Rojhilatê. La popolazione oppressa del Kurdistan iraniano

Il Rojhilatê (in curdo: oriente), conosciuto anche come Kurdistan Orientale o Iraniano, è il nome dato alle provincie del nord-ovest dell’Iran, abitate in prevalenza dai curdi. Essi, continuano a scontrarsi con uno Stato ostile a compromessi e a riconoscimenti, considerati un pericolo per l’integrità etnica e religiosa del Paese e una minaccia per la sicurezza dei confini.

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Stimati in circa sette milioni di persone, i curdi-iraniani sono la seconda minoranza dell’Iran. La questione curda in Iran prende avvio il 22 gennaio 1946, quando, sfruttando il vuoto di potere creatosi in seguito all’occupazione anglo-sovietica del paese, fu fondata la Repubblica di Mahabad. L’esperienza di indipendenza curda, sostenuta da Mosca, avrà vita breve, circa 11 mesi, giacché non venne riconosciuta dalle potenze alleate. A Mahabad si insediò un governo che chiedeva il riconoscimento dell’autonomia nell’ambito statale e l’uso della propria lingua nell’amministrazione e nelle scuole. L’Iran il 5 aprile, però, raggiunse con il governo sovietico un accordo che sanciva l’evacuazione dell’area in cambio di una concessione per lo sfruttamento del petrolio nella parte curda del paese. Venendo a mancare l’appoggio sovietico, la Repubblica curda fu invasa dall’esercito iraniano. Successivamente, i curdi-iraniani, guidati dal KDP-I (Partito democratico del Kurdistan iraniano), supportarono, in cambio di future concessioni, Khomeini nella Rivoluzione Islamica del 1979. Egli, però, dopo la presa del potere, mise fuori legge il KDP-I, facendo imprigionare e giustiziare i leader del partito. Migliaia di curdi vennero arrestati e uccisi dopo processi sommari con l’accusa di essere dissidenti.

Il quadro curdo-iraniano

La presenza curda è prevalentemente incentrata in quattro province dell’Iran: Kurdestan, Azerbaijan Occidentale, Kermanshah e Ilam. Si tratta di zone in prevalenza montuose abbondanti di acqua, oltre che di petrolio nel centro industriale di Kermanshah. Nonostante ciò, la situazione socio-economica è marcata da notevole povertà, arretratezza, disoccupazione e discriminazione sociale. La mancanza di infrastrutture e investimenti hanno fatto di queste province un territorio disagiato. Gli imprenditori curdi sono costretti a seguire una burocrazia volutamente contorta: la prima azienda deve essere operativa in un’altra zona del Paese e solo successivamente può essere aperta anche nell’aree curde, costringendo gran parte della popolazione a dipendere dall’agricoltura e dalla pastorizia. Per i giovani curdi è faticoso fare carriera o occupare posti di rilievo, per questo molti ragazzi scelgono di trasferirsi nella capitale e gli studenti preferiscono le università di Teheran, più cosmopolite e con maggiori opportunità. La questione sociale ed economica dell’area si intreccia, inoltre, con quella religiosa, in quanto la maggioranza dei curdi-iraniani sono di fede sunnita, in forte contrasto con un paese nel quale l’identità sciita ha un ruolo centrale. Ciò ha condotto negli anni a persecuzioni ed emarginazioni della componente curda da parte del Governo centrale, rendendo difficili le loro condizioni sia in ambito economico che in quello dei diritti umani.

Negli anni si è assistito perciò alla nascita di numerosi movimenti politici, di protesta e gruppi armati. Intento dei movimenti curdi è reclutare nuovi uomini per strutturarsi nelle città principali, generando un conflitto al confine curdo tra Iraq e Iran, con l’obiettivo di raggiungere l’autonomia del Kurdistan Iraniano. Attualmente il movimento principale è rappresentato dal PJAK (Partito per la Vita libera in Kurdistan), nato nel 2004 e attualmente l’unica forza politica in grado di difendere i diritti dei curdi, ma considerato illegale dal governo di Teheran. Vi è poi il PAK (Kurdistan Freedom Party), lo storico KDP-I, il partito nazionalista-marxista Komala (Società dei lavoratori rivoluzionari del Kurdistan iraniano) e il KJAR (Movimento delle Donne del Kurdistan Orientale). Dall’instaurazione della Repubblica Islamica, qualsiasi attività curda è però considerata un crimine politico e sottoposto a repressione. Teheran giudica coloro che sostengono le vertenze dei curdi come dei traditori e ciò implica l’arresto continuo di attivisti e politici, sottoposti spesso a torture e condanne a morte.

