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Il riarmo giapponese: una scelta storica dettata dal nuovo (dis)ordine mondiale

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Con la nuova dottrina di sicurezza nazionale, Tokyo vuole segnalare a rivali e alleati che la propria impostazione militare pacifista potrebbe non durare per sempre. Nello storico documento, la Cina viene definita “la più grande sfida strategica mai affrontata dal Giappone”. La crisi di Taiwan di agosto e i test missilistici nucleari di Pyongyang sarebbero le proverbiali gocce che hanno fatto traboccare il vaso. Intanto gli Stati Uniti sono ben contenti di delegare responsabilità securitarie al potente alleato.

Con la pubblicazione simultanea di tre rivoluzionari documenti in materia di sicurezza – la National Security Strategy (NSS), la National Defense Strategy, e il Defense Buildup Program, cade forse anche l’ultimo tabù ereditato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Dopo l’annuncio del riarmo tedesco di inizio marzo, anche l’altro grande sconfitto dell’ultimo conflitto mondiale manda un inequivocabile segnale al mondo: tempi incerti come questi richiedono misure drastiche, impensabili anche solo pochi anni fa. 

Per comprendere la postura militare e securitaria giapponese, infatti, non si può prescindere dall’articolo 9 della Costituzione, adottata nel 1947, e fortemente (se non completamente) influenzata dall’occupazione militare americana del paese al termine della Seconda Guerra Mondiale. Esso recita: “Aspirando sinceramente ad una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinunzia per sempre alla guerra, quale diritto sovrano della Nazione, ed alla minaccia o all’uso della forza, quale mezzo per risolvere le controversie internazionali. Per conseguire l’obbiettivo proclamato nel comma precedente, non saranno mantenute forze di terra, del mare e dell’aria, e nemmeno altri mezzi bellici. Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto”. Una rinuncia alla guerra senza eccezioni, tanto che le forze armate giapponesi ancora oggi sono ufficialmente denominate Self-Defense Forces (SDF), proprio per sottolineare ulteriormente il loro carattere esclusivamente difensivo. Anche la porzione del PIL destinata alla spesa militare, se comparata a quella delle altre potenze e agli standard NATO, si attestava fino allo scorso mese attorno ad un modico 1%. 

Questa impostazione sembra oggi non più adeguata al nuovo contesto internazionale. La guerra d’Ucraina e la sempre maggiore assertività militare dei propri vicini hanno convinto il governo giapponese della necessità di un drastico potenziamento delle proprie forze armate. Il primo ministro Kishida, commentando la pubblicazione della NSS, ha affermato che il mondo si trova dinnanzi a “un bivio storico”, e il Giappone non può permettersi di rimanere inerte di fronte alle nuove sfide internazionali. Tale enfasi sull’unicità storica dell’odierno (dis)ordine internazionale è ribadita già dalle prime pagine del documento, dove si afferma come il contesto securitario del Giappone “non è mai stato così incerto e complesso dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”. Il precedente fissato dalla Russia, che invadendo l’Ucraina ha incrinato la legittimità del rules-based international order, potrebbe essere sfruttato dalla Cina per regolare con la forza le proprie dispute territoriali su Taiwan e sulle isole Senkaku, un piccolo e disabitato arcipelago nel Mar Cinese Orientale sotto amministrazione giapponese, ma rivendicato dai cinesi (dai quali sono chiamate Isole Diaoyu). 

La crisi dello stretto di Taiwan di agosto, con le imponenti esercitazioni dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) in risposta alla visita di Nancy Pelosi, ha segnato un punto di non ritorno per i vertici politici e militari del paese del Sol Levante. Consapevole dell’importanza strategica cruciale dell’Isola di Formosa nel contenimento della Cina tramite la prima catena di isole, nel dicembre scorso l’ex premier Shinzo Abe affermava come “un’emergenza di Taiwan è un’emergenza del Giappone”. È importante ricordare come, durante le manovre nello stretto di Taiwan, cinque missili balistici cinesi siano caduti in vari punti interni alla Zona Economica Esclusiva giapponese: un chiaro messaggio intimidatorio, secondo gli esperti, a dimostrazione dei pericoli esistenziali dovuti all’instabilità nei Mari Cinesi. I tempi della “cooperazione reciproca basata su interessi strategici condivisi”, delineata dalla precedente NSS del 2013, sembrano ormai lontani anni luce: oggi la Cina è considerata “la più grande sfida strategica che il Giappone abbia mai affrontato” e in relazione alla quale Tokyo vede minacciata la propria integrità e i propri interessi come non mai dal 1945 ad oggi. 

Anche la rinnovata aggressività della Corea del Nord preoccupa non poco i nipponici. Il costante aumento nella frequenza dei test missilistici nucleari del regime di Kim, sia a livello quantitativo che qualitativo, è percepito a Tokyo come un possibile preambolo per nuove pericolose escalation militari nella penisola coreana. La sensazione di vulnerabilità provata dai cittadini della prefettura di Aomori lo scorso ottobre nell’udire gli allarmi antiaerei causati dal passaggio di un missile intercontinentale nordcoreano sopra il proprio spazio aereo, è stata solo l’ultima conferma della latente, ma sempre presente, minaccia nucleare così vicina ai propri confini. 

Guardando le novità di carattere operativo contenute all’interno della strategia di sicurezza nazionale, salta subito all’occhio l’introduzione ufficiale della possibilità per le SDF giapponesi di una “counterstrike capability”. Come spiegato da Kishida, essa consiste nella “capacità di attaccare direttamente il territorio di un altro paese in caso di emergenza e in determinate circostanze”. Per dotarsi di un arsenale missilistico adeguato alle nuove esigenze difensive, Tokyo acquisterà dagli Stati Uniti tra i 400 e i 500 Tomahawks, capaci di colpire obiettivi a più di 1600 km di distanza, da integrare con i propri missili standoff Type-12. Il costo totale di tale programma di ammodernamento si aggirerà intorno ai cinque trilioni di yen, equivalenti a 36,5 miliardi di dollari americani, spalmati su cinque anni. 

