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Come la rivalità russo-statunitense si riverbera nel Mediterraneo e in Libia

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La crisi in Ucraina sposta il baricentro della Nato verso est, muovendo ingenti risorse verso il fronte del conflitto, funzionali tanto per la gestione dei flussi migratori quanto per l’organizzazione dei dispositivi necessari allo sforzo bellico ucraino. Parallelamente il baricentro energetico si sposta definitivamente verso sud, scendendo verso il Mediterraneo, interessando gli attori geopolitici che vi si affacciano. L’Italia al centro del “medioceano” dovrà gestire tale dinamica.

Il fronte sud del Mediterraneo è pervaso dal caos, specie la nostra ex quarta sponda. Ciò che ne rimane andrebbe declinato pertanto al plurale, non più Libia, bensì “Libie”. Le “primavere arabe”, scambiate oltreoceano per fine della tirannia, furono l’inizio dell’instabilità. L’ultimo tentativo di applicazione dell’ideologia neocon infiammò il Medio Oriente e l’Africa Settentrionale, portando perturbazioni alle nostre latitudini meridionali; subbuglio che in determinate aree non venne mai del tutto riordinato. 

Il dramma che ne scaturì venne riconosciuto dalla nostra opinione pubblica meramente sul piano dell’aumento dei flussi migratori e dell’avanzare di cellule jihadiste legate allo Stato Islamico. Tuttavia, due fenomeni più critici sul piano strategico si sollevarono da quegli eventi. In primo luogo, perdemmo la nostra – seppur non solida – sfera di influenza, costruita faticosamente negli anni dalla dirigenza politica italiana, che dovette più volte subire ramanzine – per usare un eufemismo – d’oltreoceano per la nostra vicinanza ad un “rogue state”. In secondo luogo, dovemmo rimodellare il nostro import energetico piuttosto velocemente – per via dell’instabilità creatasi – stringendoci ulteriormente a Mosca, ritrovandoci una decina di anni dopo incagliati nell’imprevedibile contingenza attuale.

Se è vero che esiste un imperativo strategico per ogni attore geopolitico, allora mantenere calme le acque su cui si affaccia la penisola italiana è essenziale per il Bel Paese. Imperativo strategico che la dirigenza politica ha tentato, dall’unità ad oggi, di portare avanti con svariate tattiche, alcune piuttosto massimaliste, altre sicuramente minimaliste. Tuttavia, già al termine della Guerra Fredda cominciammo a mettere in secondo piano il settore della Politica Estera, tanto da assegnare la Farnesina spesso e volentieri a economisti. Complice la difficile postura interna della struttura economica italiana e soprattutto «ci si rendeva conto che l’adesione al trattato di Maastricht comportava ormai delle scelte non più dilazionabili». 

Le relazioni con la Libia subirono dalla fine della Seconda guerra mondiale alti e bassi. All’indomani del conflitto il governo De Gasperi con il Ministro degli Esteri Carlo Sforza tentò invano di evitare che all’Italia le venissero sottratte le colonie acquisite nel periodo pre-fascista. Provarono quindi a negoziarne il mantenimento quando il Ministro degli Esteri inglese invitò Roma a far parte del Patto di Bruxelles in virtù dell’aggressione sovietica in Cecoslovacchia. Il Regno Unito mirava però ad alcune basi poste in Cirenaica per favorire il loro controllo su ciò che rimaneva dell’Impero britannico, basato sul predominio delle rotte marittime e quindi dei medioceani, qual è il Mediterraneo. Ne venne fuori il Compromesso Bevin-Sforza che ripartiva la Libia in tre sezioni: la Gran Bretagna si sarebbe posizionata in Cirenaica per mezzo dell’amministrazione fiduciaria; il Fezzan sarebbe andato alla Francia e la Tripolitania all’Italia. L’accordo sfumò quando all’Assemblea Generale dell’ONU Haiti pose il veto. 

La dirigenza politica italiana si trovò costretta, pertanto, a cambiare rapidamente tattica, manifestando un’apertura piuttosto esplicita verso la decolonizzazione, non senza critiche dagli alleati europei della Nato. Figura apicale di tale svolta tattica fu Enrico Mattei, Presidente dell’Eni, che incarna perfettamente la nuova politica neo-atlantica. In Libia il 16 ottobre 1957 viene costituita a Tripoli l’Asseil, Società libica per il petrolio, per la distribuzione dei prodotti petroliferi dell’Agip. Due anni dopo viene firmato l’accordo tra la libica Petroleum Commission e la Cori (Compagnia Ricerche Idrocarburi), accordo che darà inizio alle attività di ricerca di idrocarburi. Lo stesso anno l’ENI da avvio alle operazioni di estrazione del petrolio. 