A partire dalla fine del 2017, nel Kurdistan iraniano si ripreso a combattere, benché l’ambito curdo-iraniano sia molto diviso e non abbia le capacità organizzative per rappresentare una seria minaccia.

L’oppressione di Teheran 

La condizione dei curdi-iraniani è quella di una minoranza che negli ultimi decenni ha subito numerose e continue ondate repressive. Il contesto è particolarmente difficoltoso, mancanza di sussidi ed investimenti da parte del governo centrale hanno condotto la società curda a una situazione di povertà e sottosviluppo. Ciò ha comportato l’avvio di una forte emigrazione che ha spinto il governo a inglobare i villaggi curdi, modificandone la natura e le dinamiche sociali, in modo da far scomparire l’identità del popolo, la sua cultura e le sue tradizioni. Teheran ha condotto una sistematica discriminazione della componente curda negli ambiti dell’occupazione lavorativa, dell’istruzione, della famiglia, portando avanti una politica di esclusione dei curdi-iraniani. La politica educativa ha previsto che tutto l’insegnamento venga svolto in persiano, vietando l’utilizzo e lo studio della lingua curda, bloccando la trasmissione della storia e delle tradizioni orali e filosofiche, riducendo, quindi, l’accesso all’educazione dei curdi-iraniani e causando un aumento del livello di analfabetismo nel Rojhilatê.  Queste problematiche hanno indotto molti a scegliere la strada della rivolta. Considerati pertanto traditori sono stati imprigionati e condannati a morte a causa della loro militanza politica. Coloro che vengono giudicati come traditori vengono spesso giustiziati senza un equo processo. A Kermanshah la presenza dei militari è robusta in gran parte delle aree e delle strade. Numerose sono le torrette e le postazioni militari dell’esercito iraniano lungo le vie di collegamento delle province e delle montagne curde, installate per controllare la situazione de gruppi armati organizzati attorno al PJAK. Negli ultimi anni, inoltre, il governo ha sviluppato rapporti con il KRG (Kurdistan Regional Government) iracheno, per limitare l’azione dei partiti curdo-iraniani attraverso maggiori legami economici e di collaborazione.

Nonostante il presidente Rohani, eletto anche grazie all’appoggio dei curdi, nel suo ultimo viaggio a luglio, ha annunciato rilevanti investimenti nell’economia e nell’infrastrutture dell’area e ha promesso di concedere la possibilità dell’insegnamento della lingua curda nelle scuole superiori e nell’Università del Kurdistan a Sanandaj, sembra però portare avanti un duplice approccio nei loro confronti. Da un lato, di apertura e agevolazione, dall’altra di repressione contro chi collabora con il PJAK o con gli altri movimenti.

Un futuro difficile tra soluzioni osteggiate

I gruppi politici e armati curdi pagano la mancanza di supporto internazionale e il confrontarsi con uno Stato forte e contrario a rinunciare al controllo diretto dei territori del Rojhilatê. In questo contesto, i curdi-iraniani rimangono isolati e privi di opportunità di cambiamento nel breve periodo. La questione del federalismo in Iran è stata costantemente negata dal governo centrale, ma in tutta l’area una reale possibilità è legata al “confederalismo democratico” proposto da Öcalan. Questo sistema permetterebbe la creazione di una regione autonoma con alla base la società civile organizzata in assemblee e consigli locali autogestiti, migliorando la situazione dei diritti umani, e in ambito economico a una gestione che permetta la giusta distribuzione delle risorse energetiche e naturali.

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