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Il ruolo della Corea del Sud all’interno della competizione sino-americana. Intervista ad Antonio Fiori

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Nel momento in cui tutti i riflettori sono puntati su Kyiv e Mosca, nell’Indo-Pacifico Washington mantiene il suo occhio vigile su Pechino. Nel frattempo, in Corea del Sud, si svolgono le elezioni presidenziali che decideranno se Seul manterrà la linea tenuta in questi anni, oppure se si allontanerà da questa. Certamente chiunque si troverà a risiedere alla Casa Blu, dovrà necessariamente tenere in considerazione i rapporti tra Cina e Stati Uniti nella definizione della sua politica estera. Ce ne parla il Prof. Antonio Fiori, docente di Relazioni internazionali dell’Asia orientale presso l’Università di Bologna nonché Presidente dell’Asia Institute.

La Repubblica di Corea ha giocato un ruolo ambivalente nello scacchiere asiatico negli ultimi due decenni, dal momento che sia Democratici che Conservatori sono stati in qualche modo influenzati dalla c.d. “Sunshine Policy”, la politica di riavvicinamento a Pyeongyang che valse al Presidente sudcoreano Kim Dae-jung il Premio Nobel per la Pace. Ora che i sondaggi danno come prossimo papabile inquilino alla Casa Blu un conservatore, vedremo una postura dell’esecutivo sudcoreano sulla scia della presidente Park Geun-hye?

Come è tradizione in Corea del Sud, anche questa campagna per le presidenziali non ci ha fornito troppe indicazioni sulla postura della Corea del Sud in politica estera. Normalmente quando si elegge il presidente si discute soprattutto di questioni interne piuttosto che di carattere internazionale e questa campagna, violentissima, tra l’altro, non ha fatto eccezione. Infatti, la Corea del Sud, negli ultimi anni, è stata investita da numerosi problemi sociali ed economici; quindi, l’attenzione nei confronti del vicino è scemata.

Il problema sostanziale è che vi sono due personaggi molto ben schierati, ben distinti, due persone che si caratterizzano per una fondamentale ignoranza politica, nel senso che nessuno dei due ha mai avuto una carriera politica di un certo tipo. Uno, in particolare, il conservatore Yoon, non ha mai intrapreso un percorso politico prima di queste elezioni.

Detto questo, è ovvio che ambedue hanno parlato della loro eventuale postura, nel caso in cui dovessero diventare presidenti, riguardo la Corea del Nord. Le posizioni, a mio avviso, sembrerebbero molto distinguibili e molto caratterizzate. Yoon, da una parte, credo che possa seguire la direzione intrapresa dai sui predecessori conservatori, cioè Lee Myung-bak e Park Geun-hye. In questo caso, la postura che la Corea del Sud terrebbe nei confronti della Corea del Nord sarebbe una intransigente e mirata all’isolazione di quest’ultima, a meno che non si denuclearizzi. Un’ipotesi che ho sempre scartato a priori per una serie di ragioni e cause da eventualmente approfondire in separata sede.

Sulla scorta di ciò che è successo negli ultimi anni, ovvero le decisioni prese dall’amministrazione Moon Jae-in  verso la ratifica di un trattato di pace che renderebbe nullo l’armistizio e farebbe entrare le due Coree in un’era completamente nuova, per quanto riguarda le relazioni reciproche, Yoon ha già dichiarato di non voler prendere in considerazione nessuna costituzione di un regime di pace, poiché non ritiene che con la Corea del Nord si possa arrivare ad un traguardo del genere, visto che il Paese è caratterizzato da una forte aggressività. Sostanzialmente, quello che Yoon afferma è che la Corea del Nord debba rinunciare al suo arsenale nucleare e dimostri di voler effettivamente procedere verso un ricongiungimento con la Corea del Sud.

