Riflessi geopolitici di un golpe

Il colpo di mano dei militari in Birmania induce i grandi attori regionali a pensare coscienziosamente alle prossime mosse in chiave geostrategica.

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Quando lo scorso 1° febbraio il già precario condominio di potere tra il governo civile ed i generali birmani è venuto giù a colpi di arresti sommari, retate di polizia, legge marziale e censura del web, la comunità internazionale si è ritrovata sospinta nel bel mezzo di un vortice dalle non prevedibili conseguenze per il futuro del paese e della regione indocinese. E se è vero che il colpo di stato in Birmania è maturato tutto dentro il paese, meno vero è che esso rimanga questione meramente interna a questo spazio di mondo. L’importanza strategica del paese è infatti evidenziabile già offrendo uno sguardo alla sua cartina geografica. Si noterà quindi che il paese in menzione è incastonato tra due giganti (l’India a nord ovest e la Cina a nord est), porta d’accesso privilegiata sul Golfo del Bengala e il Mar delle Andamane e più in generale autentica cerniera tra l’Asia Meridionale e il Sud-Est Asiatico. L’Indo-Pacifico, di cui la Birmania è perno geografico, conferma nuovamente la sua importanza geopolitica, visto anche il confronto in atto per l’egemonia tra USA e Repubblica Popolare Cinese.

Il pragmatismo politico di Pechino sul caso birmano

All’indomani del colpo di stato in Birmania, i media di stato cinesi ne hanno parlato come di “un grande rimpasto di governo”. Ed in seguito il portavoce del Ministero degli Affari esteri Wang Wenbin ha commentato così l’evento: “La Cina è un vicino amico della Birmania. Ci auguriamo che tutte le parti possano gestire adeguatamente le loro differenze in base alla costituzione e salvaguardare la stabilità politica e sociale”. Pechino si è limitata così a prendere atto del golpe, auspicando il mantenimento dello status quo. Alla nomenklatura comunista non interessa infatti chi sia il governante di turno a Naypyidaw e nemmeno come questi abbia ottenuto il potere, se con la forza o con libere elezioni. Ciò che davvero importa in prima linea al Dragone è la solidità del potere costituito in Birmania, anche a costo di sacrificare lo stato di diritto ed i diritti umani. D’altronde quella del pragmatismo cinese sul caso birmano non è nemmeno una novità perché già nel 2017, mentre il mondo condannava quasi unanimemente le violenze perpetrate ai danni dei Rohingya dall’esercito birmano, Pechino relegava la persecuzione razziale in atto a questione interna al paese ed a causa del suo veto nel Consiglio di Sicurezza, l’Onu non poté esprimere una dichiarazione congiunta. Il film si è ripetuto anche in occasione del golpe di qualche giorno fa, per il quale è venuta a mancare la presa di posizione decisa e corale da parte delle Nazioni Unite. Non potremmo poi tanto stupirci della tiepidezza con cui la Cina ha accolto il golpe birmano, se pensiamo che nello stesso territorio sinico i diritti umani e la rule of law non costituiscono, come minimo, un elemento valoriale da enfatizzare. Più in particolare però, la Cina ha molteplici interessi da tutelare in Birmania, perciò le occorre che la giunta militare governi con pienezza di poteri e riporti il tutto in uno scenario di legge ed ordine. In primis, va sottolineato che Pechino è il 1° partner commerciale di Naypyidaw ed il 2° investitore estero dopo Singapore. La Cina ha in essere in Birmania innumerevoli progetti nell’alveo della Belt and Road Initiative (BRI), tra cui il c.d. Corridoio Economico sino-birmano (Cmec) il quale mira ad incrementare le relazioni commerciali tra le due nazioni, prevedendo la realizzazione di una rete di strade e ferrovie dalla città di Kunming (nella provincia cinese dello Yunnan), sino alla città portuale birmana di Kyaukpyu, sul Golfo del Bengala, e dove è altresì pianificato l’ampliamento del porto e l’istituzione di una zona economica speciale (Zes). Attraverso questo corridoio, la Cina si assicurerebbe l’accesso privilegiato sull’Oceano Indiano, proiettandosi nelle immediate vicinanze del suo rivale regionale, l’India. Non solo, il corridoio ha l’altra connotazione strategica di consentire alla Cina di diversificare le proprie rotte commerciali, sostituendo il passaggio finora obbligato dello Stretto di Malacca (presidiato dalla U.S. Navy). Il Cmec ha un ulteriore aspetto dirimente per Pechino, oltre al già citato aspetto economico. Lungo il percorso, si snodano gasdotti e oleodotti che forniscono alle provincie sud-occidentali cinesi un non indifferente fabbisogno energetico. Proprio sulla frontiera sino-birmana, dove passano questi condotti energetici, è in corso ormai da sette decenni una guerriglia tra organizzazioni etniche armate ed esercito birmano. Con molte di queste milizie il governo di Aung San Suu Kyi aveva raggiunto, all’esito della Conferenza sulla Pace di Panglong del 2020, un seppur fragile cessate il fuoco. Certo è che le comunità etniche non vedono di buon occhio il colpo di mano dei militari, con il rischio di una nuova escalation tra centro e periferia. Pechino vorrà evitare un siffatto scenario per non compromettere i propri piani strategico-infrastrutturali nel paese ed anche per non dover subire un indesiderato esodo di massa di profughi che destabilizzi la propria frontiera. Infine, a Pechino converrebbe mantenere rapporti amicali con la giunta militare, perché quest’anno la Birmania non solo coordina il dialogo Cina-Asean, ma co-presiede importanti piattaforme negoziali in cui l’intercessione birmana nel sud-est asiatico può tornare utile. Ed è qui che bisogna introdurre altri due fondamentali attori nella vicenda birmana.

