Asia-Pacifico: il riarmo del Giappone

Nel documento programmatico del governo giapponese datato 24 giugno 2014 e intitolato Japan Revitalization Strategy (Japan’s challenge for the future) venivano elencate le principali direttrici di sviluppo e rinascita nazionale, così come concepite dal gabinetto di Shinzo Abe. Benché il testo non citasse espressamente le forze armate, esso prospettava un quadro ambizioso di rinnovamento che, attraverso un percorso di revisione costituzionale, dovrebbe spingere il Giappone anche a riconsiderare radicalmente l’approccio rispetto alla proiezione della propria potenza militare

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Le JSDF fuori dall’arcipelago

Martedì scorso 12 maggio, l’Ufficio di Gabinetto del Primo Ministro giapponese, Shinzo Abe, ha licenziato due disegni di legge, intitolati rispettivamente International Peace Support Bill e Peace and Security Legislation Development Bill, che, se approvati dall’assemblea legislativa di Tokyo, potranno avere importanti effetti sull’impiego delle forze armate giapponesi (Japan Self-Defense Forces –JSDF) fuori dai confini nazionali. Questo primo pacchetto di provvedimenti, intitolato “Legislation for Peace and Security”, è stato sottoposto all’esame della Dieta venerdì 15 maggio. Per meglio agevolare la discussione e il passaggio dei testi di legge il Primo Ministro intenderebbe estendere l’attuale sessione parlamentare oltre la scadenza prevista il 24 giugno prossimo. Già nel luglio scorso, il governo Abe aveva rilasciato una dichiarazione interpretativa (Cabinet Decision on Development of Seamless Security Legislation to Ensure Japan’s Survival and Protect its People), che consentiva al Giappone, per la prima volta dalla fine del secondo conflitto mondiale, l’impiego di personale militare all’estero nell’ambito di operazioni di peacekeeping, secondo quanto previsto dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che contempla la difesa (armata) collettiva.

Si trattava, in buona sostanza, della reinterpretazione di un principio cruciale della costituzione nipponica contenuto nell’articolo 9. Grosso modo simile negli enunciati all’articolo 11 della Costituzione italiana, esso afferma la “rinuncia perpetua alla guerra come mezzo di risoluzione delle dispute internazionali”. Un secondo passaggio costituzionale sarebbe attualmente anch’esso oggetto delle mire riformistiche di Abe: l’articolo 96. Tale norma regola i processi di riforma costituzionale, i quali devono procedere dal parlamento e raccogliere i due terzi o più dei componenti di entrambe le camere per essere validi, prima di venire sottoposti a referendum popolare. Proprio con riferimento a tale quorum, il 15 ottobre 2013, durante la sessione di apertura della nuova Dieta, il premier giapponese aveva dichiarato l’intenzione di ridurre alla metà dei voti il tetto necessario per le modifiche costituzionali.

I contenuti sostanziali dell’iniziativa legislativa di Abe erano stata anticipati il 27 aprile a New York, durante colloqui bilaterali nippo-americani ad alto livello. In quell’occasione, Stati Uniti e Giappone avevano siglato un’intesa che, confermando, nelle sue linee fondamentali, i presupposti dell’alleanza militare che lega i due Paesi, introduceva anche alcune novità importanti, soprattutto per gli effetti che potrebbero avere sulla scacchiera regionale e, in maggior prospettiva, internazionale. All’incontro avevano partecipato il Segretario alla Difesa statunitense, Ash Carter, e il responsabile di Foggy Bottom, il Segretario di Stato John Kerry, mentre per Tokyo erano presenti gli omologhi Gen Nakatani, ministro della Difesa, e il ministro degli Esteri, Fumio Kishida. L’accordo, definito dai quattro alti rappresentanti come un “grande evento”, aveva aggiornato il modus operandi del Giappone quale partner militare globale, rendendolo maggiormente in grado di difendere gli alleati regionali minacciati da un attacco reale. Tra le altre misure, era stato concordato che in futuro la difesa missilistica giapponese possa essere nelle condizioni di intercettare ogni arma lanciata dalla Corea del Nord contro il territorio statunitense. Nella sostanza, l’intesa cordiale nippo-americana raggiunta a New York aveva rappresentato il beneplacito di Washington nei confronti delle riforme attuate dal primo ministro Shinzo Abe nel settore delle difesa. In tal guisa, Tokyo pare destinata a diventare, viepiù, una sorta di pietra angolare nel sistema di contenimento della Cina (e, seppure in misura diversa, della Corea del Nord) concepito dagli Stati Uniti nell’area Asia-Pacifico.

