A volte ritornano: la rinascita del South Stream?

Secondo quanto stabilito dall’art. 194 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, le parole chiave della politica energetica europea sono sostanzialmente due: efficienza e sicurezza. Queste sono poi declinate nella strategia 2020, che mira, entro – appunto – il 2020, a ridurre del 20% le emissioni di gas serra, ricavare il 20% dell’energia da fonti rinnovabili e aumentare del 20% l’efficienza energetica.

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Alle disposizioni dei trattati, tuttavia, si affiancano necessariamente considerazioni di natura geopolitica, anche alla luce delle attuali vicende internazionali che vedono in profondo fermento due attori chiave nel panorama “energetico” europeo e globale: da un lato, la macroregione mediorientale e nordafricana, investita fin dal 2011 da un’ondata di rivolte sfociate, in alcuni casi, in un vero e proprio conflitto civile. Dall’altro, la Russia, il gigante eurasiatico partner strategico di due continenti (l’Europa e l’Asia), attualmente coinvolto, inter alia, nella lotta a Da’esh.

Il traguardo sancito dai trattati europei è dunque ambizioso e messo a dura prova dagli eventi internazionali: quanto manca per raggiungerlo? L’attualità sembra dirci che la strada è ancora lunga, e ciò non solo per i tradizionali problemi legati alla scarsità di materie prime in Europa, ma anche per una rete di gasdotti interni che stenta a decollare.

La cancellazione del South Stream, dopo le dichiarazioni di Vladimir Putin del dicembre 2014, è apparsa come una battuta d’arresto alla già titubante politica europea. Dopo i diversi “ostacoli” posti dall’Unione europea al progetto, e parlando di clima “non collaborativo”, Putin ha infatti deciso di interrompere le trattative per la nascita del South Stream, in particolare a causa di alcune titubanze dell’Unione, dovute alla discrasia tra alcuni aspetti del progetto, rispetto ai requisiti del Terzo Pacchetto Energia della Commissione. Benché nel maggio 2015 sia stata comunicata la revoca dell’interruzione dei lavori da parte di Saipem, sul fronte South Stream la seconda metà del 2015 non ha visto progressi significativi.

Era stato ipotizzato inizialmente che il naufragio del progetto, che avrebbe fatto passare tutte le forniture energetiche provenienti dalla Russia attraverso la Bulgaria (eliminando così dal transito i Paesi esterni all’UE), potesse favorire il Turkish Stream, che avrebbe fatto invece passare le forniture di gas attraverso il territorio dello storico candidato all’entrata nell’Unione europea: la Turchia. Invece, recentemente, il rappresentante russo presso l’Unione europea, Vladimir Chizov, ha rilasciato in un’intervista alcune dichiarazioni che farebbero pensare all’eventualità che il progetto South Stream non sia definitivamente accantonato quando, alla domanda relativa ad una futura rinascita del progetto, ha risposto con un enigmatico “vedremo”: nessuna conferma, dunque, ma neanche un perentorio rifiuto.

Su questa nuova, timida apertura, pesano sicuramente alcune considerazioni geopolitiche. La situazione del contesto mediorientale influisce sui rapporti tra Russia e Turchia, influenzati dalla guerra in Siria e dalla lotta al sedicente Stato Islamico. Le relazioni tra i due Paesi hanno subito un raffreddamento significativo dopo l’abbattimento del jet russo al confine turco-siriano, tanto da spingere Vladimir Putin a interrompere le trattative nell’ambito del progetto Turkish Stream, come egli stesso ha dichiarato nel dicembre 2015, in un discorso al Parlamento russo e come ha anche sottolineato il ministro dell’economia russo, Alexandr Novak. Una decisione che fa pensare che Mosca non abbia preso alla leggera la questione dell’abbattimento del jet.

