In Romania, i cittadini sono chiamati ad eleggere il nuovo presidente a seguito della tornata di novembre dichiarata nulla. I due sfidanti, il liberale Nicuşor Dan e il “trumpiano” George Simion, incarnano due idee antitetiche del Paese. La sfida si inserisce in uno scenario domestico e geopolitico molto complesso per Bucarest segnato da passaggi decisivi per il suo futuro.
Domenica 4 maggio 2025 si è tenuta la ripetizione del primo turno delle elezioni presidenziali in Romania. Questa tornata si era già svolta il 24 novembre 2024, ma il risultato, ossia la sorprendente vittoria del candidato indipendente di estrema destra Călin Georgescu, venne considerato nullo. I servizi segreti avevano infatti dimostrato la presenza di interferenze russe tramite campagne di disinformazione, manomissioni dell’algoritmo di TikTok e altre operazioni di guerra ibrida.
L’evento ha rappresentato uno choc per la politica e l’opinione pubblica romena. A beneficiarne maggiormente è stato George Simion, leader del partito euroscettico e conservatore Alleanza per l’Unità dei Rumeni (AUR), che ha vinto nettamente il primo turno ottenendo oltre il 40% dei voti. Simion dovrà affrontare al secondo turno, ossia il 18 maggio, il candidato indipendente Nicușor Dan, ex sindaco di Bucarest, sostenuto dal partito centrista e filoeuropeo Unione Salvate la Romania (USR).
La tornata elettorale arriva in un momento cruciale per la Romania, segnata da una crescente insoddisfazione per la stagnazione socio-economica e da una rilevanza geopolitica accresciuta a seguito della guerra russo-ucraina, scoppiata nel 2022. Una possibile vittoria di Simion romperebbe l’alternanza tra i due partiti cardine della politica locale post-comunista, il Partito Social Democratico (PSD) e il Partito Nazionale Liberale (PNL). Inoltre, le posizioni nazionaliste ed euroscettiche del leader di AUR potrebbero complicare i rapporti di Bucarest con l’Unione Europea, la Moldova e l’Ucraina.
Una situazione polarizzata
A livello domestico, la Romania sta vivendo un periodo di crisi a cui i partiti mainstream locali non riescono a dare risposte. L’opacità del sistema politico rappresenta una fonte costante di malcontento, soprattutto a causa della corruzione diffusa e dell’appropriazione indebita di fondi pubblici, che sono problemi cronici. A questo si aggiungono le conseguenze economiche negative legate alle crisi internazionali in corso. Le tensioni commerciali alimentate dagli Stati Uniti aggravano ulteriormente la situazione. Inoltre, molti rumeni percepiscono una scarsa influenza del proprio Paese nelle questioni di politica internazionale. Tutti questi fattori contribuiscono a un diffuso senso di frustrazione tra la popolazione.
Il caso Georgescu e i suoi strascichi giudiziari hanno polarizzato il Paese in due blocchi contrapposti. Da un lato, AUR ha ricompattato il suo elettorato condannando duramente l’inedita decisione della Corte Costituzionale di annullare la tornata elettorale di novembre così come la successiva decisione dell’Ufficio Elettorale Centrale di escludere Georgescu dalla corsa presidenziale. In entrambe le occasioni, si sono registrati proteste e scontri tra i sostenitori dell’estrema destra con la polizia. La campagna elettorale di Simion ha assunto “contorni trumpiani” nella retorica contro il “sistema” rimanendo ambiguo circa il ruolo della Romania nell’Unione Europea ed evitando dichiarazioni apertamente pro-Cremlino. Il crescente consenso nei confronti dell’estrema destra è stato rafforzato da un risultato politico molto importante. Il 10 febbraio 2025, AUR, insieme ad altri gruppi politicamente affini e l’USR, hanno ufficializzato la mozione per attivare “procedimento di sospensione” nei confronti del Presidente della Repubblica, il liberale Klaus Iohannis. Quest’ultimo, dimessosi il successivo 12 febbraio e sostituito ad interim da Ilie Bolojan, aveva allungato il suo mandato per garantire una transizione presidenziale ordinata.
