e ciò che è utile;
  • delle minoranze creative, intese nei termini di sfide e risposte, in ossequio al fatto che le civiltà si formano in risposta a una serie di sfide difficili, nelle quali minoranze creative escogitano soluzioni che riorientano l’intera società, concetto che ben s’inserisce in quella richiesta delle democrazie moderne di essere in grado di fornire soluzioni a problematiche sempre più complesse, tanto da essere anche avvertito nelle considerazioni di un fine pensatore, quale era Benedetto XVI, per il quale occorreva “dare ragione a Toynbee, che il destino di una società dipende sempre da minoranze creative”.

Dunque, in conclusione, se la funzione politica è la più difficile di tutte, come diceva Aristotele, perché essa è la tecnica che deve mettere insieme tutte le tecniche, diventano fondamentali per il futuro della democrazia, della cultura del politico e dell’intelligence economica, le parole del Professor Paolo Savona attraverso le quali intravedere un positivo spiraglio futuro: “abbiamo sempre più politici, persone dedite ai problemi contingenti per avere il consenso immediato dell’elettore e sempre meno statisti, costruttori di stati, che affidano le loro scelte al giudizio della storia. Eppure, il processo di globalizzazione ha estremo bisogno dei secondi, di persone capaci di vedere lontano – al di là dell’oggi e delle loro nazioni – e di costruire assetti giuridici che prevengano le crisi economiche e propizino lo sviluppo dell’intero pianeta. Abbiamo bisogno di geostatisti”.

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