Peraltro, gli interessi economici delle stesse compagnie energetiche coinvolte, che hanno investito ingenti risorse nei progetti dei gasdotti per portare le forniture dalla Russia all’Europa, non permettono di formulare ipotesi di lungo termine con un ragionevole margine di certezza. Gazprom, infatti, potrebbe aver spostato la propria attenzione anche su un altro progetto, che ovvierebbe sia al gasdotto South Stream che al Turkish Stream: un memorandum siglato recentemente dal gigante russo con le compagnie Edison e Depa, potrebbe permettere, infatti, la nascita di un nuovo progetto, che sfrutta i gasdotti già costruiti e ammortizza così i costi degli altri due progetti che, invece, stentano a concludersi.

In questo complesso scenario, peraltro, un diretto interesse nella questione energetica è detenuto anche dell’Italia, che si muove su più fronti nella speranza di ottenere dei consistenti benefici, facendo arrivare, ove possibile, il gas direttamente sulle proprie coste: da un lato, il Bel Paese può vantare la partecipazione di ENI al South Stream e pertanto un chiaro e forte interesse a far sì che esso si concluda positivamente; dall’altra, come abbiamo appena visto, la firma di Edison al memorandum con Gazprom e Depa, che permetterebbe un rilancio del gas attraverso il sud Europa anche e nonostante il fallimento del South Stream. Il successo di entrambi questi progetti non può che giovare all’Italia, che storicamente è in affanno sul reperimento di risorse energetiche.

Se la situazione sul fronte dell’approvvigionamento evolve solo timidamente, non vanno meglio le cose sul fronte delle infrastrutture interne, che appaiono poco integrate e, anzi, alquanto frammentate. La Germania, infatti, già da tempo, fa viaggiare il gas proveniente dalla Russia attraverso il Nord Stream e anzi pensa a un secondo, omologo gasdotto che addirittura porti direttamente il gas senza passare per i Paesi baltici e attraverso la Polonia, come si evince dalle recenti trattative tra Ruhrgas e Gazprom; al contrario, la Spagna non riesce a trasportare le sue forniture verso la Francia, a causa di infrastrutture assolutamente inadeguate. Alla mancata integrazione, si aggiunge anche l’alto tasso di sprechi: particolare attenzione su questo punto è stata dedicata dall’ultima comunicazione della Commissione europea che, il 16 febbraio 2016, ha formulato alcune proposte strategiche per incentivare l’efficienza energetica europea: tra queste, riduzione degli sprechi, soprattutto su vasta scala, e riduzione della dipendenza dalle fonti fossili.

Questa situazione ancora incerta non contribuisce a rendere l’Unione un negoziatore forte. Invece, elevati livelli di interconnessione dell’approvvigionamento interno permetterebbero di ridurre la dipendenza dell’Europa da fonti esterne: garantendo un trasporto energetico interno efficiente si ridurranno i costi di stoccaggio e gli sprechi. Lo stesso art. 194 del TFUE già menzionato sopra, sottolinea che la politica dell’Unione è intesa a “promuovere l’interconnessione delle reti energetiche”. Un fattore chiave, dunque, che permetterebbe all’Unione di investire su un maggiore sviluppo e un transito più regolare delle forniture interne all’UE. Un mercato interno integrato, come sottolinea anche la recente direttiva del Parlamento UE del 15 dicembre 2015, contribuirebbe anche “a migliorare la posizione geopolitica dell’UE grazie all’aumento della sicurezza e dell’indipendenza energetiche”.

In sostanza, la soluzione ai problemi energetici dell’Europa, da sempre priva di risorse energetiche sufficienti per tutti i Paesi, non passa necessariamente ed esclusivamente per la diversificazione. Certamente, la riduzione della dipendenza verso pochi fornitori permetterebbe maggiore capacità di scelta e, soprattutto, maggiore potere negoziale per l’Unione. Ma resta fondamentale anche aumentare l’integrazione interna, per creare un vero e proprio mercato unico dell’energia che, attualmente, non sembra lavorare al massimo del suo potenziale. Intanto, il 2019 si avvicina e la scadenza del contratto di fornitura con la Russia anche.