Le ragione del riarmo

Per alcuni osservatori, la mossa di Abe è un chiaro segnale che conferma la volontà di riarmo del Giappone. Tokyo prevede infatti un budget per le spese militari di circa 25 trilioni di Yen, (circa 250 miliardi di Dollari), nel periodo 2014-2019. L’elenco delle nuove acquisizioni include droni, veicoli anfibi, sottomarini, unità navali con sistemi anti-missile Aegis e i nuovi caccia statunitensi F-35. Tra le voci specifiche incluse nel Defense Program and Budget per il 2015, sono inoltre previste la risposta ad aggressioni contro isole remote e attacchi condotti con missili balistici, oltreché il rafforzamento delle capacità di intelligence.

Attualmente, sono due i principali segnali rivelatori di quanto il Giappone voglia essere protagonista, a livello internazionale, nel settore degli armamenti. Il primo è testimoniato dall’entrata in servizio, nel marzo scorso, della portaerei leggera (precisamente un cacciatorpediniere portaelicotteri –Helycopter Destroyer) “Izumo”, che attualmente rappresenta la più grande nave da guerra concepita dalla marina militare giapponese dalla fine della Seconda guerra mondiale (impostata nel 2010 è costata 1 mld di Dollari). Il secondo dall’approvazione (aprile 2014) di una nuova legge che rimuove alcuni antichi ostacoli all’export delle armi e favorisce soprattutto le Mitsubishi Heavy Industries, principale gruppo del settore, che fornisce sensori ad alta tecnologia per i sistemi anti-missile Patriot PAC-2 prodotti dalla statunitense Raytheon.

I motivi di questo nuovo corso nelle Forze di Autodifesa giapponesi andrebbero ricondotti ai timori suscitati dal regime nordcoreano e nelle crescenti tensioni con la Repubblica Popolare Cinese, queste ultime alimentate soprattutto dalla contesa per le isole Senkaku (Diaoyu per i cinesi) nel Mar cinese orientale. Benché infatti, secondo alcuni commentatori, la crisi in Ucraina orientale rappresenti il focolaio più pericoloso dalla fine della Seconda guerra mondiale, per altri sarebbe invece la contesa sino-giapponese a costituire la maggiore minaccia alla stabilità e alla pace internazionale.

Preoccupazioni in tal senso erano già state espresse da autorevoli commentatori, in occasione del centenario della Prima guerra mondiale. Ad esempio, il 29 dicembre 2013, Jacques Attali, durante un’intervista ad un’emittente radiofonica francese, aveva evocato lo spettro del perverso sistema di blocchi e alleanze contrapposte che nel 1914 innescò il Primo conflitto mondiale, affermando come: “Un forte conflitto tra Cina e Giappone potrebbe coinvolgere gli Stati Uniti tramite una reazione a catena di alleanza come nel 1914”. Attali si riferiva implicitamente all’articolo 5 del Trattato di mutua alleanza che, sin dal 1960, unisce il Giappone e gli Stati Uniti, il quale, similmente a quello contenuto nel Patto NATO, stabilisce che: “Ogni parte riconosce che un attacco armato contro entrambe le parti nei territori sotto l’amministrazione del Giappone potrebbe essere pericoloso per la propria pace e sicurezza e dichiara che potrebbe agire per contrastare il pericolo comune nel rispetto delle proprie prassi e disposizioni costituzionali”. Lo stesso premier giapponese Shinzo Abe, a margine del forum di Davos, tenutosi nel gennaio 2014, aveva ricalcato questo scenario affermando come Cina e Giappone siano in una condizione simile a quella che contrapponeva Gran Bretagna e Germania alla vigilia del 1914.

