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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaCause, obiettivi e modalità della risposta iraniana

Cause, obiettivi e modalità della risposta iraniana

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Prestigio, potere, vendetta, ed influenza, sono questi gli elementi che circondano la risposta militare iraniana, ma anche limitazione. La risposta deve essere calibrata affinché le dinamiche conflittuali mediorientali non deflagrino in guerra generale, difficilmente sopportabile dalla struttura della Repubblica Islamica. La risposta di Teheran è oltretutto accompagnata da un obiettivo di compattamento interno e dal tentativo di svelare le manovre difensive israeliane e gli alti costi che comportano.

Lo scorso 1 aprile Israele aveva attaccato una missione diplomatica iraniana a Damasco, Capitale siriana, con l’obiettivo di smascherare e colpire il sistema che sostiene le milizie di Hamas e di Hezbollah. L’Iran si è infatti intestata la guida del tessuto militare, chiamato “l’Asse della Resistenza”,  che attanaglia Gerusalemme ormai da decenni, ottemperando al contenimento e dunque all’accerchiamento dello Stato ebraico, potenza tecnologica e militare della regione.

L’estroflessione iraniana ha raggiunto i confini israeliani attraverso la realizzazione di una rete militare costituita dalle milizie locali di paesi come: Iraq, Libano, Yemen e Siria, che sono difatti coinvolti nelle tensioni regionali, inaspritesi all’indomani del 7 ottobre 2023.

Il coinvolgimento di questi Paesi ha conosciuto almeno tre distinte dinamiche: a) le milizie filo-iraniane hanno attaccato le basi militari americane sparse nel Siraq; b) le milizie filo-iraniane – libanesi e siriane soprattutto – hanno attaccato direttamente il territorio israeliano, spesso nel quadrante settentrionale, con l’obiettivo di erodere le energie delle Forze di Difesa israeliane, che altrimenti opererebbero indisturbate nella Striscia di Gaza; c) le milizie yemenite filo-iraniane hanno disarticolato le rotte del commercio internazionale passanti per Bab el-Mandeb, attaccando principalmente imbarcazioni aventi legami con lo Stato ebraico.

A questi attacchi Israele ha dovuto rispondere con altrettanti interventi militari, volti a sfibrare le capacità operative delle milizie vicinealla Repubblica Islamica. Tuttavia l’inefficacia di questi interventi, dimostrata dalle incessanti operazioni di disturbo praticate dai proxies iraniani, ha convinto Israele che fosse giunto il momento di attaccare il personale iraniano direttamente coinvolto nella gestione degli affari militari regionali e dunque nel coordinamento delle diverse compagini filo-Iran. A tal fine, il 25 dicembre 2023 l’attacco israeliano ha ucciso a Damasco Sayyed Razi Mousavi, uno dei generali delle Guardie Rivoluzionarie e coordinatore dell’alleanza militare tra Iran e Siria. L’intervento non aveva finalità meramente militari, ma anche simboliche, si voleva pertanto intaccare lo storico coordinamento tra Damasco e Teheran, che negli anni ha conosciuto una crescita esponenziale, radicando ulteriormente la presenza iraniana sul territorio siriano.

Il 1° aprile 2024, sempre a Damasco, Israele ha attaccato una struttura adiacente all’ambasciata iraniana, uccidendo sedici funzionari, tra cui il generale di brigata Mohammad Reza Zahedi. L’Iran questa volta non ha tollerato l’intervento militare presso la sede diplomatica, sostenendo che Israele avesse oltretutto violato il diritto internazionale, che riconosce le sedi diplomatiche quali “luoghi inviolabili”. L’intervento dal punto di vista pratico non avrebbe la capacità di corrodere il potenziale militare iraniano nella regione, ma, come già anticipato, mira a colpire simbolicamente la presenza iraniana nella regione.

L’attacco sferrato da Israele ha però messo la Repubblica Islamica all’angolo. Se finora non aveva mai attaccato direttamente dal suo territorio lo Stato ebraico, facendo operare i suoi proxies, questa volta Teheran ha dovuto reagire in modo più risoluto. Israele ha intaccato la capacità iraniana di mettere in sicurezza le missioni diplomatiche all’estero e i suoi generali che coordinano le operazioni sui vari fronti regionali, mostrandone la vulnerabilità. Allo stesso tempo l’Iran era consapevole che un contrattacco troppo invasivo avrebbe scatenato una guerra regionale che non può permettersi allo stato attuale. Ha dovuto così calibrare vendetta e moderazione, inserirle in un’equazione tattica e tradurla in operazione militare. Così nella notte tra il 13 e il 14 aprile è arrivata la risposta di Teheran, operata attraverso droni, missili da crociera e missili balistici, alcuni partiti direttamente dal territorio iraniano ed alcuni dai proxies regionali. Nonostante il gran numero di missili e droni lanciati, tra i 200 e i 300 in totale, lo Stato ebraico, grazie al suo potenziale tecnologico, è riuscito ad intercettarne il 99%. Coadiuvati oltretutto dagli alleati angloamericani e francesi che hanno fornito supporto bellico all’operazione difensiva, così come dalla Giordania.

