Alle origini della rivolta degli ombrelli

A Hong Kong negli ultimi giorni molte migliaia di persone, per la maggior parte studenti, stanno manifestando e occupando le strade del centro, per chiedere di poter avere il più basilare dei diritti di democrazia: elezioni libere a suffragio universale. La rivolta ha in sé dei caratteri eccezionali, che solo in un luogo pieno di contraddizioni come Hong Kong è possibile trovare e sta diventando – e forse sarà – uno degli eventi più importanti per la storia recente della Cina, non solo dal punto di vista politico, certamente centrale, ma anche da quello sociale e culturale.

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Il sistema politico di Hong Kong è differente da quello del resto della Cina e fece seguito a una riforma, voluta da Deng Xiaoping nel 1984, che inaugurò quella divisione interna che portò alla condizione di “Una Cina, due sistemi”, ovvero alla coesistenza del regime comunista dittatoriale, in Cina, e di un sistema economico e legislativo più liberale a Hong Kong, colonia britannica. L’accordo tra Cina e Gran Bretagna portò alla definizione della Basic Law, base dell’attuale sistema politico, entrata in vigore al momento della restituzione della colonia alla Cina, nel 1997.

Secondo la mini-costituzione accordata, il sistema socialista cinese non varrà a Hong Kong per i 50 anni successivi alla sua restituzione alla Cina. La città è infatti stata annessa con lo status di Special Administrative Region (SAR), godendo così di un’autonomia speciale: non soltanto è restato in vigore il sistema economico capitalista, ma in più essa ha un proprio Chief Executive (Primo ministro), una propria assemblea legislativa e un sistema giuridico autonomo.

Tuttavia, i cittadini di Hong Kong, fino alle ultime elezioni, hanno potuto eleggere solamente i rappresentanti dell’assemblea legislativa, mentre il capo dell’esecutivo veniva eletto da un comitato elettorale di 1200 persone, vicine a Pechino, e nominato dal presidente del Partito Comunista Cinese. Il fatto che a Hong Kong sia concessa un’autonomia politica, seppur limitata, ai cittadini, insieme con il suo particolare status economico, rende la SAR una sorta di laboratorio politico e sociale sul quale il Partito può sperimentare forme diverse di amministrazione, in vista di un’eventuale, graduale, apertura di Pechino alla democratizzazione e liberalizzazione del sistema.

Anche per questo Hong Kong non è nuova alle proteste, anzi: nella SAR il governo cinese ha sempre concesso maggiori libertà di manifestazione rispetto a quanto permesso nella Mainland, forse anche per fornire una valvola di sfogo alle rimostranze pro-democratiche verso le quali il Partito Comunista è da sempre fortemente, se non violentemente, avverso. Tuttavia le manifestazioni sono sempre stato controllate, quasi pilotate, e sempre rigorosamente autorizzate dal governo, in occasione di determinate ricorrenze (una fra tutte, il 4 giugno, anniversario della strage di Piazza Tienanmen).

Questa volta però è diverso. Le proteste degli studenti non sono infatti autorizzate, non concesse dal governo e tanto meno pilotate o controllate. Da giorni decine di migliaia di persone occupano le strade di Hong Kong contro il volere del governo e delle forze dell’ordine.

Com’è potuto accadere che in un luogo all’apparenza così perfettamente e rigorosamente amministrato, un tale numero di persone abbia potuto, tutto d’un tratto, scendere per le strade e bloccare la frenetica attività di uno dei più importanti poli economici e finanziari di tutta la Cina?

E come può una rivolta di questo genere avere un impatto significativo sul sistema politico o un’influenza sul contesto culturale e sociale di Hong Kong?

Tutto è cominciato da quando, all’inizio del 2013, un professore di giurisprudenza della Hong Kong University, Benny Tai, incoraggiò, con un suo articolo, un atto di disobbedienza civile da parte della popolazione di Hong Kong: l’occupazione della zona centrale di Hong Kong Island, al fine di mettere pressione sul governo e ottenere libere elezioni per il 2017. Da allora, la campagna pacifica pro-democrazia si è diffusa enormemente e ha preso il nome di “Occupy Central” (sulla scia del movimento “Occupy Wall Street”, nato due anni prima).

Di recente, il governo cinese ha dovuto necessariamente affrontare le richieste e le critiche che gli venivano mosse dal movimento pro-democratico, e ha risposto concedendo il suffragio universale per le elezioni dell’esecutivo del 2017. Tuttavia, i candidati che potranno essere votati alle prossime elezioni saranno ancora scelti dallo stesso comitato elettorale dei 1200.

Questo rifiuto di liberalizzare le candidature alla carica di Chief Executive è stato la scintilla che ha fatto scoppiare la protesta: migliaia di persone, non soltanto legate al movimento di Occupy Central, hanno occupato il centro della città, a partire da Admiralty, sede del governo, e da lì, sull’onda dell’entusiasmo, le zone occupate si sono moltiplicate e i manifestanti si sono spinti da Hong Kong Island fino a qualche chilometro dentro Kowloon, la penisola che fronteggia Central, fino ad arrivare a Mong Kok.

La sera del primo giorno di protesta la polizia ha cominciato a lanciare lacrimogeni contro le persone che stavano attuando un sit-in pacifico, nel tentativo di disperdere la folla.

Quest’azione attuata dalle forze dell’ordine non ha però sortito effetti evidenti, se non quello di richiamare su Hong Kong e sulla protesta l’attenzione internazionale. Da quella prima sera, gli studenti universitari e tutte le persone coinvolte nella protesta hanno deciso di prolungare indefinitamente l’occupazione delle vie della città, chiedendo, oltre alle concessioni democratiche, le dimissioni di Chung Ying Leung, attuale capo dell’esecutivo.

Il governo risponde fermamente che non cambierà la sua decisione. Ma allora tutto questo è inutile?

Gli hongkongers hanno attirato l’attenzione, si sono fatti vedere, anche se fino ad ora erano stati più o meno in silenzio. E l’hanno fatto semplicemente stando nella loro città, venendo fuori dalle case, fuori dai grattacieli. Queste proteste sembrano aver mostrato un differente modo di protestare, lontano dalle agitazioni violente. Il supporto per gli hongkongers si è diffuso anche ben al di là delle amicizie di facebook. E non è un supporto politico, ma si tratta di un supporto dato a una manifestazione umana, a una necessità civica di nuovi cittadini, a una speranza di cambiamento. Come ha scritto su facebook una manifestante, riassumendo le ragioni e le prospettive della rivolta degli ombrelli: “Give us what we deserve. We don’t know who the hell are you or why the hell would you have such a power to give or deprive. We don’t know you and we don’t know where you came from. But we can’t accept this as our fate. This ain’t no fun, this ain’t easy at all. But it’s the only way, because there ain’t no future without democracy”.