Asean ed India: con i militari buon viso a cattivo gioco

L’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (Asean), ovvero l’organizzazione intergovernativa regionale di cui la Birmania è tra i dieci paesi membri, non ha mostrato coesione nel condannare il colpo di stato. Innanzitutto, vi è stato il timore che una condanna risoluta del golpe potesse allontanare ancora di più Naypyidaw e consegnarla irrimediabilmente tra le braccia di Pechino, partner commerciale (vedi il Rcep) ma, ancor più, rivale strategico dell’Asean. Quest’anno la Birmania co-presiede due tavoli negoziali molto significativi. Si inizia con la Cooperazione Lancang-Mekong. Qui si discuterà della gestione dell’omonimo corso d’acqua di fondamentale importanza per i paesi dell’Indocina. Soprattutto, questi criticano Pechino per l’uso intensivo delle dighe, che riduce il flusso d’acqua diretto a valle danneggiando le loro economie. Il secondo tavolo è quello delle consultazioni sul codice di condotta del Mar Cinese Meridionale, conteso tra Repubblica Popolare, Vietnam, Filippine, Brunei, Indonesia, Malaysia e Taiwan. I paesi Asean vogliono adottare tale regolamento (con deferimento ad arbitro di eventuali liti) per frenare le ambizioni territoriali del Dragone, che rivendica il 90% di queste acque e le puntella, in completa alterità rispetto alle norme di diritto internazionale, con isole artificiali a scopo militare. In entrambe le due piattaforme Pechino necessiterà della moral suasion filocinese di Naypyidaw per scardinare gli equilibri interni all’Asean. Questa, pertanto, non potrà compromettere proprio ora le relazioni con la Birmania e, come sempre, a vincere sarà la cruda realpolitik. Di fondo c’è da osservare che nemmeno le stesse nazioni del sud-est asiatico, chi più chi meno, brillino per tutela dei diritti umani (si pensi solo alla legge shariatica vigente nel Brunei, presidente di turno dell’Asean) o per rispetto dello stato di diritto (si veda il golpe militare in Thailandia del 2014). Quindi se non c’è stata di certo una solidarizzazione con la giunta birmana per la sua azione di forza, nemmeno ci si poteva aspettare una ferma condanna che avrebbe altresì conflitto con gli stessi elementi valoriali di molti dei paesi Asean che o sono regimi semi-democratici (Singapore o le Filippine) o sono regimi autoritari (Vietnam, Laos, Cambogia e Birmania). Ed ultimamente neppure brilla per rispetto dei valori umani l’altro gigante asiatico, l’India, in preda ad una degenerazione suprematista della maggioranza hindu sulle altre minoranze, musulmani in testa. Già nel 2017, nel mezzo della crisi umanitaria dei musulmani Rohingya, il premier indiano Modi aveva solidarizzato con l’esercito birmano condannando la violenza estremista dei guerriglieri che avevano attaccato le postazioni militari, omettendo allo stesso modo di menzionare le violenze dei soldati ai danni della popolazione civile costretta ad un esodo di massa verso il vicino Bangladesh. Anche dopo il golpe di questi giorni, è mancata la condanna che ci si sarebbe dovuti aspettare da una democrazia come quella indiana, la più grande al mondo. Più in profondità, Modi non diversamente da Xi Jinping o dai leader Asean, non può inimicarsi la giunta birmana perché troppi sono gli investimenti indiani nell’area, come la India – Myanmar – Thailand Trilateral Highway, autostrada oggi in costruzione che parte dalla città indiana di Moreh, attraversa la Birmania, e termina a Mae Sot in Thailandia. Da ultimo Delhi ha inviato a Naypyidaw il primo stock di 1 milione e mezzo di dosi vaccinali del Serum Institute of India, dando vigore a quella diplomazia del vaccino in chiave anticinese. La Look East policy del governo indiano non può prescindere dall’integrazione con il vicino birmano e perciò anche dall’amicizia con i militari per contenere l’influenza cinese nella regione.