Per comprendere i possibili scenari e gli obiettivi iraniani bisogna ora analizzare la modalità d’azione iraniana.

Secondo il Ministro degli Esteri iraniano Hossein Amirabdollahian, l’Iran avrebbe diffuso una notifica di preavviso 72 ore prima dell’attacco. L’omologo turco avrebbe addirittura ammesso di aver trasmesso il messaggio a Washington, operando così da intermediario. Allo stesso modo, funzionari del governo giordano e iracheno affermano di aver ricevuto la notifica dal Governo iraniano riguardo l’attacco, senza però che ne venisse menzionato il giorno e l’ora in cui lo stesso sarebbe avvenuto. Reuters afferma che alcuni funzionari iraniani, attraverso canali diplomatici qatarioti, turchi e svizzeri, avrebbero informato gli statunitensi anche riguardo il giorno dell’attacco, con l’intensione di limitare danni e dunque una possibile contro-risposta israeliana.

Qualora l’obiettivo iraniano fosse stato quello di rispondere duramente all’attacco subìto a Damasco, reagendo attraverso una risposta efficace dal punto di vista militare, non vi sarebbe stato alcun motivo di notificare con tanto anticipo l’operazione militare, poiché sarebbe venuto meno l’effetto sorpresa. Eppure è proprio quello che, secondo alcuni analisti, avrebbero tentato di fare. Pertanto, se la risposta avesse provocato danni alle infrastrutture civili, con conseguenti morti, si sarebbe inevitabilmente aperta una guerra regionale insostenibile per Teheran. Abbiamo dunque, in primo luogo, una preparazione dell’attacco che lascerebbe intendere un tentativo iraniano di contenere danni e morti.

Alcuni analisti inoltre fanno notare che il materiale utilizzato dall’Iran non fosse, tra quelli disponibili, il migliore dal punto di vista tecnologico. Qualora avesse voluto penetrare il sistema di difesa dello Stato ebraico, tra i più avanzati al mondo, avrebbe dovuto impiegare ben altro. Si parla addirittura di alcuni vettori che non sarebbero neanche partiti dai dispositivi di lancio per problemi tecnici o a causa degli interventi militari operati con precisione da Washington in territorio yemenita.

Dal punto di vista economico inoltre emerge una profonda asimmetria economica tra l’assetto difensivo israeliano e l’operazione iraniana. I dati a tal riguardo farebbero emergere che: mentre l’attacco orchestrato dall’Iran avrebbe un costo che si aggira tra i 40 e i 60 milioni di dollari, la risposta difensiva israeliana, assieme a inglesi, americani e francesi, avrebbe un costo che supera di poco il miliardo di euro.  Da questo punto di vista, sia che l’attacco iraniano fosse stato mera scenografia, sia che avesse obiettivi più consistenti, il costo economico per intercettare l’attacco è stato estremamente doloroso. La risposta iraniana dunque ha svelato i costi insostenibili per la difesa israeliana, soprattutto ai suoi alleati se si pensa al tentativo americano di riallocare le risorse altrove.

Infine a livello strategico Israele, per rispondere all’attacco, ha scoperto le sue carte. L’operazione iraniana ha permesso agli stessi di decodificare: tattica difensiva, posizione dei sistemi di difesa, capacità di risposta, capacità di reazione, permettendo a Teheran di mappare l’assetto difensivo israeliano. Un vantaggio strategico ottenuto in una notte e con una operazione (probabilmente) del tutto scenografica e dal costo molto basso.

L’Iran sostiene, in ultima analisi, che i suoi obiettivi principali sono stati in realtà colpiti: la base aerea di Nevatim e la base dell’intelligence israeliana sul Monte Hermon nelle Alture del Golan. Entrambi avrebbero a che fare con le operazioni di Gerusalemme in Siria. Se la base dell’intelligence ricopre un ruolo fondamentale nella raccolta informazioni riguardo la cooperazione militare irano-siriana, la base aerea di Nevatim avrebbe avuto un ruolo attivo nell’attacco, da qui sarebbero infatti partiti, secondo fonti iraniane, i caccia israeliani che hanno colpito l’ambasciata iraniana a Damasco. Tuttavia anche qualora fossero effettivamente questi i reali obiettivi iraniani, i danni alla base aerea non sono stati profondi, tanto da renderla comunque operativa. Se l’affermazione iraniana riguardo le basi fosse vera, significherebbe che i missili che hanno sorvolato le maggiori città israeliane avrebbero funzionato da esca, con l’obiettivo di saturare la capacità di difesa israeliana lasciando campo libero ai siti prescelti; avrebbero avuto anche l’obiettivo di stressare sulla condizione psicologica della società israeliana. L’Iran in questo modo sembra aver centrato i suoi obiettivi, se la precondizioni dell’attacco sono quelle ipotizzate in questa analisi, ma se Israele dovesse rispondere, allora dovrà gestire una guerra regionale che potrebbe non avvantaggiarlo, Teheran ha difatti sempre preferito una guerra lunga ma a bassa intensità ad una guerra diretta e di ampia portata.

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