Anche il teatro cibernetico è stato ritenuto fondamentale per la sicurezza del paese dalla NSS, la quale, oltre a virare verso una concezione di “difesa cibernetica attiva”, prevede un aumento del personale di esperti in tale settore dagli 890 oggi in forza nelle SDF, a 4000 entro cinque anni. Più in generale, il Ministero della Difesa ha ricevuto il compito di aumentare la spesa militare al 2% del PIL entro il 2027, allineandosi quindi con gli standard NATO, e per farlo è stato destinato un budget di 43 trillioni di yen (circa 315 miliardi di dollari). Un vertiginoso e alquanto repentino aumento dal tradizionale 1% del PIL destinato alle forze armate, e che, al termine del piano quinquennale, renderà il Giappone la terza potenza mondiale per spesa militare, dietro solo agli Stati Uniti e alla Cina. 

Il dubbio però rimane: possono un simile piano di riarmo e le novità in termini di dispiegamento delle forze missilistiche conciliarsi con l’estremamente pacifista articolo 9 della Costituzione? Secondo numerosi esperti americani, la chiave di lettura è il mutato concetto di “postura difensiva” nelle dottrine militari moderne. L’acquisizione di una capacità di contrattacco, sempre che non sia utilizzata in maniera preventiva, è legittimata dall’aumento dell’arsenale militare a lungo raggio cinese, e dalle nuove esigenze di sicurezza innescate dal miglioramento tecnologico di armi simili. Nel tentativo di sedare qualche malumore proveniente anche all’interno del proprio partito, Kishida si è premurato di sottolineare come “il percorso del Giappone come paese pacifista rimarrà invariato”, e ha rassicurato che l’utilizzo dei nuovi missili a lungo raggio non sarà mai autorizzato se non come ultima possibilità per sventare un attacco imminente. 

Il premier è perfettamente consapevole delle possibili zone grigie nell’implementazione di capacità di contrattacco; ciò nonostante, una postura anche retorica tendente all’assertività militare ha dato prova di non essere apprezzata all’interno del paese. I problemi demografici (alta età media, bassissima natalità), uniti a una cultura nazionale che ha abolito la guerra e le forze armate dal proprio orizzonte cognitivo in risposta alle atrocità commesse e subite nella Seconda Guerra Mondiale, restituiscono l’immagine di un paese particolarmente economicista e pacifista. Ne si è avuta ulteriore prova a fine settembre durante i funerali di stato di Shinzo Abe, l’ex primo ministro giapponese che più volte aveva ventilato la possibilità di una riforma costituzionale dell’articolo 9, durante i quali si sono registrate numerose proteste, oltre che per il costo della cerimonia, per sottolineare il dissenso della popolazione verso le sue politiche più militaristiche. Segno inequivocabile di come il fattore umano giapponese potrebbe rivelarsi più un limite, che una risorsa, in caso di futuro scontro armato nei Mari Cinesi. 

La risposta della Repubblica Popolare non si è fatta attendere. L’ambasciata cinese a Tokyo ha rilasciato una dichiarazione in cui si definisce “fermamente contraria” e “fortemente insoddisfatta” rispetto ai nuovi documenti strategici nipponici, accusando Tokyo di fomentare l’instabilità regionale e spingendosi a definire la Costituzione pacifista giapponese ormai tale solo sulla carta. Il Global Times, quotidiano del Partito Comunista Cinese in lingua inglese, ricordando i crimini di guerra compiuti dall’impero del Sol Levante durante l’occupazione della Cina negli anni ’30, ha parlato di una pericolosa “svolta barbarica”, di un circolo vizioso aperto dal Giappone che lo condurrà all’abisso. 

Similmente a quanto avvenuto in agosto a Taiwan, anche in questo la risposta cinese, oltre che verbale, è stata anche militare: la portaerei Liaoning ha attraversato lo stretto di Mikayo verso il Pacifico Occidentale per un’esercitazione combat-oriented oltre la prima catena di isole, accompagnata da un numero record di cacciatorpedinieri Type 055 ⸺ ennesimo tentativo di flettere i muscoli della marina del PLA e di accumulare esperienza operativa in teatri di oceano aperto, nei quali gli americani sono ad oggi ancora i maestri. 

Anche Washington non ha tardato a commentare le novità strategiche del loro principale alleato asiatico. Lloyd Austin, Segretario della Difesa, ha espresso il pieno supporto dell’amministrazione americana al potenziamento delle capacità difensive e di deterrenza giapponesi, mettendo in rilievo l’importanza strategica fondamentale delle forze nipponiche in caso di conflitto diretto con la Cina. Nonostante il pericolo di una corsa agli armamenti incontrollata nell’Indo-Pacifico, il rinnovato impegno militare giapponese, unito a quello australiano, può essere considerato una grande vittoria strategica statunitense. La sempre maggiore ostilità delle opinioni pubbliche di tanti paesi della regione verso l’aggressivo vicino cinese, certificata anche da recenti sondaggi, non fa che implementare agli occhi di Washington la prospettiva di un micidiale strangolamento delle ambizioni espansive marittime della Repubblica Popolare. Quest’ultima, invece, fatica sempre di più a dispiegare un efficace soft power e a costruirsi una rete di alleanze alternative, tendenza che neanche gli imponenti investimenti regionali degli ultimi decenni sono stati in grado di invertire.

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