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Stati Uniti, Unione Europea e la politica del bastone e della carota

Atteso per gli USA e l’UE che l’80% dell’interscambio birmano è con i paesi asiatici, una politica basata solo su sanzioni onnicomprensive risulta inefficace a fiaccare la tenuta del potere del regime militare, come la storia birmana ci insegna. Le sanzioni più spesso hanno finito per compromettere i programmi di cooperazione allo sviluppo danneggiando quelle fasce di popolazione già fragili ed alimentando la narrazione dei generali per cui l’Occidente vuol male al popolo birmano. Pertanto, questo tipo di sanzioni potrebbe persino consolidare i vertici militari ed allontanare ancora di più la Birmania dall’Occidente e sospingerla verso i lidi cinesi. È pur vero che le democrazie occidentali non possono far finta di niente, se proprio loro hanno costruito la levatura morale (ed annesso soft power) grazie ai valori di libertà e democrazia. Di qui si spiegano le dichiarazioni dei vertici delle amministrazioni americana ed europea di ferma condanna del golpe a cui sono seguiti i primi atti pratici. Il presidente Biden ha di recente firmato un ordine esecutivo per l’imposizione di sanzioni mirate contro i militari, prevedendosi il congelamento di un miliardo di dollari detenuti negli Usa dal governo birmano ed un rafforzamento dei controlli sulle esportazioni verso il paese. Rimarranno comunque attivi il supporto nel settore dell’assistenza sanitaria ed il sostegno ai gruppi della società civile. Dal canto dell’Ue, l’Alto Rappresentante per gli affari esteri Josep Borrell ha espresso subito condanna inequivocabile del colpo di stato richiedendo quindi la liberazione dei soggetti arrestati ed il ritorno alle libertà democratiche nel paese. È inoltre in fase di discussione una proposta di risoluzione del Parlamento Europeo con cui adottare misure sanzionatorie analoghe a quelle statunitensi. Ma ciò che davvero sarà importante per le democrazie occidentali è l’opera di pressione morale da incanalare tutta sul governo birmano ed ancor di più su quei paesi, soprattutto dell’area Asean, che davvero possono stimolare con i loro più consistenti canali diplomatici, se non un cambio di passo, almeno una qualche forma di confronto dialogico con il regime. Occorrerà tenere viva l’attenzione della comunità internazionale e delle diplomazie nazionali e sovra-nazionali. Fare insomma della Birmania una priorità dell’agenda politica corrente.

 È per la Birmania, è per la democrazia.