I tabù del Novecento

Anche l’autorevole think-tank istituzionale National Institute for Defense Studies (NIDS) di Tokyo ha dedicato particolare attenzione al Primo conflitto mondiale, organizzando un forum internazionale, tenutosi il 17 settembre 2014, che ha coinvolto diversi studiosi, storici e analisi di questioni strategiche e militari, non solo giapponesi. Nato nel 1952 come National Safety College, nel 2007 ha assunto l’attuale denominazione, divenendo il principale centro studi del Ministero della Difesa, confermando, ove ve ne fosse bisogno, come Tokyo desideri un organismo per l’elaborazione e la ricerca strategica che operi in stretta sinergia con i propri uffici governativi.

Sebbene la prima sessione di studi fosse dedicata alle operazioni belliche del Primo conflitto mondiale, la seconda parte del convegno aveva come oggetto di discussione la Seconda guerra mondiale, argomento spinoso e, per certi versi, ancora tabù per l’immaginario collettivo giapponese. Un tabù, a dire il vero, che sembra però essere stato infranto il 26 dicembre 2013 dalla visita ufficiale di Abe al santuario shintoista di Yasukuni, dove riposano i caduti giapponesi della guerra 1941-45. Il gesto aveva sollevato le forti rimostranze di Pechino e Seoul, lasciando tuttavia imperturbato il governo di Tokyo, il quale peraltro prosegue nella sua attenta analisi delle componenti strategiche del suo principale competitor nell’Asia-Pacifico. Uno dei più recenti studi del NIDS, ad esempio, il China Security Report 2014, è interamente dedicato alle forze armate cinesi.

La reazione cinese tra strategia e provocazione

Dal canto suo Pechino sembra mostrare di volere fare buon viso a cattivo gioco, secondo un ben calcolato gioco di specchi, fatto di provocazioni e contro provocazioni. Fonti governative giapponesi, ad esempio, hanno rivelato che sarebbe loro giunto, da parte cinese, l’invito a presenziare alle celebrazioni per il 70° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, che si terranno a Pechino il prossimo 3 settembre. Un gesto che pare suggerire una sorta di sottile beffa all’indirizzo del vicino. Il 2 settembre 1945, infatti, le forze del Sol Levante si arresero formalmente alla Cina, che da quel giorno festeggia questa data come “la vittoria contro il Giappone”.
Eppure, al di là delle reciproche ripicche e del confronto diplomatico, che prosegue attraverso il dialogo nonostante le evidenti tensioni, Pechino e Tokyo sono accomunate da un fattore che potrebbe rivelarsi assai decisivo in quella che pare caratterizzarsi come una fase di ridefinizione degli equilibri (soprattutto finanziari) internazionali. Entrambi infatti dispongono di una significativa arma “non convenzionale”, poiché risultano essere i primi due detentori di quote estere del Debito Pubblico degli Stati Uniti. Il Giappone nel febbraio scorso, secondo i dati ufficiali del Tesoro di Washington, ha perfino superato la Cina, posizionandosi al primo posto con 1.224,4 miliardi di Dollari, staccando di poco Pechino (1.223,7 mld di $).

Secondo alcuni commentatori, proprio questa circostanza avrebbe indotto la Repubblica Popolare ad offrire ai giapponesi la vice presidenza della Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), nuovo colosso bancario internazionale, che secondo gli esperti si pone come contraltare rispetto alla Banca Mondiale e di cui fanno già parte 57 Stati, tra cui alcuni grandi alleati degli Stati Uniti e importanti Paesi europei, quali, ad esempio, il Regno Unito, la Francia, la Germania, la Confederazione Elvetica, nonché l’Italia.