Ruolo delle Agenzie di Sicurezza alla luce delle sfide odierne cui è esposto il paese

In un panorama di continua esposizione alla minaccia terroristica, con due paesi limitrofi – Libia e Siria – afflitti da conflitti intestini, nonché una serie di minacce emergenti, a partire da quella cyber, che risultano insidiose anche per il nostro settore privato, è utile avviare una riflessione strategica sul ruolo delle nostre Agenzie di Sicurezza.

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È stata da poco pubblicata la relazione al Parlamento riguardante le attività del 2018, che ci offre spunti e riflessioni di natura geo-politica di significativa rilevanza per la conoscenza ed i modi di protezione dei nostri interessi nazionali, nonché capire più concretamente l’operato dell’Agenzia per la Sicurezza Interna (AISI) e dell’Agenzia per la Sicurezza Esterna (AISE) sotto il coordinamento del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS) incardinato presso la Presidenza del Consiglio. Con il Reparto informazioni e sicurezza dello Stato Maggiore della Difesa, questo insieme di strutture costituisce infatti l’intelaiatura dei servizi di intelligence nel nostro paese.

Ci sono numerose “success stories” riguardo l’operato di AISE ed AISI, che potrebbero essere più apertamente condivise alla luce della crescente importanza di alimentare una cultura della sicurezza. I Servizi italiani godono di una elevata considerazione ed attenzione a livello internazionale. Riescono sempre meglio a fare sistema con le altre Amministrazioni dello Stato e si avvalgono di competenze mutuate da una iniziale ma crescente interazione con la società civile.

Rispetto a situazioni del passato che si sono connotate negativamente, l’attività dei Servizi si svolge ora in piena interazione con il “decisore Politico”, a partire dal Presidente del Consiglio e dai Ministri che siedono nel Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica (CISR), ed in un quadro di controllo esercitato dal Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir). I risultati si possono misurare con diversi indicatori: forse quello più immediato e rilevante è che l’Italia, diversamente da altri paesi europei, non è stata coinvolta in alcun attentato di matrice jihadista; e dove si sono manifestate possibili minacce, sono state intercettate ed i possibili attentatori espulsi, grazie alle informazioni raccolte dai Servizi.

In Italia permane tuttavia un approccio di segretezza statica attorno al ruolo delle nostre Agenzie, laddove in altri paesi nostri alleati – pensiamo in primo luogo agli Stati Uniti con la CIA – il comparto conduce molte più attività di “public diplomacy” per far comprendere il proprio lavoro ai cittadini. Trasparenza e visibilità concorrono a valorizzare il ruolo dei Servizi, attirando verso di essi competenze ed esperienzeche altrimenti si indirizzano verso altri settori e professionalità. A livello universitario, i temi di “intelligence” cominciano a formare oggetto di un certo numero di corsi e seminari, facendo maturare consapevolezza e sensibilità in persone che saranno successivamente impegnate su fronti diversi ma sinergici ed interdipendenti – magistratura, diplomazia, mondo delle imprese industriali, avvocati di affari ed altri ancora. Nello stesso spirito, la Scuola di Formazione della nostra intelligence ha avviato accordi di collaborazione con atenei nazionali e centri di ricerca, pubblici e privati, per far sì che alla formazione del personale dell’intelligence italiana concorrano accademici ed esperti di varia provenienza.

Sfide alla sicurezza Interna

Le modalità di operazione dei Servizi includono informative ed analisi inviate ad Amministrazioni centrali, Agenzie esecutive e Forze di Polizia. Secondo l’ultima relazione, le informative si sono concentrate su xenofobia, terrorismo e cyber spionaggio, i principali temi d’allarme dei Servizi. In vista delle elezioni europee c’è il rischio concreto che possano aumentare gli episodi di intolleranza nei confronti degli stranieri. La relazione riporta che nell’anno trascorso l’ultradestra “ha fatto leva su iniziative propagandistiche e di protesta centrate sull’opposizione alle politiche migratorie, intrecciate con tematiche sociali di larga presa (sicurezza, casa, lavoro, pressione fiscale). Episodi che potrebbero conoscere un inasprimento con l’approssimarsi dell’appuntamento elettorale europeo”.

Il fenomeno dei “radicalizzati in casa” è un altro degli ambiti che sta più impegnando l’intelligence italiana. Si tratta, secondo i Servizi, di un bacino “sempre più ampio e sfuggente” che richiede un attento monitoraggio per cogliere segnali del possibile passaggio “dalla radicalizzazione all’attivazione violenta” nonché il passaggio alla minaccia jihadista per gli elementi appartenenti alla comunità musulmana. Particolare attenzione è dedicata ai foreign fighters partiti per la Siria o l’Iraq, a vario titolo collegati con l’Italia: sono 138 e se ne teme il rientro in patria per vie clandestine.

L’immigrazione clandestina è, per la nostra collocazione geografica, un altro tema che ha richiesto molta attenzione.  Lo sbarco di migranti sulle coste italiane ha registrato nel 2018 una contrazione dell’80 percento. Ciò è dovuto alla “rafforzata capacità della Guardia Costiera” libica da un lato e alla “drastica riduzione delle navi delle ONG” davanti alle coste italiane dall’altro. Sul calo ha anche inciso il potenziamento dei controlli a Sud della Libia, su cui si erano concentrate le iniziative del precedente Ministro degli Interni Minniti.