Vi sono naturalmente delle implicazioni di altri genere che sono molto significative, a mio avviso. Yoon ha dichiarato che il suo primo interlocutore saranno gli Stati Uniti, elemento che non rappresenta alcuna novità. Tuttavia, ha specificato una cosa che debba costituire motivo di riflessione: il sistema missilistico THAAD, “missili anti missili”, verrà moltiplicato. Le bocche di fuoco aumenteranno di numero e così come le postazioni sul territorio sudcoreano. Il sistema fu originariamente posizionato in Corea del Sud da Park Geun-hye, per meglio dire, “contrattualizzato” dalla sua amministrazione e poi fisicamente posizionato sul territorio durante i primi mesi dell’amministrazione Moon Jae-in.

Il sistema THAAD, nonostante formalmente sia mirato a distruggere i missili eventualmente lanciati dalla Corea del Nord, pone delle problematiche ingenti relative anche ai rapporti con la Cina, poiché dotato di un radar che, a detta di quest’ultima, si intruderebbe, spiando, una parte del territorio della Repubblica Popolare Cinese. Sulla questione, si sono verificati dei fortissimi scontri negli ultimi anni tra i due Stati, nella forma di sanzioni commerciali comminate soprattutto nei confronti del gruppo sudcoreano Lotte. Quest’ultimo ha dovuto lasciare la Cina con conseguenze disastrose per l’intera economia della Corea del Sud. Tutto ciò amplificherebbe una serie di problemi sia locali, cioè nei confronti della Corea del Nord, che regionali, ossia nel Nord-Est asiatico.

Dall’altra parte, abbiamo il progressista, Lee Jae-myung, riguardo al quale possiamo affermare che in politica estera non farà altro che ripercorrere i passi del suo predecessore e compagno di partito, Moon Jae-in. Propone, dunque, una politica di apertura, esattamente così come proposta da quest’ultimo post-Pyeongchang 2018: ripresa del dialogo con la Corea del Nord.

Tuttavia, vi è una differenza, o per lo meno personalmente ci vedo una qualche differenza, è che Moon Jae-in ad un certo punto della sua amministrazione ha optato per un’apertura incondizionata nei confronti del Nord, anche perché ne andava della sua credibilità politica. Lee Jae-myung, da quello che si è potuto comprendere, almeno all’inizio adotterebbe una sorta di engagement condizionale, aprendosi con la Corea del Nord a condizione che il dialogo si sviluppi con concessioni da ambedue le parti. Anche da parte progressista, comunque, verrebbe tirato in ballo l’arsenale nucleare detenuto da Pyeongyang. Vi sono numerose differenze tra i progressisti e i conservatori sul ticket nordcoreano.

Se posso dire la mia, sarebbe auspicabile, ma questo lo vedremo a breve, che i progressisti vincano solo ed esclusivamente perché il retaggio di quanto fatto con l’amministrazione Moon Jae-in non venga totalmente falcidiato da un’amministrazione conservatrice assolutamente poco disposta a qualunque tipo di negoziato. Lo dico e lo auspico solo perché credo e ho sempre creduto che la posizione dei conservatori sia una posizione di estremo pericolo, che possa, inoltre, portare ad un picco di tensione che sia, in alcuni casi, poco controllabile dagli attori in ballo. Vedremo poi come si svilupperanno le elezioni e cercheremo di fare delle analisi di un certo tipo su colui il quale diventerà poi il prossimo presidente della Corea del Sud.

Purtroppo, la questione sostanziale è che l’ordinamento politico costituzionale del Paese non prevede la possibilità di un secondo mandato presidenziale, quindi non esiste la possibilità che il presidente eletto venga riconfermato nelle successive elezioni. Personalmente credo che questo cardine costituzionale sia diventato anacronistico e dannoso per la Corea del Sud perché quando si ha a che fare con un attore complesso e spinoso come la Corea del Nord, ho sempre creduto che dieci anni di orizzonte temporale per lo stesso presidente siano il minimo da prendere in considerazione per sviluppare qualsiasi genere di politica benefica sulla penisola coreana.

