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TematicheStati Uniti e Nord AmericaLa risposta americana alla minaccia atomica russa

La risposta americana alla minaccia atomica russa

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La minaccia atomica torna ad essere parte integrante della strategia d’intimidazione bellica russa. Non che il rischio di un’escalation nucleare sia elevato, ma Washington ha recepito la necessità di aggiornare la propria visione della deterrenza nucleare, che sta mostrando i suoi limiti. Con più di un occhio alla Cina e all’Indo-Pacifico.

Il 27 ottobre l’amministrazione Biden ha finalmente rilasciato al pubblico la versione non classificata della Nuclear Posture Review (NPR) statunitense. La versione classificata era già stata consegnata al Congresso a inizio marzo; ciò nonostante, diverse ragioni hanno contribuito a ritardarne il rilascio agli organi di stampa. In primo luogo, l’evoluzione della guerra in Ucraina, dove le nuove minacce russe di utilizzo di atomiche tattiche (dopo che le prime in estate erano state rapidamente derubricate come un bluff) sono stavolta state prese sul serio da Washington, la quale ha minacciato “conseguenze catastrofiche” in caso di un loro utilizzo sul campo di battaglia. Al ritardo hanno contribuito anche il desiderio di attendere la stesura della National Security Strategy (NSS), terminata solo a metà ottobre, e divergenze di visione con la US Navy in merito alla cancellazione di alcuni programmi di sviluppo di nuovi armamenti. L’aggiornamento della dottrina nucleare ufficiale a stelle e strisce è il primo dall’omonimo documento rilasciato nel 2018 dall’amministrazione Trump, e differisce da esso soprattutto per la maggiore attenzione dedicata ai due principali rivali dell’America: la Russia, per i motivi già ricordati, e la Cina, vista l’ampiamento repentino e la diversificazione strategica del proprio arsenale atomico.

Il ruolo delle armi nucleari nel contesto internazionale

“Nel prossimo futuro, le armi nucleari continueranno a fornire effetti di deterrenza unici, che nessun’altra componente del potere militare americano può sostituire”. Sottolineata ancora una volta l’irrinunciabilità strategica delle armi nucleari nel concetto di deterrenza integrata (che include anche i teatri spaziali e della cyberwarfare), il documento specifica come esse da sole non siano sufficienti in un contesto internazionale tanto volatile quale quello attuale. Un’ amministrazione trasparente degli arsenali delle potenze nucleari globali, della quale la Repubblica Popolare Cinese viene dichiarata più volte inadempiente, l’adesione ai dettami dell’NPT (Non Proliferation Treaty), e il continuo dialogo sul risk management sono ritenute “la via più efficace, duratura e responsabile” per ridurre in futuro il ruolo delle armi nucleari nella strategia di difesa americana.

Sono quattro le sfide che il Nuclear Posture Review identifica come cruciali: la crescente salienza delle armi nucleari nelle strategie militari dei rivali americani (alias Federazione Russa), l’espansione e la diversificazione dell’arsenale atomico della Repubblica Popolare Cinese, la necessità di deterrenza efficace nel caso di “opportunistic aggression” a livello regionale, l’imprevedibilità delle risposte ad attacchi non convenzionali nei teatri cyber, spaziali e sottomarini.

Alle armi nucleari americane sono attribuiti tre ruoli fondamentali: dissuadere attacchi strategici (non solo quelli prettamente nucleari), garantire la sicurezza di alleati e partners (senza che abbiano anche loro bisogno di armi atomiche proprie), raggiungere gli obiettivi americani in caso di fallimento della deterrenza. A proposito di quest’ultima estrema possibilità, vengono delineati i modi e i limiti con i quali gli Stati Uniti potrebbero utilizzare il proprio arsenale nucleare. La Declaratory policy afferma che esse possono essere impiegate unicamente “in circostanze estreme

per difendere gli interessi vitali degli Stati Uniti o dei propri alleati e partners”; ciò nonostante, la popolazione civile e le strutture non militari saranno tassativamente evitate, in ottemperanza con le LOAC (Laws of Armed Conflicts). Grande importanza viene attribuita anche alla capacità per le truppe regolari di operare efficacemente in un CBRN contaminated environment (Chemical, Biological, Radiological, Nuclear).