Dieci anni dopo la salita al potere di Gheddafi, che prese il posto di re Idris per mezzo di un colpo di stato, fece inclinare entro breve i rapporti con Roma quando il Colonnello il 7 ottobre 1970 espulse i cittadini italiani dalla Libia. Al tempo il Ministro degli Esteri Moro sosterrà che non si potevano rompere definitivamente i rapporti con Tripoli in virtù di interessi esistenziali per la penisola italiana, non solo sul piano energetico. Difatti entrando nella dimensione geostrategica, al tempo l’Urss penetrava lentamente nella gran parte delle ex colonie degli europei in Africa. Era già saldamente presente i Algeria, Egitto e Siria. Per Roma la formula della “pazienza e perseveranza” enunciata da Moro era funzionale al contenimento dell’espansione sovietica nel Mediterraneo. Soprattutto in un quadro spaziale nel quale il confronto Usa-Urss, sostanzialmente congelato sul teatro europeo, era destinato a spostarsi verso i paesi del Terzo Mondo, esiziale per Roma quando interessava paesi che si affacciavano sul Mediterraneo. 

Quadro che potrebbe ripresentarsi al termine della guerra Russo-Ucraina, che letta più globalmente è sicuramente uno scontro tra Mosca e l’Alleanza Atlantica. Se è vero che il confronto è destinato a congelarsi sul fronte europeo, il teatro dello scontro potrebbe spostarsi allora altrove. Tutto dipenderà ovviamente dal grado di deterrenza che la Nato riuscirà a presentare. Non è solo, nel senso più positivistico del termine, l’articolo 5 a frenare l’ambizione russa in Europa Orientale, ma anche, sul piano sostanziale, la solidità strategica e la coesione interna dell’Alleanza. 

Roma durante la Guerra Fredda beneficiava però di una stabilità libica contornata dall’autoritarismo gheddafiano che impediva alle fazioni tribali libiche di scontrarsi per la gestione del paese. Nonostante l’infelice partenza data dall’espulsione dei cittadini italiani, la dirigenza politica riuscì ad ogni modo a penetrare economicamente il paese, dando origine a buone relazioni. Nel 1971 Roma e Londra, attraverso la cooperazione del SID e dell’MI6 evitarono il golpe che avrebbe dovuto detronizzare il Colonnello Gheddafi. Tale dinamica favorì la distensione tra l’Italia e la Libia, aprendo all’incontro del 5 maggio dello stesso anno tra Moro e Gheddafi, che pose le basi per i nuovi accordi basati sull’acquisizione di maggiore greggio da parte di Roma in cambio dell’acquisto di tecnologie necessari all’industria petrolifera libica e di armamenti funzionali alla stabilizzazione interna. Nel 1972 la Libia fece sapere che non avrebbe sbloccato i nuovi contratti petroliferi finché non fossero stati consegnati i carri armati M-113, che richiedevano però una licenza statunitense. Andreotti provò allora a persuadere Washington, inizialmente restia, premendo sul fatto che la Libia sarebbe scivolata nella sfera di influenza sovietica qualora non avesse ricevuto gli armamenti occidentali richiesti. Tali dinamiche furono di importanza strategica perché evitava lo sfaldamento libico e lo scivolamento di Tripoli verso un attore geopolitico a noi rivale.

Le dinamiche esposte poc’anzi riassumono la centralità italiana nella stabilizzazione del fronte sud durante la guerra fredda, che prevedeva comunque una stretta cooperazione con gli Stati Uniti, attore dal quale dipendevamo, e dipendiamo tutt’ora, dal punto di vista della sicurezza. Il quadro attuale, con la ritrovata rivalità Nato-Russia, ripropone spazialmente un teatro simile ma con elementi del tutto inediti. Il lascito delle primavere arabe restituisce un quadro geopolitico del tutto instabile in un arco geografico che parte dalla Siria e arriva a Tripoli. Molte entità statuali, tra cui la stessa Libia, sono sprofondate in un buco nero dal quale è complicato ritrovare la luce. Difficile per la dirigenza italiana instaurare rapporti più o meno stabili come quelli che riuscimmo a intavolare con Gheddafi. Pertanto, se durante la guerra fredda la Libia assicurava di non voler scivolare nella sfera di influenza sovietica, nonostante le velleità socialiste, attualmente la presenza russa e turca pongono l’Italia sostanzialmente fuori dal teatro libico. Il complesso quadro attuale è il lascito del vuoto prodotto dal 2011. È cogente per la penisola italiana ricostruire un piano per alleggerire la presenza ostile a sud, per mettere in sicurezza l’import energetico, i flussi migratori, lo Stretto di Sicilia. Fondamentale trovare il sostegno degli alleati data la presenza dei russi. 

Tuttavia, il vertice Nato di Madrid si è distinto, come previsto, per un marcato interesse verso l’area dell’Europa centrorientale, mentre solo nell’ultimo giorno si è parlato del fronte sud. Francia, Italia, Spagna e Grecia hanno spinto congiuntamente per evitare che l’Alleanza distolga troppo lo sguardo dall’area meridionale, non senza differenze di vedute. Manca sicuramente una visione più chiara e coordinata sulla questione libica. Dovrebbe spettare a Roma, potenzialmente in cooperazione con la Francia, anche in virtù del Trattato del Quirinale da poco ratificato, riproporsi nel medioceano per tentare di appianare le dinamiche esiziali per la sicurezza mediterranea. Operazione altamente impervia in quanto, sul piano pratico, Russia e Turchia al momento, disponendo di basi strategiche acquisite in cambio dell’appoggio dei rispettivi alleati, posseggono gli strumenti per influenzare direttamente i processi ricostituenti libici. 

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