I conservatori sudcoreani sono molto più propensi dei democratici ad una cooperazione coi vicini in ottica anticinese e persino il candidato dell’attuale partito di governo auspica una maggiore cooperazione securitaria con i vicini asiatici in funzione di contenimento della Cina. Già da tempo si valutava l’opzione di includere la Corea nel Quad nella forma di Quad+1, prontamente rigettata dall’attuale amministrazione, ma viste le dichiarazioni bipartisan su un eventuale vertice trilaterale Washington-Tokyo-Seul, pensa che il Paese del Calmo Mattino stia giungendo al punto in cui prenderà una posizione netta nei confronti di Pechino, in un modo o nell’altro?

È molto difficile rispondere a questa domanda. La questione dell’inclusione della Corea del Sud in piattaforme che formalmente non mirano al contenimento cinese, ma che oggettivamente hanno in testa quell’obbiettivo, vale a dire il Quad, il Quadrilateral Security Dialogue, ma anche il più recente AUKUS, è tornata in ribalta in campagna elettorale, devo dire in maniera marginale. Il Quad è veramente molto importante in questo contesto. Si era dibattuto sulla necessità che la Corea del Sud partecipasse; Moon Jae-in è sempre stato molto titubante sull’eventualità di accettare l’inclusione, tanto che il Paese ancora non ne fa parte.

Se dovesse vincere il conservatore è molto plausibile che il Paese prenda in considerazione la partecipazione al Quad, sarebbe una cosa che non mi stupirebbe assolutamente. A quel punto è abbastanza probabile che l’amministrazione Biden lo chieda in maniera piuttosto aperta e credo che i conservatori al governo potrebbero effettivamente partecipare a questo tipo di attività. Lee Jae-myung, al contrario, ha escluso l’inclusione della Corea del Sud al Quad e la considera una piattaforma abbastanza pericolosa per la sua nazione.

Il Paese del Calmo Mattino, negli ultimi anni, è rimasto vittima di una sorta di dibattito interno sviluppatosi in mille rivoli ma che non ha dato nessun tipo di soluzione. La Corea del Sud, cioè, da una parte è l’alleato tradizionale, o uno degli alleati tradizionale, insieme al Giappone, del sistema creato tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’inizio della Guerra Fredda, cioè l’hub-and-spokes americano.

Nell’ambito securitario, i coreani del Sud hanno dato sempre per scontato l’alleanza con gli Stati Uniti e così è stato anche per Moon Jae-in, sebbene non sia stato il presidente più attivo su questo fronte che il Paese abbia mai avuto, forse anche per il fatto di aver trovato un interlocutore quanto meno sui generis e poco attento a ciò che si sviluppava nell’Nord-Est asiatico.

Se da un certo punto di vista i coreani hanno la necessità di evitare di minare le basi dell’alleanza con gli Stati Uniti, da un altro, hanno anche la brutale necessità di far sì che l’incastro economico con i cinesi non venga danneggiato. La Repubblica Popolare Cinese ormai rappresenta il principale partner economico della Corea del Sud, questione che tutti devono tenere a mente poiché fondamentalmente la diatriba sta proprio in questo, cioè percorrere questo crinale senza lasciare che nessuna delle due parti prevalga: l’aspetto della sicurezza o quello economico.

Moon Jae-in ha percorso questo sentiero in maniera abbastanza neutrale, sebbene sia stato attaccato dai conservatori per aver, nella loro visione, favorito la questione economica ed aver avvicinato la Cina più di quanto fosse necessario. L’opinione pubblica sudcoreana, in questo momento, è abbastanza contraria all’alleanza con i cinesi, seppur essa non significhi automaticamente che i cinesi non investano in Corea. Vorrebbero, probabilmente, che il loro rapporto col Dragone fosse più asettico, cioè che non dipendessero quasi totalmente dalla Cina per quel che riguarda gli scambi economici nel Nord-Est asiatico.

Detto ciò, le posizioni che si sono espresse in campagna elettorale sono molto nette. Yoon, nonostante si sia esposto da questo punto di vista, sottolineando come quello che sia importante per la Corea del Sud è questo allaccio, intimo, stabile, con Washington, immagino che nel caso in cui diventasse presidente si renderà presto conto del fatto che il Paese non potrà fare a meno della Cina e che quindi dovrà sviluppare delle politiche alternative o che tengano insieme le due anime di cui ho fatto menzione in precedenza.