Interessante notare come, nonostante Biden durante la campagna elettorale avesse spinto per una politica di no-first-use e di sole-purpose, il documento le rigetti entrambe, lasciando aperto un piccolo ventaglio di possibilità di utilizzo delle armi atomiche, benché solo nei confronti di altri attori nucleari.

Approcci specifici per i diversi avversari

Cina: Vista l’attenzione che la Repubblica Popolare ha ricevuto all’interno della NDS (National Defense Strategy), non stupisce che venga definita “la principale sfida per la pianificazione difensiva americana e un fattore crescente nella valutazione della deterrenza nucleare”. A preoccupare il dipartimento della difesa è il fatto che, entro il 2030, la Cina possa avere a disposizione più di 1000 testate nucleari, rendendo la propria strategia più flessibile e pericolosa.

Per contrastarla e mantenere alto il livello di deterrenza, il documento stende una lista di armamenti nucleari da impiegare nel teatro Indo-Pacifico: “missili balistici sottomarini a basso rendimento di classe W76-2, bombardieri schierabili a livello globale, aerei da combattimento a doppia capacità, e missili aerei da crociera”

La risposta cinese non si è fatta attendere: il Global Times, quotidiano on-line controllato dal PCC, ha parlato di “ricatto nucleare” e di “mentalità da Guerra Fredda”, accusando gli Stati Uniti di ricercare una superiorità militare assoluta che potrebbe portare in futuro ad una nuova corsa agli armamenti nucleari.

Russia: Parole dure vengono dedicate dal NPR anche alla Federazione Russa, colpevole secondo l’amministrazione Biden di utilizzare le armi nucleari come “uno scudo dietro il quale condurre aggressioni ingiustificate ai propri vicini”. Dopotutto, essa rimane il rivale statunitense con il più ampio e diversificato arsenale nucleare al mondo: circa 5000 testate in totale, di cui 1500 già schierate su vettori strategici, e più di 2000 tattiche non limitate dal nuovo trattato START.

A tal proposito, il documento dettaglia una serie di opzioni specifiche messe in campo per garantire la deterrenza nel teatro Euro-Atlantico: “aerei da combattimento a doppia capacità F-35A equipaggiati con bombe di classe B61-12, le testate W76-2; armi LRSO (Long-Range Standoff)”

Il dispiegamento delle nuove B61-12 in diverse basi NATO in Europa ha provocato l’immediata reazione russa, che ha accusato gli Stati Uniti di abbassare pericolosamente la “soglia nucleare” nel continente. Interessante notare, visti anche le recenti dichiarazioni del consigliere per la sicurezza nazionale Sullivan, l’attenzione dedicata dal NPR alla continuazione di un dialogo strategico e di gestione del rischio di escalation con i due principali nemici, nonostante le difficoltà incontrate specialmente con la Repubblica Popolare.

Corea del Nord: La minaccia nucleare nordcoreana, dopo gli anni caldi della presidenza Trump – tutti ricorderanno la “gara” a chi aveva il bottone nucleare più grande tra l’ex presidente USA e Kim Jong- un – è stata negli ultimi anni declassata a secondaria, vista la crescita nel campo nucleare di Russia e Cina. Ciò nonostante, il documento non lesina parole dure nei confronti del leader supremo della Corea del Nord, affermando con decisione che “Qualsiasi attacco nucleare della Corea del Nord

contro gli Stati Uniti o i suoi alleati e partner è inaccettabile e porterà alla fine del regime. Non esiste uno scenario in cui il regime di Kim possa impiegare armi nucleari e sopravvivere”.

