Il ritiro degli Usa dalla Siria: i vantaggi per l’Iran

Il ritiro delle forze statunitensi dalla Siria ha provocato una serie di reazioni, dal punto di vista diplomatico e militare. Da parte di Teheran questa azione politica decisa da Trump può diventare l’occasione di rafforzare in maniera permanente la propria posizione a Damasco.

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Lo scenario
“Detto (spesso in campagna elettorale), fatto”. Il ritiro dalla Siria voluto da Trump altro non è che la conseguenza di quanto ripetuto in maniera martellante durante il periodo precedente alla sua elezione. L’idea di disimpegnarsi dal Medio Oriente, per concentrare le risorse sul rilancio dell’economia americana, è stata a più riprese ribadita dal tycoon in campagna elettorale, e sottolineata anche nel momento in cui gli Usa sembravano tornati ad impegnarsi direttamente in Siria. Dopo il lancio di missili da crociera Tomahwk dello scorso aprile, a seguito del presunto attacco chimico da parte di Assad, infatti, la portavoce di Trump smentì immediatamente la dichiarazione del presidente francese Macron, che in diretta Tv si vantava di aver convinto il tycoon a rimanere in Siria. Una secca smentita che evidenziava come il piano di disimpegno siriano era sul tavolo della presidenza da lungo tempo, e che sarebbe stato portato a termine.
Durante la visita a sorpresa ai militari Usa di stanza in Iraq effettuata durante le feste natalizie, Trump ha dichiarato che gli “Usa non saranno più il gendarme del mondo”. Il Medio Oriente, e in particolare la Siria, saranno quindi ancora di più terreno di scontro tra attori locali e potenze regionali, in un turbinio di alleanze liquide pronte a sfaldarsi e ricomporsi nel giro di pochi mesi.

Il punto di vista iraniano
Sul ritiro delle forze Usa nessun membro di spicco dell’Iran ha rilasciato dichiarazioni precise: si continua a ribadire, come negli ultimi anni, che la presenza delle forze militari statunitensi è illegittima, in quando non richiesta da Assad, e quindi da considerarsi come un’aggressione nei confronti di uno stato sovrano.
E’ evidente, però, che il ritiro degli Usa non possa essere visto negativamente da Teheran, che si libera della presenza di un nemico all’interno di uno stato cardine nel sistema di alleanze che l’Iran ha delineato alle sue porte.
Non a caso, negli ultimi giorni, una delegazione del ministero degli esteri iraniano ha effettuato diverse visite a Damasco, coordinate a incontri di altissimo livello con funzionari siriani e con lo stesso Assad. Uno dei primi obiettivi è dar vita al Comitato Costituzionale siriano, che prosegue e rende effettivo il “Congresso di Dialogo Nazionale Siriano” tenutosi a Sochi nel gennaio 2018, su iniziativa russa.
Si pensa già alla Siria post-conflitto: uno stato che deve essere ricostruito, non solo fisicamente, ma anche politicamente, per evitare una disgregazione territoriale che per Teheran rappresenterebbe una sconfitta.

I curdi
Il ritiro delle forze americane dal nord della Siria può rappresentare un vantaggio per l’Iran, per ricalibrare il rapporto con i curdi siriani. Su quest’ultimi Teheran non ha mai avuto una posizione univoca: c’è sempre stato, da parte delle istituzioni iraniane, il timore per la forte dipendenza dei curdi da Washington, oltre che per la richiesta di autonomia e indipendenza da Damasco. Il processo di indipendenza del Rojava ha spaventato l’Iran, soprattutto per le possibili conseguenze che questo potrebbe avere sui curdi iraniani, nella provincia di Sanandaj.
Dall’altra parte ora i curdi del Rojava hanno bisogno di riempire il vuoto di protezione lasciato dalle forze americane: in questa ottica va analizzata la richiesta di aiuto giunta a Damasco negli scorsi giorni. Il 27 novembre l’esercito siriano ha inviato un contingente di uomini a Manbij, città controllata precedentemente dai curdi, situata a pochi chilometri dal confine turco. Un accordo che soddisfa entrambe le parti: da una parte i curdi, traditi dall’alleato americano e sottoposti alla pressione di una potenziale invasione turca dal nord, godono di una nuova protezione; dall’altra Damasco pone nuovamente il controllo sui territori del nord, ricchi di giacimenti petroliferi.
Un accordo che, inoltre, soddisfa pienamente l’Iran: viene non solo scampato il pericolo, al momento, di una disgregazione siriana, ma soprattutto viene arginata la presenza e il ruolo della Turchia nel nord della Siria, fattore che non è mai stato accettato a pieno da Teheran.

Il ritiro delle forze statunitensi dalla Siria, inoltre, è un chiaro segno che Trump manda ai suoi alleati regionali, Israele e Arabia Saudita: per quanto rimangano i pilastri degli Usa in Medio Oriente, il futuro equilibrio dell’area deve essere gestito in primis dagli attori locali, senza contare su un copioso sostegno statunitense. Trump, così come Obama prima, non ha intenzione di rimanere impantanato a lungo in territori non più redditizi, e non considerati strategicamente importanti.  L’asse anti iraniano, progettato da Trump, deve camminare con gambe proprie.

In conclusione il ritiro degli Usa, e il conseguente e più sicuro mantenimento del potere da parte di Assad, rinforza il sistema di alleanze che l’Iran ha predisposto nella regione: salvaguarda le posizioni conquistate dalle milizie sciite controllate da Teheran nella guerra civile siriana, contribuisce a difendere il corridoio terrestre che con Siria e Iraq delinea la cosiddetta mezzaluna sciita.
La ricostruzione della Siria, il prossimo assetto politico del paese e il sistema di alleanze che si cristallizzerà a guida di questo processo, saranno i punti cardine del futuro equilibrio di potere all’interno del Medio Oriente.