Dall’altro lato, migliaia di rumeni hanno manifestato a favore dell’Unione Europea sia dopo l’annullamento della tornata elettorale sia lo scorso 15 marzo in occasione dell’esclusione di Georgescu dalla corsa presidenziale. Ciononostante, i partiti che rappresentano quella parte di elettorato sono in difficoltà. In primo luogo, le elezioni parlamentari del 2 dicembre 2024, hanno consegnato una maggioranza parlamentare pro-UE eterogenea ma fragile. Questa coalizione, guidata dal Primo Ministro Marcel Ciolacu, ha promulgato per il 2025 una legge di bilancio impopolare per contenere il deficit di bilancio pubblico data la congiuntura economica negativa del Paese. Il 28 febbraio 2025, il governo è sopravvissuto ad una mozione di sfiducia iniziata dai partiti di opposizione. Per ultimo, il candidato presidenziale congiunto tra i partiti di maggioranza, Crin Antonescu, non è riuscito a superare il primo turno fermandosi al terzo posto superato da Dan.
La posta in gioco
La tornata presidenziale rumena ha attirato l’attenzione di Bruxelles, soprattutto dopo l’annullamento della vittoria di Georgescu. L’episodio ha sollevato forti preoccupazioni nelle istituzioni europee riguardo al rischio di ingerenze esterne, in particolare attraverso la disinformazione russa, nei processi democratici degli Stati membri. Di contro, l’attuale amministrazione statunitense, attraverso le parole di J.D. Vance e Elon Musk, ha espresso solidarietà nei confronti di Georgescu e supporto nei confronti di Simion. Tale divergenza non è solamente frutto di interessi e schieramenti politici contrapposti tra le due sponde dell’Atlantico ma riflette l’importanza del Paese nell’Europa Orientale.
Questa attenzione si spiega con il suo accresciuto ruolo geopolitico dato dalla sua posizione geografica strategica tra Ucraina, Moldova e Balcani Occidentali, il suo impegno a diventare hub logistico militare per il sostegno euro-atlantico a Kyiv rafforzando con quest’ultima i rapporti di sicurezza e l’impegno nell’integrazione di Chişinău nell’UE. Nel 2025, Bucarest ha dimostrato nuovamente di essere un attore attivo. Nonostante l’esclusione del Paese dal vertice di emergenza di Parigi del 17 febbraio sull’Ucraina, il Paese è riuscito ad incidere sul tema della difesa in Europa e dell’Ucraina. Difatti, il PM rumeno è riuscito ad ottenere dalla Commissione condizioni favorevoli quali l’esclusività dei fondi aggiuntivi per lo sviluppo dell’industria militare romena, lo scorporamento di questi investimenti dal calcolo del deficit di bilancio e il blocco dell’opzione di inviare i suoi soldati in Ucraina. Al contempo, al summit di Londra del 2 marzo, Bucarest ha sostenuto l’idea della “coalizione dei volenterosi” diventandone membro. Infine, la Romania sarà il Paese ospitante dell’esercitazione multinazionale NATO Dacian Spring 25 che coinvolge migliaia di soldati e mezzi. Inizialmente programmata tra il 5 e il 23 maggio, essa è stata rinviata a questo autunno a data ancora da definire a causa di problemi logistici.
In questo contesto di crescente centralità geopolitica, il secondo turno delle presidenziali romene assume un’importanza cruciale in quanto incarna due idee di Romania profondamente diverse. Una vittoria di Dan consoliderebbe il percorso intrapreso come partner euroatlantico affidabile. Al contrario, un successo di Simion segnerebbe una brusca inversione di rotta. Il leader di AUR ha più volte espresso scetticismo verso il sostegno all’Ucraina ed è vicino a posizioni sovraniste, in linea con quelle dell’ungherese Viktor Orbán e dell’attuale amministrazione statunitense. La sua eventuale elezione alimenterebbe ulteriormente l’avanzata del nazionalismo in Europa e rischierebbe di isolare diplomaticamente Bucarest. Simion, infatti, è considerato persona non grata sia in Ucraina che in Moldova, a causa delle sue rivendicazioni sulla Bucovina e della sua volontà, mai nascosta, di annettere la Moldova alla Romania.

