La rivoluzione energetica degli Stati Uniti

L’amministrazione Trump è stata fin da subito una delle più amichevoli nei confronti dell’industria energetica. Segnali molti chiari sono stati dati fin dalle prime mosse del nuovo inquilino della Casa Bianca, che ha mantenuto la promessa di uscire dagli accordi di Parigi sulla lotta al cambiamento climatico (PCA) e deregolamentato gli standard di controllo ambientale sul carbone e altri combustibili inquinanti applicati da suo predecessore.

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Trump ha rimosso o ridotto anche le regolamentazioni che contenevano l’espansione dell’industria energetica, comprese quelle che impedivano le perforazioni off-shore in entrambe le coste degli Stati Uniti, allentando anche in questo caso le rigide normative di sicurezza istituite dall’amministrazione precedente dopo il disastroso sversamento di petrolio causato dall’incidente della piattaforma di BP nel Golfo del Messico.

Negli Stati Uniti è iniziata una nuova epoca per tutto il settore, le riserve naturali un tempo protette ora sono aperte all’esplorazione e alla perforazione per la prima volta da generazioni, mentre le normative che per anni hanno proibito l’esportazione di greggio americano sono state eliminate. Adesso, l’America è uno dei principali attori nel settore energetico globale.

Trump ha abbracciato la rivoluzione dello shale gas, considerato uno dei settori in grado di tenere alta la crescita e portare il paese all’indipendenza energetica. Durante il decennio 2000-2010 la produzione di shale gas negli USA è passata da 10 a 140 miliardi di metri cubi, un aumento che ha avvicinato il paese all’indipendenza energetica e fatto crollare i prezzi del metano a livello mondiale, conseguenza del fatto che gli USA sono diventati esportatori invece che importatori. Il gas naturale normalmente viene trasportato attraverso i gasdotti, ma la tecnologia della liquefazione permette di ridurre il volume specifico del gas naturale liquefatto (LNG) di circa 600 volte, consentendo il trasporto oltreoceano per mezzo di navi metaniere.

Trump è diventato il principale promotore dell’aumento delle esportazioni di LNG prodotto negli Stati Uniti e ha dimostrato di essere disposto a mettere sul tavolo dei negoziati commerciali l’export di LNG come strumento di riequilibrio dei deficit che gli Stati Uniti hanno con praticamente tutte le regioni del mondo.

Un esempio evidente di questo nuovo driver della strategia statunitense si è visto durante l’ultima visita del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker alla Casa Bianca per discutere le tensioni commerciali tra USA e Unione Europea (il 25 luglio di quest’anno). In quell’occasione, Trump ha promesso una revisione dei dazi su acciaio e alluminio imposti all’inizio dell’anno in cambio di un impegno dell’UE ad acquistare più LNG dagli Stati Uniti, gettando le basi per quella che sarà una nuova era del mercato energetico europeo. Anche la minaccia di imporre sanzioni economiche alle industrie che parteciperanno alla costruzione del nuovo gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2 – che punta a raddoppiare le forniture di gas naturale dalla Russia alla Germania – rientra in questo disegno, la minaccia di sanzioni infatti è stata affiancata all’offerta del LNG statunitense alla Germania come valido sostituto del gas russo, accompagnato da un altro messaggio molto chiaro: Berlino deve ridurre la dipendenza energetica da Mosca.

Berlino sta comunque andando avanti con la realizzazione del progetto Nord Stream 2 ma sta anche costruendo le infrastrutture necessarie per “accogliere” le importazioni di LNG provenienti dall’Atlantico del Nord, in quello che è stato apertamente definito come un gesto di amicizia nei confronti dell’alleato. Polonia e Lituania invece aderiscono con molto più entusiasmo alla possibilità di affrancarsi dalla dipendenza energetica da Mosca stringendo un rapporto energetico con gli Stati Uniti, e stanno costruendo anch’esse dei rigassificatori per accogliere LNG americano e distribuirlo nel resto dell’Europa orientale.

