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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaElezioni in Libia: un rinvio preannunciato

Elezioni in Libia: un rinvio preannunciato

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Il rinvio delle elezioni in Libia – programmate per il 24 dicembre scorso – era nell’aria da troppo tempo. È mancata solo la voce ufficiale che si assumesse la responsabilità, non solo politica, di annunciare il mancato completamento di quel processo iniziato col cessate il fuoco raggiunto tra le due fazioni rivali nell’ottobre del 2020 a Ginevra e poi continuato, nell’ambito del Libyan Political Dialogue Forum, con la formazione di un governo transitorio incaricato di accompagnare il paese alla data fissata per la tornata elettorale.

L’annuncio da parte dell’Alta commissione elettorale (Hnec) del rinvio della tornata elettorale ha rappresentato il punto finale, per il momento, di un percorso a ostacoli molto più complicato di quanto la comunità internazione – e le Nazioni Unite in primis – avesse mai immaginato. Il mancato svolgimento delle elezioni rappresenta, senza ombra di dubbio, un duro colpo alle speranze da parte di tutti di riconciliare la Libia e accompagnarla fuori dall’ultradecennale caos in cui è caduta nel lontano 2011. Al contempo, esiste il timore generale che lo slancio e la “voglia” di democrazia possa morire assieme al voto del 24 dicembre, sostituiti da un ritorno alla politica delle armi che ha caratterizzato il conflitto fratricida nell’ultimo scorcio di storia. Collegata a quest’ultima questione, resta da risolvere il futuro del Governo di unità nazionale (Gnu) – che avrebbe dovuto concludere la sua esperienza proprio il giorno delle elezioni.

Il processo ha, fin dal’inizio, mostrato chiaramente tutte le sue lacune: una legge elettorale non accettata da tutte le parti e un quadro costituzionale tutt’altro che definito. Sia il voto presidenziale che le elezioni parlamentari (queste ultime dovrebbero svolgersi in contemporanea con il secondo turno delle presidenziali) sono il fulcro del programma onusiano per supportare la ricerca della stabilità definitiva nel paese nordafricano, ma il calendario e l’intero progetto sono stati messi sotto pressione dalle continue tensioni tra le fazioni rivali. Tensioni che riflettono il precario equilibrio esistente tra le istituzioni e i centri di potere, ancora oggi troppi divisi. Molti sono i problemi strutturali che necessitano di una soluzione definitiva, come molti sono i dubbi sulla maggior parte dei candidati considerati favoriti alla vigilia del voto. Su tutti, il premier in carica Abdul Hamid Dbeibah, il generale Khalifa Haftar e il figlio dell’ex leader Saif al-Islam Gheddafi. Una serie di sentenze ha ribaltato le decisioni dell’Hnec di impedire ai candidati citati di correre per la presidenza, ma tutti i giudizi sono stati successivamente impugnati e ribaltati. Oltre a ciò, rimane sempre aperta la questione dei mercenari e dei militari stranieri presenti sul territorio libico, nonostante le continue richieste da parte della comunità internazionale di lasciare il paese.

Altra grave questione che necessita una soluzione rapida è l’unificazione dell’apparato militare e di sicurezza del paese. L’assenza di una spinta internazionale per la riforma del settore della sicurezza è stata una delle principali lacune del progetto politico delle Nazioni Unite. La comunità internazionale ha per troppo tempo fatto affidamento sulla Commissione militare congiunta 5+5. Tale gruppo nell’ultimo anno si è impegnato nel dialogo e nella cooperazione:  scambi di prigionieri, comunicati congiunti per la dipartita dei mercenari e militari stranieri. Ma, al di là di tali azioni, la JMC 5+5 non sembra essere sufficientemente attrezzata per traguardare un obiettivo importante come quello di una riforma di tale portata.

In questo quadro così complicato e in cui le alleanze locali sono mobili e motivate da potere e denaro, pochi giorni dopo l’ufficialità del rinvio delle presidenziali, ha fatto scalpore l’incontro di Khalifa Haftar con Fathi Bashagha, ex ministro degli Interni nell’allora Governo di accordo nazionale (Gna), e Ahmed Maiteg, vicepremier di Fayez al Serraj. Secondo molti osservatori, l’incontro ha avuto il fine di lanciare un chiaro messaggio al Gnu e all’attuale premier, candidato alla carica di capo del paese. Haftar starebbe lavorando con il sostegno, non solo dell’autosospeso presidente della Camera dei rappresentanti (HoR), Aguila Saleh (anch’egli candidato), ma anche dei partiti politici occidentali che si oppongono al Gnu, come appunto i due politici di Misurata ed ex membri del Gna. Il feldmaresciallo fa anche affidamento sull’odio in comune verso la figura di Saif Gheddafi: molti “ex nemici” si starebbero coalizzando con l’uomo forte della Cirenaica per spingere il secondogenito dell’ex leader libico – e al contempo Dbeibah – fuori dalla corsa.

Senza il supporto internazionale, ad oggi, appare complicata la realizzazione di determinativi obiettivi e il voto costituisce sicuramente un passo importante, ma non l’elemento principale. Dato l’impegno della comunità internazionale nel voler portare a termine le elezioni, ci si aspetta nel breve periodo un impegno maggiore per tentare di salvare l’intero processo. In questa direzione sembra andare la nomina di Stephanie Williams a Consigliere speciale del Segretario generale per la Libia e la sua immediata attività di mediazione sul territorio. La nuova data (24 gennaio 2022), annunciata poche ore dopo il rinvio ufficiale, inizia già a scricchiolare e a essere vista come una soluzione non credibile. La HoR, con sede a Tobruk, riunitasi nei giorni scorsi, non è riuscita a trovare un accordo sulla data delle future elezioni. Mentre alcuni membri si sono detti favorevoli a collaborare per far progredire il processo elettorale, altri si sono dimostrati più interessati a trovare un colpevole per il rinvio del voto, come Dbeibah, accusato di aver creato un clima poco favorevole.

Molte delle cause che hanno reso impossibile lo svolgimento delle elezioni sono ancora presenti, e non saranno risolti certamente entro 30 giorni. Costruire la “nuova Libia” si sta rivelando – per i tanti attori esterni – più difficile di quanto si credesse. In tutto ciò, chi continua a perdere è il popolo. L’avvenire del paese nordafricano dipende dalla costruzione e dal mantenimento della pace: un processo lungo e impegnativo, visti gli ultimi anni di caos, che deve essere radicato in particolar modo a livello locale, e poi nazionale.

Mario Savina
Geopolitica.info

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