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Il riposizionamento statunitense, un problema geostrategico tra l’Indo-Pacifico e l’Europa

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I mutamenti nel sistema internazionale sono accompagnati da graduali cambiamenti sullo scenario geopolitico e geostrategico globale. Le crisi impongono agli attori una minuziosa gestione dello spazio, luogo entro il quale si proietta potere ed influenza, e che diviene dunque anche la posta in palio dello scontro tra potenze. Il “dilemma spaziale”, se così può esser definito, è ben incarnato dagli statunitensi, che in questa fase di transizione ne sono afflitti, tenendo conto del dibattito aperto sul mantenimento dell’assetto egemonico e dunque sul contenimento di Russia e Cina.

L’attuale fase di transizione prevede un riposizionamento sulla scacchiera geopolitica delle risorse delle grandi potenze, a maggior ragione di Washington, che tenta di disimpegnarsi dai contesti meno strategici per concentrarsi sulle nuove sfide. Negli anni immediatamente successivi all’implosione dell’Unione Sovietica, e di conseguenza del sistema bipolare, gli statunitensi hanno goduto di un margine di manovra significativamente più ampio rispetto ai vincoli imposti dal bipolarismo. Tale condizione ha permesso loro una graduale penetrazione in diversi quadranti nel tentativo di gestire l’ordine internazionale e di calmierare gli scenari di crisi. Processo che ha però accompagnato Washington verso l’atavico problema degli attori egemoni: l’overstretching. Condizione che grava sul bilancio statale e sull’efficiente gestione della proiezione geostrategica. 

L’assetto egemonico è stato dunque eroso da altre due dinamiche parallele. In primo luogo Washington non è riuscita a perseguire gli obiettivi che si era proposta in Medio Oriente. Se sul piano tattico-operazionale gli interventi in Iraq e in Afghanistan ne hanno certificato lo strapotere militare, sul piano strategico gli statunitensi non sono riusciti a perseguire gli obiettivi prefissatesi, cioè un contesto mediorientale pienamente sotto la propria influenza. Anzi i vuoti generati dagli interventi militari hanno spianato la strada ai suoi competitor regionali. Dall’altro lato, proprio il fallimento statunitense sul piano strategico ha convinto i rivali in forte ascesa, come Cina e Russia, che l’egemone era in qualche modo sfidabile. Soprattutto perché il pantano in cui si era immerso stava generando delle profonde spaccature interne che sbiadivano la sua postura nel sistema internazionale. L’assertività con la quale i due si volgevano sullo scenario internazionale imponeva dunque agli Stati Uniti un riposizionamento che aderisse alle nuove sfide internazionali, del tutto differenti dalla “guerra al terrore” combattuta sino ad allora. 

Alcuni analisti parlano di retrenchment, interpretando in questo modo la volontà di ritiro statunitense da contesti poco strategici; tuttavia, sarebbe più corretto parlare di riposizionamento delle risorse necessarie al mantenimento dell’Ordine Liberale. Secondo Robert Gilpin, gli egemoni che sono gravati da alti costi per il mantenimento della loro postura, hanno davanti a loro almeno tre opzioni: a) entrare in una guerra preventiva con la potenza in ascesa per evitare che acquisisca troppo potere; b) optare per un perimetro difensivo più efficiente: c) attuare un disimpegno verso i contesti meno strategici. La prima opzione sembra al momento improponibile, entrare in un conflitto diretto con Cina e Russia porterebbe direttamente il sistema internazionale verso l’escalation nucleare, condizione che non converrebbe a nessuno. Gli apparati di Washington sembrano stiano optando per la seconda opzione. Se è vero che da un lato l’infausto ritiro dall’Afghanistan è stato da molti letto come l’inizio del disimpegno globale americano, abbiamo visto, dall’altro lato, con la guerra in Ucraina, come stiano in realtà cercando di delineare un perimetro securitario significativamente più efficiente, funzionale al contenimento di entrambi i competitor nella maniera più efficiente possibile. Ma l’attuale contesto geostrategico è problematico per Washington principalmente perché deve essere in grado di gestire due rivali che affacciano su due quadranti differenti dell’Eurasia. Durante la guerra fredda, il contenimento verteva principalmente sull’Unione Sovietica, data la fragilità iniziale della Cina. Inoltre la seguente apertura a Pechino aveva consentito loro di concentrarsi meramente sul quadrante europeo.

