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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaRinegoziare i confini di genere in Iran

Rinegoziare i confini di genere in Iran

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Il 4 ottobre, alcune studentesse della facoltà di lettere e lingue dell’Università Allameh Tabatabi di Teheran, dopo aver protestato per ore fuori dall’edificio, si sono tolte il velo e sono entrate nella mensa maschile, dove si sono sedute a mangiare infrangendo il divieto che esclude la loro presenza in quel luogo. Allo stesso modo, il 23 ottobre, studenti e studentesse della Sharif University of Technology, la più prestigiosa università tecnologica di Teheran, hanno sfidato il gruppo universitario della milizia Basiji mentre cercava di rafforzare la segregazione di genere in una delle sale da pranzo dell’università e hanno “conquistato” lo spazio con la forza. Studenti e studentesse, insieme, hanno celebrato la loro piccola vittoria, in un territorio regolarmente dedicato solo ad uno dei due. Per non derubricare questi avvenimenti a disordini universitari circoscritti al contesto di protesta, bisogna guardare loro come alla punta di un iceberg: la parte più visibile di un fenomeno ben più ampio e di lungo corso, che va oltre le recenti contestazioni.

Inventare l’islamico

La segregazione di genere, insieme all’obbligo di indossare il velo, furono imposti in Iran nei primi anni 80, subito dopo l’istituzione della Repubblica islamica. Nel corso della rivoluzione l’ayatollah Khomeini aveva definito il chador “la bandiera della rivoluzione”, esplicitando il significato profondamente politico di cui era stata caricata la pratica del velarsi e allontanandola irrimediabilmente dalla sfera della scelta personale. Stabilire il modo in cui il corpo femminile dovesse mostrarsi in pubblico, quale spazio potesse o meno occupare, quali sue attività fossero compatibili con la moralità islamica e quali non, sono stati strumenti che le forze islamiste hanno utilizzato fin dai primi passi al governo, non solo in aderenza ad un obbligo religioso, ma per legittimare la propria autorità e diffondere l’immagine di uno Stato diverso dal precedente. Le donne sono diventate simultaneamente soggetti e simboli della moralità islamica e i loro corpi l’oggetto e lo strumento dell’ideologia post rivoluzionaria. Tuttavia, la politicizzazione dei corpi ha reso le questioni ad essi correlate costante oggetto di contestazione. 

Proprio su questo terreno è difatti emersa l’insicurezza ontologica della Repubblica iraniana: tra gli anni 80 e gli anni 2000 i confini di genere sono mutati profondamente e le politiche riguardanti l’accesso delle donne agli spazi pubblici, pur rimanendo centrali, hanno subito notevoli cambiamenti. I confini dell’ordine pubblico islamico che i rivoluzionari islamisti volevano imporre nella neo nata Repubblica risultavano poco netti: non vi era un modello organizzativo a cui rifarsi, con cui progettare un centro urbano che rispettasse la separazione tra uomini e donne, attraverso il quale allineare le pratiche quotidiane ad uno stile di vita islamico. Nei primi anni 80 il direttore della BCT (Bus Company of Tehran) giustificando le difficoltà che la Compagnia stava riscontrando nell’implementare la divisione di genere sui trasporti pubblici, affermava “Non è come se avessimo un manuale sull’islamizzazione degli autobus” (Shahrokni, 2020). In un certo senso, questo carattere islamico dello spazio pubblico doveva essere inventato e creato, e riuscirvi era centrale per la legittimità e l’autodefinizione dell’Iran post rivoluzionario.

I passaggi per rafforzare l’identità del governo non sono stati semplici. Se da una parte provvedimenti come il velo obbligatorio e la segregazione di genere sono divenuti caratteri imprescindibili e non negoziabili del regime, dall’altra parte la loro realizzazione è passata attraverso correzioni, svolte e passi indietro che hanno continuamente ridisegnato i contorni della partecipazione femminile nello spazio pubblico, creando ambiguità. La porosità dei confini di genere e il loro continuo spostamento sono diventati una questione politica, influendo sulle relazioni di potere in cui erano imbrigliati. Osservare questi cambiamenti fornisce dunque un punto di vista privilegiato per comprendere le trasformazioni e le contraddizioni interne allo Stato e alla società iraniana.

Dal divieto all’assistenza: un processo di contraddizioni

Nei quarant’anni dalla fondazione della Repubblica islamica, la società iraniana ha sperimentato due modelli di segregazione: negli anni 80 il regime era caratterizzato da una maggiore enfasi sull’esclusione, la chiusura e la proibizione, con l’obiettivo di confinare le donne nello spazio domestico e limitarne il movimento nello spazio pubblico. Pertanto, piuttosto che fornire luoghi dedicati alla sola presenza femminile, lo Stato si limitava a scoraggiarne gli spostamenti nei trasporti pubblici, a vietare loro l’attività sportiva nei parchi misti, ad impedire l’accesso agli stadi e ad ostacolare qualsiasi attività quotidiana che implicasse una mescolanza di genere. La copertura dei corpi, strato dopo strato, non passava solo attraverso l’abbigliamento, ma anche attraverso la costruzione di mura, cancelli e barriere che relegavano la libertà femminile allo spazio privato della casa. 