La crisi dei microchip è stato un esempio di come gli Stati abbiano reagito ad uno shock esogeno attuando una politica estera e commerciale focalizzata alla tutela dei propri interessi. Infatti, L’Institute of New Economic Thinking pensa che le politiche fiscali adottate dagli Stati Uniti per incentivare la costruzione di fabbriche di semiconduttori sul proprio suolo possa danneggiare, tra gli attori coinvolti nella supply chain, proprio la Repubblica di Corea. È possibile che gli effetti della competizione sino-americana non si riducano al solo settore dei semiconduttori, ma coinvolga aspetti più ampi delle relazioni economiche e diplomatiche internazionali? Quale pensa sia l’opinione diffusa in Corea sulla possibilità di trovarsi incastrati in una competizione sino-americana per le tecnologie emergenti?

Molta paura. Su questo punto in particolare c’è molto timore, da ricondurre alle scelte di politica estera che il nuovo presidente dovrà effettuare. Quando la guerra commerciale ha cominciato a battere i primi colpi, la Corea del Sud effettivamente è stata investita da questo timore che la trade war potesse riverberarsi sull’economia del Paese. E proprio l’industria dei microchip è stata una di quelle maggiormente colpite.

Nel caso in cui la guerra commerciale dovesse continuare a produrre degli effetti, infatti, questi si ripercuoteranno sulla Corea del Sud. Se la Cina dovesse avere dei problemi a smaltire le proprie esportazioni, non potrebbe importare ciò che normalmente importa, ovvero materiali atti, in questo caso, alla costruzione dei microchip, o semi-assemblati, o addirittura l’intero microchip. Normalmente questi elementi li importa dalla Corea del Sud, uno dei primi produttori mondiali di questi componenti. Se la Cina blocca le esportazioni è naturale che le importazioni dalla Corea vengano meno.

C’è molto timore, percepito dall’alveo politico e in prospettiva da un punto di vista sociale. Come menzionato in precedenza, essere al centro di un confronto tra Cina e Stati Uniti sfavorirebbe la Corea del Sud da tutti i punti di vista, sia economico-commerciale che politico, poiché a quel punto la situazione imporrebbe l’assunzione di una scelta che Seul sta cercando di differire per quanto possibile.

Come menzionato in precedenza, la scelta ricadrebbe in due ambiti distinti, ognuno dei quali impatterebbe un alleato diverso: dal punto di vista politico e della sicurezza gli Stati Uniti, dal punto di vista economico la Cina. La questione, tuttavia, non è relativa solo ed esclusivamente alla guerra commerciale tra le due superpotenze. Per toccare questioni contemporanee, i coreani, e questo è entrato molto marginalmente nel dibattito presidenziale, stanno riflettendo sulle conseguenze della crisi ucraina in capo alla Cina.

Bisogna ancora capire quale posizione il Dragone voglia prendere. Le sue ultime prese di posizione ci fanno sperare, diciamo, che possano slegarsi dalla Russia, sebbene ciò le causerebbe delle rilevanti conseguenze sul piano economico. Nel caso in cui la Cina rimanesse invischiata in questo confronto che si sta sviluppando e dovesse venire caratterizzata dal fronte occidentale come “il partner intimo della Russia”, a quel punto anche la Cina dovrebbe pagare delle conseguenze di un certo genere. Questo ovviamente si riverbererebbe sulla Corea del Sud.

Uno degli argomenti su cui si è discusso, seppur marginalmente, è proprio che tipo di atteggiamento tenere nei confronti del Dragone nel caso in cui la crisi ucraina dovesse coinvolgere in qualche modo anche la Repubblica Popolare Cinese. Su questo punto vi sono forti discussioni ma sono d’accordo sul fatto che il problema sostanziale è cercare di capire come si svilupperà questo confronto sino-americano e quale ruolo possa giocarvi all’interno la Corea del Sud.

Alessandro Vesprini,
Centro Studi Geopolitica.info

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