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TematicheAfrica SubsaharianaIl ritiro occidentale dal Mali

Il ritiro occidentale dal Mali

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Con le elezioni francesi ormai alle porte e una crescente insofferenza maliana, l’Eliseo decide di lasciare il Mali prima di dover dichiarare la missione “fallita”.

Gli ultimi sviluppi in Mali

La Francia, i suoi alleati europei ed il Canada annunciano il ritiro delle truppe impiegate in Mali nell’operazione Barkhane e nella Task Force Takuba. La notizia arriva il 17 Febbraio con una dichiarazione congiunta, rilasciata al termine del summit del G5 Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger, che partecipano alle operazioni). La comunicazione specifica che “a causa delle molteplici ostruzioni delle autorità transitorie maliane”, “non sussistono più le condizioni politiche, operative e legali per continuare l’attuale impegno militare contro il terrorismo”. La decisione è stata presa , dopo numerose dichiarazioni allarmate, da parte dell’Eliseo che richiedeva con insistenza che la giunta militare convocasse le elezioni entro il mese di febbraio.

Il governo del Mali si è mostrato in disaccordo, ritenendo che il ritiro delle truppe sia avvenuto per volontà unilaterale della Francia e senza consultazioni con il nuovo governo, causando un deterioramento nella sicurezza del paese. Con questa accusa, è stata imputata alla Francia l’estensione della forza jihadista, in precedenza localizzata solo nella regione settentrionale del paese. 

Come riportato da Reuters, il Presidente del Niger, Mohamed Bazoum, ha accettato che le truppe attualmente stanziate in Mali si ritirino in basi nazionali, con il fine di “rendere sicuri i confini con il Mali” e di continuare a combattere i gruppi terroristici presenti nella regione del Liptako-Gourma, dove convergono i confini del Burkina Faso, Niger e Mali. Il contingente, le cui cifre ammontano a circa 2.400 soldati francesi e 900 soldati degli Stati alleati, manterrà come suo obiettivo il contrasto contro le forze del JNIM (Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin), gruppo vicino ad al-Qaeda, e dell’ISGS (Islamic State in the Greater Sahara).

L’insoddisfazione maliana e le prossime elezioni francesi

L’operazione Barkhane, nata sulle tracce dell’operazione Serval nell’agosto del 2014, aveva come obiettivo quello di stabilizzare la regione del G5 Sahel, combattendo i terrorismi di matrice islamica ed i ribelli transnazionali. Tuttavia, nonostante l’iniziale supporto della popolazione, da tempo il Mali appariva sempre più insoddisfatto della presenza francese sul territorio a causa della crescente instabilità, fino alle recenti accuse di “favorire la presenza del terrorismo e dividere il popolo del Mali” rivolte del primo ministro Choguel Maïga ai contingenti militari franco-occidentali.

Inoltre, con il crescere delle rivolte antioccidentali delle popolazioni del Sahel, la Francia ha avuto maggiori problemi a legittimare il proprio intervento nella regione; tanto che l’ex ministro della Difesa Morin ha paragonato la situazione in Mali a quella afghana, illustrando come, nonostante l’obiettivo di combattere il terrorismo, la presenza francese assomigliasse ormai a una forza d’occupazione. Il ritiro dei soldati, da compiersi nell’arco di quattro-sei mesi, servirebbe a Macron per accreditarsi una parte dell’opinione pubblica in prossimità delle elezioni, cercando tuttavia di non apparire sconfitto: il premier francese ha dichiarato che quello in atto non è un fallimento della missione, ma una riallocazione degli effettivi in Niger, per poter supportare tutti gli Stati in difficoltà presenti nell’area.

Un vuoto da riempire: quali prospettive per Russia e Cina?

Il ritiro delle truppe francesi e dei suoi alleati, Italia compresa, avviene in un momento di alta tensione tra l’ormai ex Françafrique e la Francia. I numerosi colpi di Stato nel Sahel, infatti, incontrano il favore della popolazione, che ritiene i precedenti governi democratici filofrancesi inadeguati a contrastare la minaccia jihadista. La crescente insoddisfazione verso le forze occidentali favorisce l’ingresso di altre potenze: in questo contesto, non è quindi raro imbattersi in foto di manifestanti con la bandiera russa per le strade del Burkina Faso o del Mali. 

La presenza della Russia, quindi, trova il sostegno sia della popolazione che delle élite politiche-militari: queste ultime non sono più costrette a misurarsi con le pressioni di Parigi su temi di politica interna (elezioni regolari, diritti umani), mirando a un nuovo partner alleato che non abbia interesse nelle questioni domestiche. A testimonianza del rapporto sempre più stretto tra la giunta militare maliana e la Russia, vi è la richiesta d’intervento russo da parte di Bakamo per garantire la sicurezza e la stabilità nazionale, a cui il Cremlino ha risposto inviando i mercenari del Gruppo Wagner. 

La fine delle operazioni occidentali nel Mali apre le porte ai suoi antagonisti: oltre alla già citata Russia, che cerca di estendere il proprio controllo sulla Repubblica Centrafricana ed il Mali, la Cina si fa avanti (su richiesta dei governi nazionali) in Ciad ed in Burkina Faso, con la promessa di combattere il terrorismo e di supportare gli eserciti dei paesi africani. Le modalità d’intervento di Pechino in Africa e nelle regioni del Sahel in particolare differiscono da quelle russe, poiché attualmente si basano su investimenti infrastrutturali legati alla Belt and Road Initiative; tuttavia, dato il diffuso sentimento di insoddisfazione riguardo le missioni di pace a guida francese nell’area del Sahel, a seguito dell’ultimo Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC) sono state gettate le basi per una maggiore collaborazione tra le forze di polizia e per la creazione di esercitazioni militari congiunte volte, tra le altre cose, al mantenimento della pace ed alla lotta al terrorismo. Appare quindi evidente come sempre più Stati ritengano la Cina un partner fondamentale per rendere militarmente più sicuri i propri territori, come dichiarato dalla ministra degli Esteri senegalese Aïssata Tall Sall.

Le preoccupazioni degli Stati vicini

Nonostante le rivolte anti occidentali del Mali e di altri Stati africani e la loro cooperazione con gli apparati russi e cinesi, non tutti i protagonisti della regione hanno accolto con favore il ritiro francese. Il Presidente della Costa d’Avorio Ouattara ha sostenuto che la ritirata potrebbe portare ad un vuoto politico nel Sahel, con il conseguente incremento della spesa militare per gli Stati coinvolti nella lotta al terrorismo. Dichiarazioni simili sono arrivate dal Presidente del Ghana Akufo-Addo, il quale ha aggiunto che “la presenza di mercenari stranieri in Mali è motivo di preoccupazione poiché aggraverà la crisi in atto”. Inoltre, ha sollecitato il mantenimento delle operazioni di peacekeeping coordinate dall’ONU, anche a causa dei primi ripensamenti di nazioni come la Germania, che tramite la ministra della Difesa Christine Lambrecht ha fatto sapere di voler riconsiderare l’intervento in Africa attraverso le missioni europee ed internazionali. Infine, ancora più drastico è stato il ministro degli Esteri del Niger Massaoudou, il quale nell’ottobre 2021 ha minacciato che l’alleanza con il Mali sarebbe crollata nel caso in cui fossero stati reclutati dei mercenari russi.

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