Nonostante i costi molti più alti rispetto a quelli del gas russo e norvegese, ormai molti esperti del settore cominciano a considerare inevitabile che in futuro una componente del mercato energetico europeo sarà composta da LNG proveniente dagli Stati Uniti. Una scelta del genere ha senso anche semplicemente per mantenere buoni rapporti con Washington e garantire ai membri dell’UE l’accesso al mercato statunitense, un’apertura in grado di placare i proclami di Trump sul commercio sleale degli alleati europei. Poco importa che il deficit commerciale transatlantico si concentri soprattutto sull’industria automobilistica tedesca piuttosto che sull’energia: se la vendita di LNG serve a ridurre il deficit commerciale tra UE e Stati Uniti, entrambe le parti saranno soddisfatte e il rapporto transatlantico ne uscirebbe rafforzato.

Lo stesso si può dire del deficit commerciale tra USA e Cina. L’Impero di Mezzo è un grande consumatore di energia, condizione che offre al paese l’opportunità di ridurre il deficit commerciale con gli Stati Uniti importando LNG statunitense. Pechino ha già un accordo ventennale con la Cheniere Energy, una delle compagnie americane leader nel settore e può facilmente ridurre le quote di import da altri paesi (la lista è ampia: Qatar, Iran, Russia, Australia, Nuova Guinea) per sostituirle con LNG americano. All’atto pratico per la Cina non cambierebbe molto, ma otterrebbe un importante dividendo geopolitico grazie al riequilibrio del surplus commerciale su cui Trump ha costruito parte del suo successo elettorale. Nel mese di maggio, la Cina ha sottoscritto accordi per 25 miliardi di importazioni di LNG statunitense. Se ipotizziamo uno scenario in cui un negoziato USA-Cina porti a sottoscrivere altri 25 miliardi di importazioni di LNG, le esportazioni degli USA verso la Cina arriverebbero a un valore di 180 miliardi rendendo più accettabile il deficit con la Cina per Washington e per l’opinione pubblica americana. Trump otterrebbe il primo successo concreto nella guerra commerciale con Pechino. La debolezza di questo scenario è data dalla presunzione che entrambe le parti coinvolte vogliano davvero trovare una soluzione alla disputa commerciale quando è altrettanto corretto pensare che i dazi USA alla Cina abbiano ben poco a che fare con il commercio e molto con l’obiettivo di contenere la crescita economica e militare della Cina, a partire dalla disputa nel Mar Cinese Meridionale.

Tuttavia, una cosa non esclude l’altra. Così come gli Stati Uniti hanno iniziato a “militarizzare” il dollaro usando i dazi, possono fare lo stesso anche con l’export di LNG, che a questo punto si prospetta come un pretesto per ridurre i deficit e aumentare la dipendenza con alleati e potenze da contenere, fermo restando che le questioni strategiche – in questo caso contenere la Cina – hanno la priorità su quelle economiche. Per i Repubblicani però ottenere un vittoria concreta nella disputa commerciale con la Cina è fondamentale. Trump ha recentemente dichiarato di essere pronto a parlare del commercio con la Cina. Un incontro tra Trump e Xi Jinping dovrebbe avere luogo durante  il G20 previsto in Argentina alla fine del mese prossimo (dopo le elezioni di metà mandato del 6 novembre), ma potrebbe anche avvenire prima.

Un accordo di questo tipo con la Cina potrebbe essere utilizzato dagli Stati Uniti come modello per accordi analoghi con Giappone, India e Corea del Sud, i prossimi maggiori importatori asiatici di gas naturale. Non è una coincidenza il fatto che, proprio come l’Unione Europea, questi paesi importatori di energia sono minacciati in qualche modo dai dazi statunitensi per un rapporto commerciale definito “ingiusto” dalla Casa Bianca. Non è un caso che le sanzioni americane che non lasciano spazio a una trattativa siano contro la Russia e l’Iran, giganti del settore energetico mondiale con una propria capacità di proiezione geopolitica. Al contrario, sta diventando molto chiaro che gli Stati Uniti invece di “ripiegarsi” in vista di un presunto declino in favore di un mondo multipolare stanno invece adottando una postura più assertiva che mai usando la supremazia del dollaro, la minaccia della guerra commerciale e l’eventualità di un conflitto militare come leva per scardinare le dinamiche esistenti e aprire i mercati al nuovo attore del mercato energetico mondiale.