La sostenibilità di un ordine pubblico così rigido entrò però in contrasto con le trasformazioni che la Repubblica islamica dovette affrontare negli anni successivi: i ripensamenti nelle scelte di politica economica, passando da un totale distacco dall’Occidente alla necessità di aprire le porte alle istituzioni internazionali e al libero mercato per affrontare la crisi post-bellica; la conseguente “invasione culturale” di prodotti occidentali, banditi dallo Stato ma dilagati nel mercato nero e la consapevolezza delle autorità di dover fornire prodotti analoghi, anziché vietarli, per impedire che l’occidentalizzazione prendesse il sopravvento; il rapido processo di allargamento orizzontale e verticale dei maggiori centri urbani, che comportava crescenti criticità nella mobilità pubblica e una continua riduzione degli spazi domestici in cui le donne si sentivano soffocate; i continui atti di trasgressione individuale delle donne, come indossare il velo di colori più chiari, truccarsi, allenarsi nei parchi misti negli orari in cui vi era poca affluenza; le tensioni tra conservatori e riformisti, tra governo centrale e amministrazioni locali nel trovare una soluzione che tenesse insieme il carattere islamico delle città e dei cittadini con le nuove esigenze modernizzatrici. Dietro i cambiamenti delle politiche di segregazione entrano dunque in gioco diversi elementi, che vanno ben oltre il rispetto degli obblighi religiosi.

La sovrapposizione di questi fenomeni ha obbligato l’Iran a ridisegnare i confini di genere. Negli anni 2000 il regime di segregazione è stato quindi contraddistinto da inclusione, apertura e disponibilità, facilitando la presenza delle donne nella sfera pubblica urbana e accompagnandosi a un cambiamento della nozione di soggettività femminile. Se negli anni 80 le donne erano associate allo spazio privato, in seguito hanno iniziato a reclamare l’uso di spazi pubblici, costringendo il governo a rinegoziare le proprie politiche. In questo modo, il passaggio dal divieto all’assistenza è stato accompagnato da uno spostamento discorsivo nell’idea di protezione: in passato, la retorica egemonica era particolarmente legata all’idea che lo Stato dovesse proteggere la virtù e la castità delle donne, mentre il discorso si è poi spostato a una più secolare protezione dei diritti, delle scelte delle donne e gli spazi a loro dedicati. 

Il passaggio dal primo modello di segregazione al secondo non è stato affatto lineare, le politiche statali sono state applicate in modo irregolare e talvolta disordinato. Nel trasporto pubblico inizialmente non vi era alcuna separazione tra uomini e donne, che si ritrovavano frequentemente a stretto contatto in un luogo affollato. Ma anche nel momento in cui fu inserita una barra di metallo come divisore, nel tempo venne spostata avanti e indietro ricalibrando continuamente il confine di genere. Disordini simili sono avvenuti anche in relazione alla presenza femminile nei parchi pubblici: all’inizio fortemente scoraggiata, ma progressivamente riconsiderata fino ad arrivare all’apertura di parchi per sole donne, rivelando un esempio emblematico di come lo Stato sia passato dal vietare un’attività al fornire e proteggere uno spazio appositamente dedicato ad essa. Contraddizioni analoghe si manifestano ancora oggi, raggiungendo talvolta il paradosso: come nel caso del trasporto in taxi, che a differenza dei mezzi pubblici dove esistono vagoni separati, segue regole molto più permissive. Può dunque capitare che uomini e donne si ritrovino stipati l’uno accanto all’altra, in esplicita violazione dei divieti sulla commistione di genere. Questo tipo di irregolarità è visibile anche alla Sharif University, dove ad esempio, esiste una caffetteria in cui la separazione maschile e femminile non è affatto applicata, e appena fuori dal campus, gli studenti si mescolano nei ristoranti che non osservano alcuna misura di segregazione.

Oltre l’approccio mainstream

I mutamenti e i ripensamenti nell’applicazione delle politiche spaziali si comprendono solo guardando al più ampio processo di formazione dello Stato. I fattori che entrano in gioco nell’implementazione della segregazione di genere vanno ben oltre l’approccio mainstream, che si concentra sulla dimensione religiosa della Repubblica, la natura repressiva del potere e l’inclinazione patriarcale e anti occidentale della società. Le dimensioni che entrano in gioco vanno dalla politica economica, al processo di urbanizzazione, alle esigenze tecnocratiche di uno Stato post rivoluzionario e in guerra. Ridurre i mutamenti delle pratiche di segregazione all’ambito religioso, essenzializzandone la nozione, genera un’analisi parziale, astorica che non tiene in considerazione le dinamiche contestuali in cui le diverse politiche vengono attuate. L’idea che l’Islam possa fornire una risposta lineare e univoca ai vari contesti in cui la segregazione di genere è in atto, come abbiamo osservato, non può funzionare.

Bisogna dunque guardare al processo di ridefinizione dei confini di genere attraverso la lente della complessità, considerando il fenomeno parte di uno scenario più vasto e articolato, in cui la scena politica fa uso dello spazio pubblico per legittimarsi e promuovere una certa immagine di sé. In questo modo il carattere “islamico” degli spazi pubblici non è fisso, ma reinventato e rivisitato di pari passo con le sfide e le opportunità interne e internazionali.

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