Ricordare Khojaly: dinamiche e problematiche della protezione dei diritti umani dai Balcani al Caucaso
Diversamente da quanto il sentito comune potrebbe suggerire, confrontarsi nella civilissima Europa sul tema delle grandi violazioni dei diritti umani non significa forzosamente rapportarsi ad una problematica geograficamente, o quantomeno temporalmente, lontana dalla nostra realtà continentale. Al contrario, quella stessa Europa che già nel 1950 (n.d.r. sottoscrizione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo) aveva fatto del rispetto della dignità umana uno dei pilastri della propria ricostruzione etica post-bellica è stata testimone nell’arco di appena tre anni di due tra le più cruente pagine della storia contemporanea: l’eccidio di Srebrenica del 1995 e il massacro di Khojaly del 1992.

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Se tuttavia i tragici eventi della cittadina-martire della guerra bosniaca sono ad oggi ben presenti nelle coscienze e nell’immaginario collettivo dei più, la consapevolezza di quanto accaduto nel piccolo villaggio azerbaigiano di Khojaly nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 1992 appare meno diffusa. Si comprendono così le ragioni che hanno animato “Violation of Human Rights in Warfare. The Khojaly Massacre: a Srebrenica in the Caucasus?”, convegno organizzato lunedì 4 Marzo dal Comitato Helsinki per i Diritti Umani con la partecipazione di Geopolitica.info presso gli ambienti della Camera di Commercio Roma, in piazza di Pietra.

La conferenza è stata un’occasione per un confronto tra accademici, operatori di organizzazioni umanitarie, nonché esperti in materia italiani e stranieri sul più tragico degli eventi della guerra armeno-azera per il controllo del Nagorno-Karabakh, regione etnicamente eterogenea storicamente ed internazionalmente riconosciuta come parte integrante dello Stato azerbaigiano.

Come a più riprese ricordato nel corso dei lavori da Azad Jafarli e Sergio Marchisio, la brutalità, le dimensioni numeriche e gli intenti degli esecutori materiali del massacro si configurano come inequivocabili esempi di violazioni sistematiche dei diritti umani della popolazione civile e dei principi di diritto umanitario – jus in bello – stabiliti dal diritto ginevrino. Al pari di Srebrenica, Khojaly è stata dunque la triste protagonista degli unici crimini contro l’umanità su larga scala finora perpetrati sul suolo europeo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ad una simile analogia si accompagna però la constatazione del mancato avvio di qualsivoglia procedura penale internazionale contro i responsabili di una pulizia etnica costata la vita a non meno di seicento tra uomini, donne e bambini residenti nel piccolo centro abitato del Caucaso meridionale, “una circostanza che distingue nettamente l’episodio da quanto avvenuto nei conflitti balcanici” secondo Aaron Rhodes, principal investigator presso l’ONG Freedom Rights Project. Tale sostanziale differenza è stata avvertita dai relatori del convegno come un segnale delle difficoltà con cui lo strumento giuridico e la comunità internazionale rispondono alle atrocità commesse da eserciti e truppe irregolari in contesti di guerra.

I fatti di Khojaly non sono di fatti oggetto di investigazioni presso la Corte Penale Internazionale dell’Aia, il cui statuto, è giusto ricordare, non è stato al momento ratificato dalle autorità statali coinvolte nelle vertenza. Allo stesso modo non si registra al momento alcun tentativo concreto da parte delle Nazioni Unite di supplire al vuoto giurisdizionale attraverso la creazione di tribunali ad hoc sul modello degli organi istituiti in Ruanda (Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda), Cambogia (Tribunale Speciale della Cambogia), Sierra Leone (Corte Speciale per la Sierra Leone), Libano (Tribunale Speciale per il Libano) e negli Stati successori della Jugoslavia federale (Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia).

Si tratta, a ragion veduta, di una mancanza imputabile a diversi fattori concorrenti tra i quali un ruolo indiscutibilmente preminente è rivestito dallo stallo nei negoziati tra Yerevan e Baku circa la status di una regione, il Nagorno Karabakh, tutt’ora sottoposta a regime d’occupazione de facto da parte delle forze armate armene. Non meno, gravi impedimenti all’inizio delle azioni legali sono rappresentati dalle falle di un sistema di perseguimento dei crimini penali internazionali ancora incapace di proiettare la sua giurisdizione su un piano compiutamente globale e, nello specifico, dall’assenza di un’adeguata conoscenza dell’eccidio del 1992 al di là dei confini del Caucaso.

In ultima analisi se come ricordato dal Prorettore alla Cooperazione e alle Relazioni Internazionali de La Sapienza Antonello Folco Biagini “la strada per la cristallizzazione di un’incontrovertibile disciplina politica e giuridica sulla protezione dei diritti umani ci appare ancora lunga”, appuntamenti come quello ospitato oggi a Roma possono quantomeno contribuire ad accrescere la sensibilizzazione nazionale ed internazionale su tema di eminente importanza e sui tragici eventi incorsi alle porte della nostra Europa poco più di venti anni fa.

Al seguente link potrete visualizzare il servizio sul seminario ” Violation of Human Rights in Warfare. The Khojaly Massacre – A Srebrenica in the Caucasus?” uniroma.tv/