Sfide al sistema paese

A fianco dei problemi di sicurezza interna, che sono di tradizionale interesse dei Servizi di intelligence, se ne pongono di nuovi, a livello di sistema paese, che richiedono nuove competenze e nuove capacità. Nelle considerazioni dell’economista Michael Porter, il vantaggio competitivo di un paese si misura nell’essere “home base” per industrie in settori tecnologicamente avanzati e ad elevato valore aggiunto. Negli anni più recenti diverse imprese del nostro paese, nella moda e nel lusso ma anche nelle telecomunicazioni, sono state acquisite da gruppi esteri. Fin quando ciò riflette corrette transazioni di mercato, pur se con rammarico per il mancato intervento di altri gruppi nazionali, possono ancora configurarsi come una opportunità per il sistema paese, che richiama interessi e investimenti da altri paesi. L’importante è che i centri decisionali e le attività di ricerca e sviluppo restino nel paese. Per altro verso, invece, non sono infrequenti processi di acquisizione che riflettono operazioni opache e poco trasparenti, riconducibili ad attori ostili o illegali, sovente schermati da complesse triangolazioni finanziarie. Per prevenire o contenere questi episodi i Servizi devono potenziare l’arruolamento di esperti con conoscenze specifiche di natura finanziaria e gestionale/industriale, in grado di leggere ed interpretare i bilanci delle società ed i movimenti di capitale sottostanti. In questo senso, potrebbero più apertamente attingere questo expertise dal settore privato.

In parallelo, le minacce allo spazio cibernetico ed alle infrastrutture critiche sono un tema espressione della società digitale nella quale ormai viviamo, con azioni dei Servizi mirate a prevenire attacchi ai nostri sistemi informatici. Nell’anno 2018 il numero complessivo dei cyber attacchi è più che quintuplicato rispetto al 2017. La protezione dei dati è un aspetto che si è consolidato nel sistema delle imprese, che dedicano crescenti risorse – umane, tecnologiche e finanziarie- al loro presidio. Quanto più queste risorse riusciranno ad interagire efficacemente con quelle che i Servizi dedicano alla cyber security, tanto più i rischi di attacchi ai relativi sistemi sarà mitigato.

Sfide alla sicurezza esterna – una riflessione ad hoc sulla Libia

Tra le molteplici situazioni di crisi internazionali, cui il nostro Paese è esposto, una riflessione ad hoc sulla Libia, che costituisce la priorità numero uno di sicurezza esterna con immediati riflessi interni. Ricordiamoci che l’Italia è stato il primo e, fino a poco tempo fa, unico fra i paesi europei a riaprire la sua ambasciata a Tripoli nel gennaio 2017. La Conferenza internazionale sulla situazione in Libia, “for Libya, with Libya”, organizzata dall’Italia a Palermo gli scorsi 12 e 13 novembre, cui hanno partecipato numerosi paesi, Stati Uniti e Russia inclusi, ha rappresentato una tappa – speriamo significativa – nel processo di stabilizzazione del paese. Le posizioni di Francia e Italia si sono riavvicinate, trovando una sintesi nel piano per la Libia presentato all’ONU dal rappresentante speciale, il libanese Salamè. I principali punti riguardano le elezioni da tenersi appena possibile nel 2019 dopo la convocazione di un’assemblea da tenere in Libia per far esprimere tutte le parti rappresentative; la formazione delle forze di polizia e la gestione in un’unica Banca Centrale dei proventi petroliferi con criteri di effettiva ridistribuzione fra tutte le parti.

Il ruolo dei Servizi, anche in questo contesto, è stato determinante, attraverso informative precise e dettagliate e facilitazione del dialogo tra i gli attori principali del processo di riconciliazione, incluso il coinvolgimento di Haftar a Palermo. Infatti, è solo grazie all’operato dei nostri Servizi in Libia che vi è un filo diretto di comunicazione tra Haftar, che governa su Bengasi e la Cirenaica, ed il Primo Ministro Conte, che anche nel post-Palermo sta continuando a giocare un ruolo di primo piano per attuare il piano per la Libia predisposto da Salamè.

Uno sguardo al futuro in prospettiva europea

L’enfasi sul coordinamento fra le Agenzie informative non sarà mai ridondante. In termini di cooperazione internazionale, più i Servizi fanno sinergia e non operano in competizione fra di loro, maggiori e più efficaci sono i risultati conseguiti. In questo senso possono essere letti i passi avanti compiuti recentemente in direzione di un’azione coordinata di una intelligence europea, che integri quelle nazionali comunque ancora prevalenti. Attraverso incontri e conoscenze che maturano anche a livello personale fra attori dei diversi Stati Membriche si incontrano a Bruxelles, può rafforzarsi uno spirito di collaborazione che in tempi anche ravvicinati può determinare un vero salto di qualità nell’intelligence europea.

 

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