L’Europa nel risiko energetico del Mediterraneo

Sebbene a livello globale il pivot si stia spostando sempre più verso il continente asiatico, il Mediterraneo sembra invece conservare integra tutta la sua rilevanza strategica per quanto concerne l’ambito energetico. Una regione, quella mediterranea, che con il 4% delle riserve globali di gas naturale e circa il 4% di quelle di petrolio mira a divenire un’area sempre più integrata e strategica, con una crescente interconnessione tra i Paesi delle due sponde.

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La partita delle infrastrutture

L’interconnessione tra i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo è oggi assicurata da una rete di infrastrutture che ne attraversano tutto il bacino. Dal Medgaz e dal Maghreb-Europe Pipeline, due gasdotti che uniscono l’Algeria con la Spagna per una capacità totale di 20 miliardi di metri cubi all’anno, al Transmed, un gasdotto in grado di trasportare 30 miliardi di metri cubi annui dall’Algeria verso le coste italiane della Sicilia, passando per il Greenstream, la più lunga infrastruttura sottomarina del bacino Mediterraneo che porta il gas libico in Italia (9 miliardi di metri cubi all’anno). Infrastrutture chiave per la gestione dei traffici energetici regionali tra i Paesi produttori della sponda nord-africana e i Paesi consumatori dell’Unione europea, anche se le recenti vicende geopolitiche dell’area mostrano come una delle principali sfide per gli attori coinvolti sia quella di garantire la sicurezza fisica di questa rete infrastrutturale.

Quale ruolo per l’Europa?

Ed è proprio nel Mediterraneo che l’Unione europea potrà giocare le sue carte in tema di sicurezza energetica, anche grazie alla realizzazione, ad opera di un consorzio internazionale, del Trans Adriatic Pipeline (Tap), un gasdotto che, vinta nel 2013 la concorrenza del Nabucco (all’epoca sostenuto dagli Stati Uniti), a partire dal 2020 porterà in Italia circa 8 milioni di metri cubi di gas all’anno provenienti dal Mar Caspio. Un progetto, il Tap, che rientra nel Corridoio meridionale del gas voluto da Bruxelles e che consentirà ai Paesi europei di ridurre la storica dipendenza dalle forniture provenienti dalla Russia ma che trova, ancora oggi, ostacoli prevalentemente a livello di comunità locali all’insegna del not in my back yard (Nimby).