Similmente qualsiasi trasferimento di materiale fissile e di knowhow nucleare ad attori statali o non comporterà la fine del regime dei Kim.

Iran: Anche la potenza mediorientale viene menzionata singolarmente all’interno del NPR, nonostante non abbia ad oggi sviluppato capacità nucleari: Il documento afferma con decisione che “all’Iran non verrà permesso di ottenere un’arma atomica”. La strategia di deterrenza americana si affida alla schiacciante superiorità regionale in termini di armamenti tradizionali, fintanto che l’Iran rimarrà una potenza non atomica.

Le novità nell’arsenale nucleare americano

Gli ultimi paragrafi del documento sono dedicati ai programmi di modernizzazione e controllo dell’arsenale nucleare a stelle e strisce. Nonostante i “falchi” all’interno dell’amministrazione Biden, e il peggioramento della situazione internazionale, non viene delineato alcun ampliamento delle capacità nucleari; anzi, alcuni armamenti vengono definiti obsoleti e “non necessari nel soddisfacimento delle necessità di deterrenza”.

La bomba gravitazionale B83-1 viene ritirata dalla circolazione per le sue crescenti limitazioni operative, e gli eccessivi costi di manutenzione. Anche il programma degli SLCM-N (Nuclear-armed Sea Launched Cruise Missile) viene cancellato, nonostante l’opposizione della Marina, in quanto l’utilizzo degli F-35A e delle testate W76-2 è ritenuto sufficiente nella deterrenza all’utilizzo di nucleari tattiche. Altre novità rilevanti sono il rimpiazzo one-of-one dei missili intercontinentali Minuteman III con i più moderni Sentinel, e dei bombardieri B2-A Spirit con i B-21 Raider.

Per certificare lo stato di salute dell’arsenale nucleare, e per la modernizzazione delle infrastrutture e dei processi produttivi, il Dipartimento della Difesa e l’Agenzia Nazionale per la Sicurezza Nucleare hanno intenzione di implementare una Nuclear Deterrence Risk Management Strategy, con la finalità di identificare e dare priorità ai programmi nucleari più efficienti in vista di tali obiettivi, senza sacrificare la prontezza di risposta alle possibili minacce esterne.

Un’ultima nota interessante che emerge dal documento è il supporto molto selettivo ai vari trattati internazionali sulle armi nucleari. Infatti, nonostante gli Stati Uniti ribadiscano il supporto al CTBT (Comprehensive Nuclear Test-Ban Treaty), al fine di vietare definitivamente ogni tipo di test nucleare, e ai negoziati in vista di un FMCT (Fissile Material Cutoff Treaty), pensato ad hoc per regolamentare la già menzionata produzione fissile cinese, essi rigettano con convinzione l’idea di un TPNW (Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapon), considerato inefficace per la risoluzione dei conflitti securitari che possono portare gli stati a sviluppare o ottenere ordigni atomici.

Il contesto ucraino così volatile, le rapide evoluzioni tecnologiche cinesi, e i recenti test missilistici nordcoreani non permettono certo ai decisori americani di adagiarsi sugli allori, nonostante la propria posizione ancora dominante nel campo della strategia nucleare. La scelta dell’amministrazione Biden, nonostante i falchi all’interno del Pentagono e del Dipartimento della Difesa, è ricaduta sulla qualità degli armamenti, più che sulla loro quantità. Gli approcci ad hoc nei diversi teatri, e la costante menzione del ruolo dei paesi alleati, certificano una pianificazione strategica più approfondita rispetto al passato, e una consapevolezza di dover delegare alcune responsabilità per certificare la propria prontezza di reazione alle possibili minacce provenienti da tutto il mondo. Con lo sguardo rivolto al 2026, anno di scadenza del trattato New START, le cui trattative per il rinnovo costituiranno un buon banco di prova per vedere se le tre grandi potenze – USA, Russia e Cina –

saranno in grado ancora di trovare terreno comune su un tema che mai come oggi è tornato bollente.

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