Gestire contemporaneamente due quadranti tanto problematici è un’operazione piuttosto complicata data l’aggressività della Russia sul fronte europeo e la dinamicità geoeconomica della Cina, sommata alla crescita del suo settore tecnologico-militare.  Se dunque non si è voluto scegliere per l’operazione tattica attuata durante la guerra fredda, ovvero dividere i due rivali per giocarli l’uno contro l’altro, agli statunitensi non resta che fronteggiarli in due momenti differenti. La guerra in Ucraina ha dato loro l’opportunità di sfiancare la Federazione Russa, impantanarla nelle steppe ucraine in una guerra d’attrito che ne corrode uomini e risorse, alle quali si aggiungono le sanzioni che ne rallentano lo sviluppo tecnologico, che nel recente passato era incardinato in occidentale. Infine il dissanguamento dell’Orso russo, nell’ottica americana, restituirebbe solidità all’Ordine Liberale, quindi da un lato corrobora l’aspetto immateriale dello stesso, anche attraverso la ritrovata coesione degli alleati; dall’altro lato fortifica le posizioni americane in Europa, con l’ingresso della Finlandia e in futuro della Svezia nella Nato. Per quanto concerne il territorio ucraino, se è vero che questo ancora non è giuridicamente entrato nell’Alleanza Atlantica, è anche vero che quest’ultima è entrata in Ucraina, dinamica certificata dalle armi con cui combatte la resistenza. La prima linea di difesa, in questo quadrante, si è dunque spostata sulle rive meridionali del fiume Dnipro sino al distretto di Dvorična. La guerra sembra aver pertanto rinforzato la postura geostrategica statunitense dal Mar di Barents sino al Mar Nero, soffocando definitivamente la Federazione Russa nel Mar Baltico.

Una volta stabilizzato il quadrante europeo, con il vantaggio di una maggior profondità strategica, gli statunitensi potrebbero volgere lo sguardo al definitivo contenimento della Repubblica Popolare Cinese con più assertività. Il dissanguamento della Russia – per usare i termini del politologo americano John Mearsheimer – renderebbe difatti l’allocazione delle risorse statunitensi nell’Indo-Pacifico strategicamente meno problematica. 

Resta ancora un dubbio sul conflitto in Ucraina. Gli statunitensi dovrebbero saper rispondere a due esigenze non perfettamente simmetriche. La prima esigenza è quella di fornire agli ucraini il materiale necessario per portare avanti lo sforzo bellico sul campo, operazione che nelle menti ucraine comprende il recupero di tutti i territori persi dal 2014, dunque compresa la Crimea. La riuscita dell’operazione manderebbe un segnale forte alla Repubblica Popolare Cinese, che negli anni a venire potrebbe ritrovarsi nella stessa situazione russa qualora provasse a prendere con la forza l’Isola di Formosa; ma potrebbe perturbare irrimediabilmente la politica domestica russa.

La seconda esigenza statunitense è quella di provvedere al contenimento di Pechino nel Mar Cinese Meridionale per l’appunto. Qualora la guerra sul fronte ucraino si dilungasse spropositatamente, rallenterebbe il riposizionamento strategico statunitense nell’Indo-Pacifico, ovvero nel quadrante dove dovranno contenere quello che nelle ultime National Security Strategy emerge come “rivale principale”. In breve, se l’indebolimento della Federazione Russa gioca a favore di Washington nel breve periodo, il prolungarsi della guerra potrebbe nuocere la postura geostrategica americana, avvantaggiando Pechino. Ecco dunque rappresentato brevemente il dilemma spaziale su cui dibattono gli apparati di Washington. Dilemma che pertanto certifica l’interesse americano a riposizionarsi in un perimetro securitario che aderisca alle nuove sfide internazionali, piuttosto che un mero ritiro dallo scenario globale per rintanarsi entro i confini nazionali.

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